Giovanna Carone – Dolcissime Radici (Digressione Music, 2020)

Artista dalla rara sensibilità e dotata di un timbro vocale riconoscibile ed intenso, Giovanna Carone si muove in universo musicale molto ampio in cui convivono armonicamente la musica antica e quella barocca, il jazz e la canzone d’autore, ma anche la sperimentazione e le avanguardie. Chi scrive ha avuto modo di scoprire la sua produzione artistica in occasione della pubblicazione di quel gioiello che era “Mirazh”, inciso con il pianista Mirko Signorile e da quel momento è stato singolare risalire a ritroso il suo percorso attraverso i pregevoli “Betàm Soul” e “Far Libe”, in cui incrociava jazz e lingua yiddish, per giungere a “Donnamor”, dedicato alle musiche del Seicento inciso con il tiorbista Sario Conte e il percussionista di Pippo D’Ambrosio. Non è tutto però perché nel suo cammino ha dato alle stampe anche “Primo Libro de’ madrigali à quattro voci” di Pomponio Nenna nel 2002 per la Tactus e la prima esecuzione moderna della messa “Adieu mes amour” di Rocco Rodio per la Dad Records. “Dolcissime Radici”, il suo primo album da solita, raccoglie undici brani che, attraverso un viaggio nella storia della musica, disvela le fondamenta del suo ricco background artistico dove Zucchero e Max Gazzé incontrano la musica del Trecento e quella barocca. Abbiamo intervistato Giovanna Carone per farci raccontare questa nuova avventura musicale.

"Dolcissime Radici" è la tua opera prima come solista, ma è soprattutto un regalo che ti sei voluta fare per i tuoi sessant'anni e al quale hai cominciato a lavorare in tempi non sospetti. Ci racconti com'è nata l'idea di questo disco?
Non si parla dell’età delle donne (ride)… In realtà, ho inciso quasi tutti i dischi degli ultimi dieci anni come solista, ma questo è un progetto tutto mio, pensato e voluto fortemente da me. E’ un’idea che avevo da qualche anno e la cui realizzazione si è dilatata nel tempo perché ho lasciato spazio ad altri progetti. Ha finito col coincidere con questo anno complicato e con i miei sessant’anni che “suonano" tanti ma cantano meglio. Da tanto ascoltavo rivisitazioni di musica antica e provavo ad immaginare qualcosa di differente; mi piaceva l’idea di ripensare e riscoprire con altra luce e altri suoni ciò che mi ha in parte formato nel corso del tempo.

Il titolo del disco rimanda alle diverse sfaccettature del tuo background musicale. Allo stesso modo il repertorio spazia dal Medioevo con Francesco Landini alla canzone d'autore di Zucchero e Max Gazzé. Come hai selezionato i brani da reinterpretare? 
I brani scelti dal repertorio antico, sono i primi cantati all’inizio della mia scoperta di quella musica meravigliosa tanti anni fa e sono quasi tutti famosissimi, direi delle Hit della musica di quel tempo. Non ho voluto fare ricerca, l’ho fatta in altri momenti della mia vita. Alla fine mi sono resa conto di aver seguito, nei due repertori, emozioni vissute negli anni. Se l’aura spira è una delle prime arie che ho cantato, “Giovine vagha” di Landini e il “Lamento di Apollo” di Cavalli mi hanno folgorato al primo ascolto e la stessa cosa vale per i brani della canzone d’autore italiana, quasi tutte canzoni significative per la mia vita. 
Ovviamente la scelta non è stata facile perché le idee erano troppe e ho cercato di scegliere, soprattutto in base alle possibili e convincenti connessioni tra i due mondi.

Al disco hanno collaborato alcuni tra i principali strumentisti pugliesi di area jazz e non solo che contribuiscono a creare un suono molto riconoscibile nell'avvolgere la tua voce. Come sono nate queste collaborazioni?
Con Mirko Signorile collaboro da dieci anni e siamo “fratelli di musica", Leo Gadaleta ha condiviso tutto il percorso con me arricchendolo e rendendolo possibile, con Pippo D’Ambrosio ho inciso un disco sul Seicento italiano, mentre Roberto Ottaviano, Nando Di Modugno, Giorgio Vendola, Vince Abbracciante sono riferimenti importanti della vita musicale pugliese, splendidi musicisti e amici che sapevo avrebbero reso possibile tutto questo. Guido Morini è l’unico non pugliese ed è l’unico specialista di musica antica, anche se in tempi non sospetti ha inciso dischi con Paolo Fresu. L’incontro, lo scambio e le connessioni in studio sono state molto belle. Sono stata fortunata e penso che la stima reciproca e l’amicizia abbiano fatto il resto.

Come si è indirizzato il lavoro in fase di arrangiamento dei brani? 
Questo progetto è stato realizzato grazie al lavoro costante con Leo Gadaleta arrangiatore sapiente e violinista fantastico. Ci siamo conosciuti pensando la musica insieme nella maniera più antica, senza fretta. Si sperimentava al piano o con l’incredibile quantità di strumenti che Leo possiede e sa suonare, si passava da un’idea all’altra e si cambiavano continuamente le tonalità, scherzando fra un dolce e un caffè, rubando tempo a quello frenetico che talvolta non dà tregua alle nostre vite. 
Le idee migliori le abbiamo avute anche nei momenti più complessi. Vezzosetta, Un paese vuol dire, Passione e Un anno d’amore sono state completamente riscritte da Leo, per altri brani abbiamo creato un canovaccio che è stato rielaborato in prova con gli altri musicisti e i brani in duo con Mirko hanno seguito il nostro collaudato modo di creare musica.

Dal punto di vista interpretativo, quali aspetti espressivi della tua voce hai esplorato con questo album?
A differenza degli ultimi dischi nei quali ho usato un timbro più scuro, in questo ho giocato con la parte più chiara della voce, e anche con quella "sporca" e teatrale. Ho cercato di non essere troppo severa con me stessa sperimentando territori musicali mai frequentati. 

Ci puoi raccontare come si sono svolte le sessions di registrazione del disco? 
E’ difficile raccontare come si sovrappongano e realizzino idee in studio. Anche quando la musica è ben scritta si ha sempre voglia di modificare e aggiungere. Quando tutti i musicisti sono eccellenti e in più amici tra loro, l’aria è frizzante e in continuo movimento.

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel confrontarti con brani di epoche differenti? 
Ho più confidenza col repertorio antico che con quello pop contemporaneo ma ho usato sempre la voce naturale modificando le tonalità, prendendo qualche rischio nell’estensione. Ho volutamente mescolato gli stili interpretando dove possibile canzoni come arie antiche e arie antiche come ballads contemporanee, con qualche incursione nel progressive o nella bossa nova, mai esplorate prima.

Quali sono le identità e le differenze, anche sostanziali, rispetto ai dischi del progetto Farlibe, realizzati in duo con Mirko Signorile? 
Conservare il duo nel disco, anche se solo in tre brani, è stato naturale perché il Farlibeduo è ancora per me, complicità e intensità, ma è stato naturale anche allontanarmene dopo tanti anni. Sperimentare la solitudine delle scelte è bello e ho cercato un linguaggio interpretativo tutto mio. Leo Gadaleta che ha fatto suo il progetto, mi ha aiutata a realizzare e semplificare un groviglio di idee anche complesse, dandomi la fiducia della quale avevo bisogno. Cambiare la formazione per ogni canzone è stato difficile nella gestione delle sessioni in studio e forse rappresenterà un problema nei live, ma ci ha permesso di colorare con maggiore ricchezza tutto il percorso ed è stato divertente.

Andando più direttamente ai brani, laddove non mi ha sorpreso scoprirti alle prese con la musica antica e quella barocca, mi ha colpito molto il tuo approccio non convenzionale alla canzone d'autore e parlo delle belle riletture di "Un giorno dopo l'altro" di Luigi Tenco ma anche di "Di sole e d'azzurro" di Zucchero e de "La leggenda di Cristalda e Pizzomunno" di Max Gazzé, rilette in una dimensione cameristica molto affascinante. Ci puoi raccontare come hai lavorato su questi brani? 
Ho lasciato che le parole mi aiutassero a immaginare il suono.  La sintonia con Mirko, fatta di continui scambi, ha reso possibili le mie intuizioni sia in “Un giorno dopo l’altro”,  siderale e sospesa nell’impianto armonico e nella voce sottile, che ne “La Leggenda di Cristalda e Pizzomunno” che gira intorno alla narrazione lenta e parlata, quasi fosse un "recitar cantando”.  Invece la leggerezza della musica in "Di sole d’azzurro”, col suo basso ostinato e il suo bel ternario da arietta antica, è stata vincente e 
mi ha naturalmente portata a cantarla con qualche fioritura antica; anche la citazione di Monteverdi nell’intro è arrivata con naturalezza, seguendo Guido che in questo brano è stato preziosissimo.

Altra perla del disco è "Un paese vuol dire non essere soli" di Mario Pogliotti, come mai hai scelto questo brano?
Nel 2017 ho lavorato con una formazione tedesca e con l’attrice Eva Mattes ad uno spettacolo teatrale nel quale ho cantato per la prima volta musica popolare raccolta e rielaborata da Giovanna Marini. Nello stesso periodo, per una coincidenza casuale l'ho incontrata e conosciuta a Bari dove ha cantato anche “Un paese vuol dire”. E’ stato tutto semplice ma intenso e magico: una chitarra, pochi accordi e la sua voce. Mi sono innamorata del testo per poi scoprire che era di Cesare Pavese, e poi della musica. Mi son detta: questa canzone sarà mia! Le scelte son spesso casuali, di forti emozioni. Gli artisti lo dicono sempre, non sempre è vero, ma spesso lo è. 

Nel disco c'è anche un classico della canzone classica napoletana "Passione" di Libero Bovio. Da pugliese come hai approcciato questo brano?
Da Pugliese non saprei. Porto con me questa canzone dal 1988 per motivi sentimentali, un caro amico me ne ha regalato lo spartito mentre partivo per il Giappone. Non l’avevo mai cantata prima, neanche per me stessa. Volevo che ci fosse nel disco e un giorno per scherzo l’abbiamo, con Leo, pensata così, leggera…quasi una bossa. 

Concludendo, quali sono le future evoluzioni del tuo percorso musicale? Quali progetti hai in cantiere?
In questo periodo storico fare dischi è come andar controcorrente come i salmoni che risalgono faticosamente la sorgente, ma credo sia un’urgenza per un artista. Progettare, sognare, pensare la musica è bello. A breve incideremo col Farlibeduo e Daniele Sepe brani del nostro repertorio arrangiati per orchestra da Antonio Palazzo. Contemporaneamente sto iniziando a lavorare ad un mio progetto tutto francese e, non a caso, cross over tra stili differenti.

Giovanna Carone – Dolcissime Radici (Digressione Music, 2020)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK
 

Ci sono dischi che nascono in momenti travagliati e complessi, ma che hanno il pregio e l’unicità di riuscire a racchiudere nei loro solchi l’essenza artistica più profonda dell’autore. Si tratta di opere destinate a rimanere nel tempo, istantanee che colgono la bellezza generata dalla reazione creativa alle difficoltà. Un esempio è certamente “Dolcissime Radici” di Giovanna Carone, opera prima della sua lunga carriera, ma non certo un album di debutto tout court, ma piuttosto una coraggiosa scommessa che l’ha vista tornare alle radici del suo bagaglio artistico e formativo per dare vita ad un percorso di ricerca su un repertorio di brani che dal Trecento arriva alla moderna canzone d’autore. Ne è nato un viaggio nella storia della musica alla riscoperta della potenza evocativa della voce e dell’evoluzione poetica della lingua italiana, in cui le ricercate interpretazioni vocali e gli arrangiamenti che incrociano jazz, avanguardia e musica antica rappresentano un viatico che ci proietta verso il futuro e la sperimentazione. Ad accompagnare, Giovanna Carone in questo disco è Leo Gadaleta (violino acustico ed elettrico, piano rhodes, samples, elettronica, chitarra classica, chitarra synth e chitarra portoghese) che ne ha curato gli arrangiamenti e a cui si affiancano Mirko Signorile (pianoforte), Vince Abbracciante (fisarmonica), Pippo D’Ambrosio (percussioni), Nando Di Modugno (chitarra classica ed elettrica), Guido Morini (clavicembalo, pianoforte), Roberto Ottaviano (sax soprano) e Giorgio Vendola (contrabasso). L’ascolto si apre con l’elegante resa della villanella del Seicento “O vezzosetta dalla chioma d’oro” del compositore napoletano Andrea Falconieri, con la chitarra di Di Modugno e il pianoforte di Guido Morini che tessono una raffinata trama melodica in cui si inserisce l’eccellente interpretazione della cantante barese. Si resta a Napoli con la rilettura dagli echi di bossa nova di “Passione” di Libero Bovio, per tornare al Seicento con la superba “Lamento Di Apollo” che viene proiettata verso il futuro dalla riscrittura in forma di ballata moderna per soli voce e pianoforte suonato da Mirko Signorile a restituirci certe atmosfere del duo Farlibe. Un altro flash-back ci riporta al repertorio del Nuovo Canzoniere Italiano con “Un paese vuol dire” di Mario Pogliotti con la fisarmonica di Vince Abbracciante e la chitarra di Leo Gadaleta che incorniciano l’intensa prova vocale di Giovanna Carone. Uno dei vertici interpretativi del disco è certamente la ballata trecentesca “Giovine Vagha” di Francesco Landini con il sax soprano di Roberto Ottaviano ad impreziosire il tutto. Il duo con Mirko Signorile si ricompone ancora nel recitar cantando “Un giorno dopo l’altro” di Luigi Tenco, ma è solo un momento perché “Ecco la Primavera” ci riporta al repertorio di Francesco Landini con la cantante barese protagonista di una performance vocale molto coinvolgente, assecondata dall’ensemble quasi al completo in cui spiccano le chitarre di Di Modugno, il violino di Gadaleta e il sax di Ottaviano. Il solo di clavicembalo di Guido Morini ci schiude, poi, le porte all’aria “Se l’aura spira” di Girolamo Frescobaldi con l’arrangiamento che declina gli stilemi del barocco in chiave jazz. Verso il finale il disco si apre alla moderna canzone d’autore con “Un anno d’amore” dal repertorio di Mina, e le belle versioni di “Di sole e d’azzurro” di Zucchero e “La Leggenda di Cristalda e Pizzomunno” di Max Gazzè che chiudono un lavoro prezioso nel quale la ricerca vocale e quella musicale vanno di pari passo. 



Salvatore Esposito

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