WOMEX 20 Digital Edition, Budapest (Ungheria), 21-25 ottobre 2020

Può la più brulicante, attesa fiera-vetrina delle musiche del mondo, organizzata dalla Piranha Arts, dove l’essenza è racchiusa negli incontri vis-à-vis tra professional di organizzazioni, festival, artisti, agenzie di booking e label, nell’esperienza live della performance, trasformarsi, con altrettanto slancio, in una versione tutta pixel? Con un paese come l’Ungheria che ha posto forti restrizioni di accesso dall’estero per il contenimento del virus, non si poteva fare altrimenti: la ridotta partecipazione a una fiera in presenza sarebbe stata insostenibile sul piano economico e oltre che su quello dell’immagine. Così è stata lanciata la formula virtuale che, a dispetto di quanto ci si poteva attendere, ha fatto registrare la presenza di 1130 “delegates” che da casa, ciascuno con il proprio fuso orario, si sono incontrati nei video stand, nella Town Square, la piazza virtuale, nelle diverse chat dirette attivate. Un totale di 70 ore di contenuti online, con 20 ore di conferenze, 18 ore di film, 8 ore di network meeting, 4 ore di mentoring e 20 ore di showcase virtuali. Sono i numeri ufficiali che parlano di oltre 20.000 interazioni tra delegati attraverso il canale dedicato di networking. Il palinsesto della Fiera ha reso disponibile un interessante programma di documentari (qui il trailer della rassegna: https://www.womex.com/programme/film), tra cui speriamo possa avere una più ampia distribuzione “Fly Bird Fly”, diretto da Simon Broughton (il direttore responsabile del periodico “Songlines”), che ha ricostruito la storia del movimento ungherese delle Tanchàz, le Case di Danza, fenomeno di vasta portata per la diffusione della musica di tradizione orale, a partire dalla seconda metà del Novecento. In “Wild Honey” Ava Porter & Farhad Akhmetov hanno condotto una sorta di perlustrazione a volo d’uccello sulle tradizioni musicali di alcune comunità di cinque aree della Russia, dagli Urali al Caucaso, dal Mar Nero alla Siberia centrale. 
Non meno interessante “Breaking the Circle”, diretto da Tobias Nathan, in cui si dà conto della sfida che le donne stanno portando ai circoli di Roda de Samba, infrangendo il muro della divisione di genere. Altri film hanno documentato esperienze di emancipazione e di antagonismo nei suoni elettronici, da Teheran ai sobborghi creoli di Lisbona, dalla Palestina techno alle strade di Lagos. Naturalmente, il cuore del WOMEX sono gli showcase, divisi in quattro giorni di fitta programmazione, che hanno offerto un panorama sonoro rivelatosi ricco di scoperte. Va detto che non tutti i mini concerti sono stati all’altezza sia in termini di durata che di impatto sonico e visuale (al di là dello straniamento prodotto dalla visione in streaming). Considerata la fruizione digitale, questi ultimi fattori sono diventati cruciali per valutare la proposta artistica. Interessante anche il format delle interviste post esibizione, pur se non tutte si sono mostrate portatrici di informazioni approfondite sulle motivazioni musicali degli artisti. Mercoledì 21, per allontanare i mood nefasti di questi tempi, ci si è affidati prima ad Alogta Oho & His Sounds of Joy, autori di un corroborante frafra gospel originario della parte settentrionale del Ghana, e subito dopo ai colombiani La Mambanegra, con i quali non si è potuto restare fermi sul divano. Di tutt’altro tenore l’eleganza acustica di stampo cameristico del quartetto turco di Coşkun Karademir (bağlama, duduk, violoncello e percussioni), mentre, per la sezione offWomex, Xabi Aburruzaga, suonatore di trikitixa, l’organetto diatonico basco, in formazione di trio (con chitarra e batteria) e con un gruppo di ballerini 
in scena, ha allestito un programma che tesse connessione tra le danze di Euzkadi e il mondo celtico. Ci hanno condotto alla scoperta dei timbri e delle espressioni musicali tradizionali i nepalesi Kutumba, protagonisti del revival del cordofono sarangi, strumento meno sofisticato dell’omonimo liuto indiano. Si tratta di un sestetto da tenere in gran considerazione per l’approccio contemporaneo alle forme musicali locali. Se c’è chi intorno all’Himalaya presenta al mondo la sua proposta di rilettura della tradizione, in Slovenia il trio Širom intesse il suo minimalismo folklorico “immaginario” con corde, fiati e pelli provenienti da svariate parti del mondo o auto-costruiti, creando trame acustiche che fluttuano tra avanguardia contemporanea, improvvisazione, psichedelia e post-rock. Restiamo in Europa orientale per dire che ci è piaciuta una delle miglior band di riproposta della tradizione popolare in Polonia, i Tȩgie Chłopy, un ottetto dance-oriented con in organico una suonatrice di tuba. La prima giornata ha offerto anche una degli artisti più significative del palinsesto, di cui ci siamo occupati anche nelle pagine del nostro Foolk Magazine: parliamo di Marja Mortensson, cantante Sámi norvegese, ripresa durante il Festival Internazionale di Bergen in una chiesa. Il suo è stato un raffinato ed equilibrato set acustico in cui la cantante esprime l’estetica del canto yoik rivestendolo con un contorno cameristico. Nella seconda giornata occhi puntati sul post-rock a venature trad del trio coreano Dongyang Gozupa, che allinea yanggeum, una cetra percossa con bastoncini, basso e percussioni. Coup de cœur della serata il concertino lo-wi , registrato dal vivo nelle strade di Lilongwe del duo del
Malawi Madalitso Band che imbracciano chitarra acustica e babatone (un basso di grande foggia, dotato di una sola corda). Restando in area africana, sono buone le premesse per l’esordio discografico del quartetto di Soweto Urban Village, mentre un’energia punk innerva la cumbia dei messicani Son Rompe Pera, altra band di cui appuntarsi il nome che suona la marimba come ancora non si era visto. I franco-reunionesi Ti’kaniki hanno offerto una vivace dose di ritmi e canti call & response, mentre è stata una scoperta la deliziosa cantante e violoncellista cubano-spagnola Ana Carla Maza. Vivono in Norvegia ma hanno un repertorio balcanico i Almir Meskovic (violino) e Daniel Lazar (fisarmonica), duo inserito nel programma MOST che, come spiegatomi da uno dei responsabili, Balázs Wymer della Hangvető, l’organizzazione che guida l’intero progetto consortile, è un intervento quadriennale, cofinanziato da Creative Europe, che si prefigge di superare le disfunzioni del mercato dell’industria musicale in nove paesi dei Balcani. Spiega: “Ci sono molti buoni artisti con un grande potenziale di esportazione che non riescono a trovare manager, etichette, agenti, promotor con cui lavorare o luoghi in cui suonare. Gli artisti che hanno avuto successo a livello internazionale hanno lavorato con aziende occidentali. Cosicché i ricavi non hanno favorito la costruzione di un mercato regionale. L’intenzione è formare professionisti con cui gli artisti iscritti al programma potranno lavorare in futuro. In questi quattro anni lavoreremo con artisti, tirocinanti di management, festival e locali da concerto e istituzioni, mentre sosteniamo finanziariamente gli artisti per sviluppare il loro profilo internazionale. 
Il progetto è fortemente interconnesso con tre progetti di città capitali europee della cultura (Novi Sad, Timisoara e Veszprém)”. Ritornando alla musica suonata, in area mitteleuropea abbiamo gustato il pianismo raffinato folk-jazz-classico della praghese Bára Zmeková e la fusion folk-jazz, seppure con passaggi talvolta eccessivamente soft degli slovacchi Bashavel (cimbalom, piano, violino, basso e batteria). Di rilievo, però, troppo breve il set del trio Yorkston (chitarra), Thorne (basso) e Khan (sarangi), fusione di idioma folk scozzese, jazz e scale classiche indostane. Siamo stati inondati dall’elecro-vudu del carismatico Erol Josué, musicista, cantante, attore, ballerino, egli stesso sacerdote vudu, il cui set, filmato nella sua casa che è anche un santuario religioso, rappresenta un assaggio del suo progetto “Pelerinaj – Pilgrimage”, in uscita nel 2021. Ancora, ci si è immersi nel patrimonio ebreo-yemenita re-immaginato da El Khat, prima di ritornare nei Balcani, con Oratnitza (voci, didgeridoo, tupan, kaval, tastiere), ensemble bulgaro i cui canti folklorici e ritmi dispari sono venati di jazz, prog e dubstep hanno fatto decisamente centro. Per chi poi avesse voluto organizzare un home party non c’era di meglio che alzare il volume dell’afro-house DJ set, officiato da StudioBros, afro-lusitani originari di São Tomé & Príncipe. In realtà, ogni giornata di showcase si è conclusa con un un’esibizione di stampo dancefloor affidato alle macchine e all’estro di un/una DJ-producer. Tra gli highlight della serata di sabato 24, senz’altro l’arab-balkan-jazz electro-dance dei Fanfara Station, che ben conosciamo dalle nostre parti e l’afro-futurismo del collettivo Fulu Miziki da Kinshasa. 
Con materiali di riciclo hanno creato xilofoni, cordofoni e percussioni che ben si adattano al popoloso contesto urbanizzato degradato che fa da sfondo alla loro performance. Si è trattato di un'altra esibizione in cui l’elemento filmico si è rivelato il valore aggiunto alla performance. Invece, di tutt’altro tenore il solitario e meditativo recital per sola Scottish smallpipes proposto dalla giovane, ma già affermata, Brìghde Chaimbeul, originaria dell’isola di Skye, altro nome che i nostri lettori hanno già conosciuto. Pure improntata a un’empatica intimità la combutta tra quel nomade della chitarra che è Justin Adams e Mauro Durante (violino e tamburello), frontman del Canzoniere Grecanico Salentino. Un’accoppiata eccellente, portatori di una mesmerica jam session casalinga che passa con scioltezza dal Salento pizzicato alla canzone d’autore, passando per la pronuncia world della chitarra elettrica del britannico che incorpora rock, blues, stilemi arabi e afro: speriamo che sia solo il preambolo di un più sostanzioso raccolto prodotto da questi spiriti affini (intanto assaporateveli qui https://vimeo.com/413649602). Di nuovo all’insegna del ritmo il vibrante set del trio La Perla, tre musiciste e ricercatrici colombiane di Bogotà (voci e percussioni), dalla notevole caratura ritmica, che in un certo senso sfidano un radicato immaginario maschilista del percussionismo latino-americano, proponendo una mezcla che aspira a creare un’atmosfera festiva e da trance sulla scia delle performance dei cantanti tradizionali, soprattutto da gaiteros e dalle cantanti Bullerengue. Il WOMEX ungherese ha ospitato al suo interno anche alcuni artisti della programmazione del Festival Budapest Ritmo. 
Qui si è trattato di concerti dal vivo, veri e propri, tenuti in due sale del Müpa (Palazzo delle Arti) della capitale magiara, una da 150 posti e l’altra, la Bèla Bartók, da 400, riempite per un terzo dal pubblico (non erano solo addetti ai lavori). Quattro i gruppi di scena nella sezione affiliata al WOMEX: Magos, Ötödik Évszak, Babra e Dalinda. Quattro diverse proposte di rilettura delle espressioni tradizionali ungheresi, quella dei giovani Magos più prossimi all’esperienza estetica delle case di danza, di cui si è parlato poc’anzi, gli Ötödik Évszak, più inclini a fondere strumenti tradizionali con la versatilità canora della loro cantante franco-ungherese. Invece, il quintetto Babra si segnala perché esplora ogli stili tradizionali delle minoranze salve del sud, centrando il suono sul cordofono tamburitza, messo accanto a fisarmonica, clarinetto, percussioni e canto polifonico. Il trio vocale Dalinda si produce in pregiate polifonie a capella nell’interpretazione di canti tradizionali ungheresi (in origine di forma monodica). Il commiato del WOMEX c’è stato la domenica 25 quando è stato consegnato l’Artist Award all’artista Rom Olàh Mónika Lakatos. La cantante si è esibita con il gruppo Gipsy Voices e, soprattutto, accanto ai veterani Muzsikás. Un finale degno di nota per un’edizione che ha salvato lo spirito comunitario e di networking fieristico. Il Womex si è dato appuntamento per il 2021 (27-31 ottobre) in riva all’Atlantico, nella bella città di Porto: Nós os vemos. 


Ciro De Rosa

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