Paolo Albertini, liutaio studioso di canto dhrupad e cultore del suono

Dato che hai potuto vedere da vicino la liuteria sia in India che qui, quali sono le differenze maggiori che hai trovato, o comunque che ti hanno colpito di più?
 
In Occidente ci sono due tipi di liuteria; c'è quella classica secondo la quale gli strumenti vengono prodotti seguendo una metodologia che ha un corpus di conoscenze che vanno prima studiate e sperimentate, quindi si prevede una teoria e una pratica. Poi esiste una liuteria invece più industriale, o semi-industriale, dove molti passaggi vengono saltati, tenendo comunque in considerazione il prodotto finale da ottenere. La liuteria in India è molto diversa da vari punti di vista, prima di tutto è un lavoro che viene tramandato di padre in figlio, quindi è un lavoro che non viene scelto, ma si porta avanti per la propria sussistenza, come tutto del resto in India. Ci sono anche qui dei gharana (scuole tradizionali) di liuteria, soprattutto una volta, adesso molto meno. La liuteria è gestita in modo molto diverso perché ci sono i liutai che sono aiutarti da artigiani con enorme manualità, ma che riescono a fare magari un solo tipo di lavoro, spesso non sanno neanche leggere e scrivere, ma si dedicano a bassissimo costo a costruire piccole parti degli strumenti, che poi vengono assemblate da un liutaio con più conoscenza globale dello strumento. Adesso la liuteria è cambiata ulteriormente anche in India, ci sono famiglie che si dedicano soltanto a costruire parti di strumenti che poi viaggiano per l'India e vengono assemblate in varie località. Non c'è dietro un pensiero, non c'è una teoria, non c'è un corpus di conoscenze specifico. 

Non è codificata, intendi? 
Non ci sono qualificazioni professionali, non esistono scuole, non esistono regole e non esistono neanche dei percorsi. Ogni liutaio in genere ripete quello che ha sentito dire dal proprio padre, oppure da altri, non c'è una metodologia specifica nella liuteria. Neppure nella conoscenza del legno, certo anche in India si sa che il legno migliore per gli strumenti musicali è un legno che deve essere stagionato e conservato adeguatamente, però gran parte degli strumenti musicali vengono costruiti con legni che hanno diversi difetti. Hanno nodi, non viene rispettata la venatura del legno. Molto spesso per quello che viene costruito l'importante è l'effetto finale estetico e non tanto un prodotto tecnologicamente perfetto. Questo infatti è stato uno dei fattori che mi hanno spinto a unire elementi di liuteria indiana con gli elementi di liuteria occidentale, quello di riuscire a produrre degli strumenti musicali di qualità a un costo superiore,
basandosi sulla conoscenza che è stata sviluppata in Occidente di liuteria, però producendo strumenti musicali con un sound tipicamente indiano. 

In realtà, il costo finale non è così diverso dall’importare qui uno strumento dall’India, visto che si devono aggiungere le tasse di importazione e le spese di spedizione, giusto? 
Sì, il bello è che essendoci qui una persona che costruisce questi strumenti, il musicista ha la possibilità di ricevere sempre assistenza, spiegazioni e anche di capire in maniera più approfondita, anche come si arriva a un certo tipo di suono. Questo tipo di comunicazione manca con i costruttori e venditori di strumenti musicali in India. 

Tu hai iniziato con il sitar e ti dedichi in particolare allo studio del canto indiano. Raccontaci come questo aspetto ha inciso o influito nel tuo approccio alla liuteria. 
Sì, il passaggio è stato quando ho potuto ascoltare per la prima volta il suono della rudra vina, un liuto indiano più antico del sitar che si usa nel genere dhrupad, e ascoltare l'espressività musicale del dhrupad attraverso la vina, questo ha cambiato completamente rotta ai miei studi. Pur rimanendo profondamente legato al sitar per gli studi che avevo fatto, non ne traevo quella profondità che cercavo nella musica e che invece ho ritrovato nel suono della rudra vina e nel dhrupad. E' stato molto importante il concerto di Asad Ali Khan alla fondazione Cini del 2003, da lì ho maturato forte interesse verso la forma dhrupad della musica classica indiana che mi ha portato finalmente nel 2011 a iniziare il mio percorso di canto. Contemporaneamente andava avanti la mia piccola attività di liuteria, in quel periodo più legata a costruzione di chitarre. 
Attraverso l'incontro con il dhrupad ho capito l'importanza determinante del tanpura, questo strumento magico, e da lì ho iniziato davvero, ho ricominciato a ricostruire questo strumento che avevo fatto nel '98, da lì poi ho cominciato a produrre i miei tanpura, 
perché volevo arrivare a produrre un suono mio del tanpura ed è stato lì che c'è stato l'incontro, la fusione dello studio del canto dhrupad e della liuteria. Quando ho iniziato a costruire tanpura ho capito quanto questo strumento era importante e quanto era importante anche lo studio della musica per arrivare al suono che io volevo produrre. 

Spesso gli studenti occidentali di strumenti indiani dimenticano l’importanza della propedeuticità del canto indiano per la formazione nella musica indiana. Cosa ne pensi? 
La mia opinione è che ogni musicista, di qualsiasi strumento musicale, dovrebbe prima studiare il canto per poterlo poi riprodurre nel modo più vicino e adeguato possibile attraverso uno strumento musicale. È troppo superficiale studiare uno strumento senza prima passare dal canto.Io dico che ‘la voce deve suonare e lo strumento deve cantare’, quindi senza un adeguato studio vocale della musica indiana non credo che possa venire fuori un grande strumentista. Il mio passaggio al canto è stato importante perché ho capito senza che qualcuno me l'avesse potuto dire che il dhrupad poteva essere capito ed eseguito soltanto passando dal canto. Venendo dal sitar pensavo di passare a alla rudra vina come musicista, però ho capito che non era possibile questo passaggio diretto se prima non mi fossi dedicato al canto, alla pratica vocale, per questo appena è stato possibile ho iniziato la mia pratica con Ritwik Sanyal e ho capito che il dhrupad mi piaceva molto anche dal punto di vista vocale e che doveva essere approfondito. Ho cominciato, quindi, a studiare canto al Conservatorio di Vicenza con Amelia Cuni, che con molta pazienza mi ha insegnato davvero le basi del canto dhrupad e ha permesso che potessi anche innamorarmi di questa tradizione vocale, quindi non ho più sentito l'urgenza di passare alla vicitra vina oppure alla rudra vina, anche se non escludo in futuro che io mi possa dedicare anche a questo. L'incontro, poi, con Sayeduddin Dagar ha proprio spalancato questo grande interesse nei confronti della musica vocale e ho sentito quanto era prezioso, quanto era importante dedicarmi al canto. 

Oltre al tuo percorso vocale ti sei anche confrontato con alcuni di questi maestri e musicisti sul tuo percorso riguardo ai tuoi strumenti? Che tipo di feedback ti hanno dato?
 
Devo dire che Amelia Cuni ha provato un profondo interesse nei confronti della mia attività di costruttore di tanpura, soprattutto il modello ‘da viaggio’, essendo anche lei una cantante che si spostava molto aveva questa esigenza e quindi era entusiasta del fatto che finalmente qualcuno in Italia poteva costruire questo tipo di strumenti musicali, poi essendo lei una grande sperimentatrice era molto aperta nei confronti della mia forma di tanpura, delle mie sperimentazioni. Quando ha sentito il mio strumento è rimasta molto soddisfatta del suono e quindi lo portavo anche a lezione, ci accompagnava durante la nostra pratica. Invece i musicisti indiani non hanno mai espresso giudizi particolari, probabilmente perché c'è una forte chiusura nei confronti della sperimentazione nel campo della liuteria, ovvero verso questi strumenti che si discostano dalla tradizione. 

Normalmente gli indiani tendono a non esprimere eccessivo incoraggiamento in generale, ma è anche vero che se vedono un tanpura più piccolo senza zucca lo ritengono un po' di ripiego, è così?
Sì, lo ritengono di ripiego e ovviamente il legno non ha le stesse proprietà acustiche di una zucca come nel tanpura tradizionale, quindi non riproduce quella profondità di suono che può riprodurre un tanpura tradizionale. Tuttavia, ho mostrato il mio strumento a Sayeduddin Dagar, che mi aveva dato suggerimenti riguardo a come poter perfezionare il ponte, al quale teneva particolarmente, quindi è stato lui a insegnarmi come riprodurre la curvatura del ponte in modo da poter avere dallo strumento un suono pulito, stabile e lungo. 

Sei l'unico in Italia a costruire strumenti a corda indiani? 
Sì, fino a poco tempo fa il monopolio della vendita degli strumenti musicali era limitato a pochi importatori in Italia che cercavano di fare anche riparazioni. Io penso di essere l'unico che costruisce ad oggi strumenti di questo tipo qui, sono anche l'unico che prima di costruire uno strumento chiede al musicista che cosa vuole, che suono e che tipo di strumento vuole. In genere il musicista compra quello che c'è a disposizione cercando di "accontentarsi" di quello che c'è. A me piace dare la possibilità di poter personalizzare lo strumento, di avere uno strumento unico alla fine a disposizione. Inoltre, c’è il vantaggio che io studiando e praticando la musica indiana posso arrivare a quello che il musicista desidera. 
Purtroppo, l'interesse verso gli strumenti musicali indiani in Italia è limitato spesso, anche se non del tutto, a persone che sono poco disposte anche a investire sul suono e cercano di rimediare quello che trovano. Invece all'estero questa mentalità è un po’ meno diffusa. Un musicista professionista occidentale non ha problemi a spendere per il suo strumento musicale, perché se ha in mente un determinato suono, per lui è fondamentale avere quel suono e riprodurre quel suono nella sua attività, invece questo non si ritrova in chi si dedica alla musica indiana. Molto spesso non si tratta di professionisti, sono in genere amatori, oppure persone affascinate dal sound degli strumenti musicali indiani. 

Quale sarebbe la soluzione secondo te? 
Non esiste una soluzione se non la profondità della visione che nasce dallo studio, dalla pratica costante e più studi, più sei in grado di acquisire una sensibilità al suono e, quindi, puoi anche pretendere un certo suono e capisci quanto è prezioso avere a disposizione uno strumento serio e valido anche per la musica indiana. Mi sembra un atteggiamento più onesto nei confronti della musica e di una cultura che non è la nostra e va rispettata, come nei confronti di chi un giorno avrà voglia di ascoltarti. 

La tua formazione accademica, invece, come si è svolta e come ha influito sulla tua attività di liuteria? 
Dopo il diploma delle superiori ho fatto l'università 4 anni e lì ho studiato per diventare assistente sociale, mentre parallelamente portavo avanti lo studio musicale. Anche se il percorso non era direttamente correlato all'aspetto musicale, questa professione si basa sulla relazione tra persone e sono stato veramente fortunato perché ho imparato l'ascolto. C'era un lavoro di ascolto profondo a vari livelli, che mi ha aiutato perfino nell'ambito musicale, per questo è importante questo passaggio, dato che lo studio e la pratica musicale, come la costruzione degli strumenti musicali si basano tutti sull'ascolto, perché lo strumento va ascoltato, va capito per essere costruito, per essere modificato, per essere ricostruito, perché lo strumento subisce un'evoluzione nel tempo a seconda della sensibilità che il costruttore acquisisce con la pratica. Dopo ho fatto gli esami di stato, ho iniziato a lavorare nell'ente pubblico per 8 anni e parallelamente portavo avanti gli studi musicali e lo sviluppo della mia liuteria. Quella professione è cessata 5 anni fa e mi sono dedicato esclusivamente alla liuteria e allo studio del canto dhrupad. Però era interessante quanto l'una sosteneva l'altro. Io faccio fatica a vedere in un’ottica a compartimenti stagni, perché ci sono connessioni tra mondi anche molto diversi tra di loro, come potrebbe essere il mondo del servizio sociale, che si occupa di situazioni di disagio, rispetto alla musica. E c'è tutto un lavoro con la persona legato all'ascolto che è stato, dal mio punto di vista, sostenuto dalla musica, dal lavoro che faccio di ascolto sonoro, perché la musica fa sviluppare una sensibilità all'ascolto, alla percezione, alla comprensione degli eventi che io applicavo nel mio lavoro. Infatti, il mio modo di lavorare era molto diverso dal modo di lavorare dei miei colleghi che erano completamente estranei al mondo della musica. Quindi lo studio del canto e dei raga musicali in realtà culturalmente noi lo pensiamo associato ai musicisti professionisti che si occupano di fare solo quello, in realtà la musica è qualcosa che dovrebbe essere studiato da tutte le persone, perché la musica, e in particolare la musica indiana, permette lo sviluppo di una sensibilità all'ascolto, alla relazione, che diventa una benedizione all'interno di qualunque altra attività o lavoro uno svolga. 
Poi c’è stata l’esperienza al conservatorio con il senso di riunire una serie di studi e di interessi che avevo sviluppato nel corso degli anni autonomamente e anche in maniera dispersiva. Avevo visto nel conservatorio la possibilità di dare una direzione allo studio non solo musicale, ma anche della lingua sanscrita, della lingua hindi, quindi di dare una struttura che spesso magari quando uno, invece, fa le cose autonomamente non riesce fare in maniera adeguata. Quindi avere una persona che ti dà una direzione, che ti costringe a studiare determinate cose, che ti dà un percorso, allora lo vedevo come una possibilità di finalmente sviluppare quegli interessi che avevo, ma che non riuscivo a far fiorire autonomamente. Il conservatorio quindi è stato un'occasione di rifare tante cose che per me erano già importanti nella mia vita e poi è stato fondamentale ripartire da zero come in India e fare tutto il percorso di immersione della musica indiana dalle sue basi. Ho conseguito il diploma triennale presentando una tesi sul genere dhrupad e ho cercato di sviluppare una piccola ricerca sulle sue origini. Lo vedo come una pianta che ha tante radici che affondano in mondi non solo musicali, ma proprio culturali e sociali molto diversi. È molto complesso perché è la fusione di tanti mondi culturali messi insieme: quello islamico e quello induista. Con questa tesi mi sono dedicato alle radici vishnuite del canto dhrupad e allo sviluppo storico che ha avuto. Siccome il dhrupad viene presentato come qualcosa di mistico associato alla meditazione, ai Veda, ho scritto questa tesi anche per chiarire e per tracciare un percorso un po' più completo e realistico di quel che è successo, perché viene tutto mistificato... 

Certo, poi in realtà tutta la storia della musica indiana è stata riraccontata, riscritta, riformata, quindi sicuramente c'è parecchio da ragionarci. 
Ho fatto un viaggio in India anche per conoscere l’aspetto musicale dell'haveli sangeet, che è il vero background nel quale si è sviluppato il dhrupad. Nella mia tesi parlo delle connessioni che hanno riguardato lo sviluppo del genere dhrupad partendo dall'haveli sangeet, questo stile musicale per ora ancora vivo e presente in India. A Delhi mi sono confrontato con la studiosa Selina Thielemann che mi ha fatto conoscere musicisti di haveli sangeet. Lei stessa ha fatto un percorso nel dhrupad del Darbhanga gharana (scuola stilistica del dhrupad originaria del Bihar) che ha un repertorio che attinge a piene mani dall'haveli sangeet. Ma ci sono anche musicisti di khyal (l’altro genere classico della musica colta del nord India) che hanno preso tantissimo dall'haveli sangeet a mio parere. 

Parlaci del tuo interesse a costruire strumenti impiegati nella musicoterapia, fai degli strumenti particolari, oppure i terapeuti impiegano in qualche modo strumenti come il tanpura? 
Entrambe le cose, il tanpura è ormai entrato a far parte dell'armamentario di un musicoterapeuta e poi mi dedico alla costruzione di salteri specifici, che sono utilizzati nella musicoterapia, quindi che vengono utilizzati non tanto per motivi musicali, ma per aiutare la persona a mettersi in gioco con lo strumento e a prendere consapevolezza del proprio corpo. Uno strumento musicale è un sussidio estremamente valido, da questo punto di vista, perché davvero la persona è costretta a portare attenzione su di sé, sul proprio corpo e quindi a farlo funzionare in modo diverso, lo strumento trascina chiunque. Esistono questi salteri che stimolano le persone a esercitarsi sullo strumento, anche se sono prive di una conoscenza musicale. È un tramite importante tra il terapeuta e il paziente e l'impatto sonoro non lascia mai le persone inerti, il suono smuove sempre qualcosa all'interno della persona, quindi mi piace mettermi a disposizione anche di questo tipo di attività. Il tanpura viene adoperato, in genere, dal terapeuta, perché necessita di una conoscenza minima, anche soltanto per pizzicare le corde, quindi il terapeuta lo usa per creare un suono, una cornice sonora, o lo applica sul corpo delle persone per sfruttare la vibrazione, per stimolare delle reazioni, quindi attivare una nuova sensibilità della persona, mentre i salteri vengono utilizzati in maniera diretta dai paziente che sperimenta liberamente sullo strumento guidato dal terapeuta. 

Visto che abbiamo finora parlato di tanpura e hai accennato al sitar, alla vina, eccetera, raccontaci questi strumenti con parole tue, anche perché molti occidentali scambiano facilmente l’uno con l’altro e tutti i liuti indiani per il sitar. 
Beh, sì, la musica classica indiana è associata al sitar, che da quando è stato portato nel mondo culturale occidentale negli anni '60 è entrato a far parte della musica pop, è persino stato utilizzato da musicisti italiani, quindi è uno strumento che ha avuto molto più visibilità. 

Paolo Tofani degli Area si è dedicato al sitar … 
Paolo Tofani ha, poi, sviluppato anche un suo nuovo strumento musicale, uno strano tipo di vina. In effetti queste sonorità toccano il cuore di persone particolarmente sensibili, quindi è chiaro che un musicista di per sé di solito è una persona molto sensibile. Ci sono stati i musicisti italiani ed europei che hanno studiato la musica indiana e che magari hanno cercato di inserire gli strumenti musicali anche nella musica pop. Il sitar di solito è lo strumento che rappresenta l'India più della vina o più di un tanpura, anche se le persone vedono un tanpura o una vina pensano che sia un sitar. È un modo un po' superficiale per distinguere uno strumento musicale, però c'è una grande differenza tra i tre, sono strumenti completamente diversi, che svolgono ruoli completamente diversi. Il sitar e la vina sono strumenti melodici, quindi vengono usati per produrre una melodia, che può essere un raga se si sta eseguendo un pezzo classico indiano, oppure può essere una melodia qualsiasi occidentale. Mentre il tanpura non è uno strumento musicale effettivamente, perché non è in grado di produrre una melodia. Ha il ruolo di creare il contorno sonoro, lo spazio sonoro all'interno del quale si sviluppa un raga. Già questo è difficile da comprendere per una persona che è abituata al sistema musicale occidentale attuale. Diciamo che il ruolo del tanpura si avvicina di più al ruolo di alcuni strumenti della musica medievale europea, per esempio, che dovevano eseguire un bordone fisso. In genere, chi ha studiato musica antica europea è in grado di riconoscere il ruolo del tanpura più facilmente rispetto a chi ha studiato musica classica che risale al '600 in poi, dominata dal contrappunto e dalla polifonia. Il bordone è presente anche in alcune musiche popolari italiane, nel sud Italia e in Sardegna, in genere sono proprio questi musicisti che riescono a riconoscere il ruolo del tanpura e a differenziarlo rispetto a uno strumento melodico come il sitar o la vina o altri strumenti indiani. 

Quando devi selezionare i materiali per la costruzione degli strumenti indiani che realizzi, come procedi? 
Seguo il criterio adottato nella liuteria occidentale, quindi il legno deve essere stato stagionato adeguatamente, però, al contrario di molti strumenti musicali, il legno deve essere davvero perfetto, privo di difetti come nodi, muffe e altro. Il legname deve essere davvero di alto livello, poi per costruire strumenti indiani io cerco delle essenze, dei tipi di legnami il più possibile affini a quelli utilizzati nella liuteria indiana, se non possono essere i medesimi, come il mogano, il palissandro. Molti strumenti indiani sono costruiti in legno di tun (cedro rosso), ma non è importato in Italia e questo io lo sostituisco con un altro tipo di mogano che si chiama khaya, che ha la stessa fibra, la stessa struttura, lo stesso potenziale sonoro, oppure con un legno di cedro tropicale. 

Sono legnami che assomigliano moltissimo al legno di tun e hanno la capacità di riprodurre il suono in maniera pressocché identica a quello. Il legno di tun è utilizzato perché è autoctono e quindi molto economico e facile da reperire, però non arriva in Italia. In genere, comunque, il legno di mogano o quello di cedro sono ottimi come materiale costruttivo. Il palissandro ha subito delle forti restrizioni, quindi non è più possibile costruire strumenti in palissandro, se non piccole parti. In India non è più consentito utilizzare, per esempio, l'osso per i ponti, mentre qui è ancora reperibile, si può utilizzare sia l'osso, sia il corno, come nella tradizione indiana, anche se non è corno di sambhar (cervo indiano), è corno dei nostri cervi. E poi utilizzo delle vernici naturali come nella liuteria occidentale, al contrario della stragrande maggioranza dei liutai indiani che utilizzano delle lacche con componenti chimici di produzione industriale. Preferisco evitare decorazioni in celluloide per motivi ecologici e preferisco utilizzare il legno anche per le decorazioni, oppure lasciare lo strumento più sobrio possibile. 

Riguardo alla differenza tra la zucca e il legno, visto che tu costruisci entrambi i tipi di tanpura senza e con zucca di risonanza, dicci la tua esperienza nelle due opzioni. 
Costruire uno strumento tradizionale, quindi dotato di una zucca di risonanza al posto di una cassa di risonanza di legno, comporta più tempo, necessita di più attenzione e lavoro, mentre costruire uno strumento completamente in legno permette anche di risparmiare tempo e di avere uno strumento più economico se viene costruito qui. Rimangono, comunque, le stesse problematiche, ovvero che uno strumento con la zucca è uno strumento molto delicato e quindi deve essere conservato, maneggiato, trasportato in un determinato modo. Ha un volume molto più grande e quindi è più scomodo, considerato il fatto che i musicisti sono anche dei grandi viaggiatori, secondo me era importante sviluppare uno strumento di dimensioni leggermente più ridotte, più compatto e meno voluminoso, con un sound di alta qualità, anche se magari senza quella profondità che permette una zucca. Quindi i miei prodotti cercano di rispettare questi criteri, anche se io stesso preferisco un tanpura costruito con la zucca, che però ha dei costi di produzione diversi rispetto a uno strumento costruito in India. Io seguo certi criteri che rispettano quelli della liuteria tradizionale occidentale, quindi ci sono standard lavorativi molto molto diversi, che non tutti riescono a cogliere e apprezzare. 

Come reperisci le zucche adatte per gli strumenti?
 
Su questo aspetto sono molto limitato perché qui le zucche che si utilizzano per gli strumenti musicali indiani non si coltivano. Ossia, ci sono, ma qui non possono raggiungere le dimensioni necessarie per gli strumenti indiani. Esiste lo stesso tipo di zucca decorativa, però arriva a una dimensione molto ridotta, servirebbe un clima diverso per farla crescere delle dimensioni sufficienti, quindi io le ho prese durante un viaggio in India e le ho spedite qui. Adesso sto sviluppando insieme a un amico la possibilità di realizzare la cassa di risonanza a forma di zucca, però utilizzando altri materiali e cercando di arrivare alle stesse caratteristiche acustiche per superare il limite della reperibilità. 

Sono zucche che in india vengono chiamate lauki e in inglese gourd (in italiano cocozze o zucche a fiasco), vero? 
Sì, il nome scientifico è Lagenaria siceraria, ma vengono chiamate anche calabash, perché anche in Africa si usano le zucche di risonanza per gli strumenti a corde come la kora e anche a percussione tipo gli xilofoni. Qui da noi sono molto piccole non crescono molto, perché penso che questa pianta abbia bisogno di molto più caldo e molta più acqua e umidità di quella che noi abbiamo. Volevo anche coltivarle, però avrei bisogno di una serra per sviluppare questa pianta e non ho la possibilità di farmi una serra, anche perché sono piante che si sviluppano, anche dal punto di vista spaziale e occupano spazi veramente vasti. Per averne una buona, dovrei almeno coltivare 10-20 piante di quel tipo, per averne 2-3 adeguate avrei bisogno di una serra di 1000 metri quadrati... Una cosa interessante è che i liutai hanno i loro agricoltori di riferimento che si tengono stretti. Se le trovi, le devi trovare tu per caso, altrimenti non ti danno queste informazioni naturalmente. 

Hai detto che la tua impostazione è quella della ricerca soprattutto acustica più che estetica, però ovviamente anche tu avrai una tua estetica di riconoscibilità del tuo stile. 
A parte quello che hai già detto, ci sono altre caratteristiche che distinguono i tuoi strumenti?
 
Sì, cerco di far sì che lo strumento rimanga più sobrio possibile, anche i colori che utilizzo sono colori naturali, oppure lascio lo strumento del colore del legno, mi piace molto utilizzare l'osso per le proprietà acustiche, in particolare per i ponti e ponticelli, perché secondo me è più adeguato rispetto al legno, all'ebano, ad esempio, che viene utilizzato attualmente per la costruzione degli strumenti in India. Per quanto riguarda le decorazioni in legno preferisco che siano molto ridotte, anche nel caso di sitar o tanpura, perché comunque gli elementi aggiunti alla tavola armonica o alla zucca non permettono allo strumento di vibrare adeguatamente, quindi per avere un suono più ottimale possibile io suggerisco sempre che ci siano meno decorazioni. Uno strumento meno decorato di solito è in grado di vibrare meglio, anche se magari esteticamente alla vista può sembrare molto semplice, anche meno affascinante, però è il suono quello che deve essere la priorità nella musica. Tutti i miei strumenti hanno una forma che ho pensato e progettato io, non replico forme di altri strumenti musicali, quindi tutti i tanpura, di qualsiasi tipo, che costruisco hanno una forma che è mia, che ho adottato io. 
 
Quindi anche per quelli più tradizionali con la zucca? 
Sì, anche quelli con la zucca hanno un design che non hanno altri strumenti musicali tradizionali classici. Il mio tipo di design ha sia motivazioni estetiche, sia di esigenze acustiche, ma è anche per differenziare i miei strumenti. 

Un’altra distinzione è che tu scegli di usare un pirolo metallico piuttosto che quello in legno come si trova negli strumenti indiani, vuoi spiegarci questa scelta? 
È una scelta legata al fatto che nei piroli le meccaniche metalliche sono molto più precise, sicure e durevoli nel tempo, non danno i problemi di un pirolo di legno e quindi sono molto più precise, anche perché i piroli di legno una volta che vengono tirati, vengono impiantati nello strumento e non dovrebbero essere mai mossi e invece la meccanica permette un aggiustamento, non si logora con l’utilizzo, mentre i piroli di legno una volta che raggiungono la tensione devono essere piantati e non dovrebbero essere più toccati. È sbagliato muoverli in continuazione perché non raggiungi l'intonazione che desideri, non sono nati per questo, sono piroli che devono essere girati finché si arriva alla tensione per essere quindi piantati, mentre la regolazione fine avviene con la perlina all’altra estremità della corda. 
Le meccaniche, invece, si possono girare perfezionando la posizione senza che si rovinino, senza che la corda si rovini e non c'è neanche bisogno di questi regolatori esterni di osso (perline). L'unico difetto della meccanica del tanpura è che non risuona, mentre il pirolo di legno risuona insieme allo strumento. Questo è l'unico difetto nelle meccaniche di metallo. Per esempio, il grande sitarista Ravi Shankar nell'ultimo periodo della sua vita utilizzava un sitar più piccolo che aveva le cikari regolate con le meccaniche di metallo. Le cikari, le corde di bordone che corrono lateralmente nel sitar, sono difficili da intonare, sono quelle acute che danno la pulsazione… Quindi il suo sitar aveva per queste due cikari delle meccaniche, invece per le altre aveva i piroli di legno. Per me è molto importante il lavoro di personalizzazione ai bisogni sonori, musicali, ma anche alle disabilità fisiche del musicista, quindi un tanpura da viaggio, come i miei così leggeri, semplifica la vita. 

C’è qualche richiesta particolare che ti è stata fatta nella costruzione di qualche strumento della quale vuoi parlarci? 
Mah, quello che mi stupisce ogni volta è che le persone rimangono stupefatte, quasi in difficoltà, di fronte alla possibilità di costruire uno strumento personalizzato. Per gli strumenti indiani di solito il musicista compra quello che c'è e quindi, davanti alla possibilità di poter scegliere, talvolta capita che la persona invece che sentirsi facilitata quasi si senta a disagio, perché non sa neanche cosa chiedere... non è abituata a poter decidere il proprio strumento. Spesso ci vuole molto tempo, anche settimane, per riuscire a definire insieme lo strumento musicale, proprio perché la persona è abituata in questo campo ad adeguarsi a quello che c'è e questo mi stupisce ogni volta! Invece hai consigli particolari per chi già possiede questo tipo di strumenti? Come si mantiene bene uno strumento? È importante che lo strumento sia al riparo dall'umidità, dagli sbalzi di temperatura, quindi è utile mettere lo strumento dentro a un sacchetto di plastica che può salvare dalla polvere, dall'umidità che affligge il legno spesso anche in maniera seria. E gli sbalzi di temperatura sono da evitare proprio perché possono modificare davvero le caratteristiche acustiche dello strumento e danneggiare il legno, che comunque è un materiale fragile, anche se sono legni specifici e pregiati. 
Quindi non vanno mai tenuti vicino a termosifoni, esposti alla luce solare né ad aria fredda. Le corde vanno sostituite periodicamente, oppure si deve essere in grado di pulirle bene. La custodia è molto importante, lo strumento dovrebbe rimanere nella custodia quando non è utilizzato. Questi sono i principi base. Poi, per quanto riguarda gli strumenti melodici come sitar e rudra vina, a parer mio non dovrebbero essere mai appesi alla parete, dovrebbero rimanere posizionati orizzontali su un fianco, perché comunque sono strumenti particolarmente tesi dalle corde, quindi il legno si trova sempre in una situazione molto critica di forti tensioni. Il tanpura può stare in piedi perché, avendo solo 4 corde, non è soggetto alle tensioni di un sitar, che ne ha 18-20, oppure di una vina. E soprattutto, per quanto riguarda gli strumenti tradizionali, i piroli dovrebbero essere sempre controllati, soprattutto quelli di legno, perché si usurano ruotandoli, col tempo si usurano e devono essere risagomati periodicamente, altrimenti possono allentarsi in qualsiasi momento. 

Sì a volte si vede qualcuno al quale si sono mollati completamente, non fanno più attrito In pratica... 
Sì, è molto importante tenere sotto controllo questo aspetto dello strumento e non avere paura di farlo riparare da qualcuno, di spendere dei soldi e di non cercare dei rimedi leggendari per risolvere il problema. Inoltre, molte persone inesperte che vogliono uno strumento indiano non sanno cosa acquistare e dovrebbero consultarsi con un esperto prima di acquistare, ma molto spesso questo non accade e si ritrovano strumenti che magari dopo un po' non funzionano bene. Questo è molto brutto anche perché fa perdere motivazione e voglia di praticare e alla fine si abbandona... L'arte ispira l'arte, quindi se tu non hai in mano un prodotto di buon livello, a meno che uno non sia davvero motivato e abbia delle risorse personali di rilievo, non sarà mai ispirata a praticare e a sviluppare una sensibilità al suono rigorosa. 

C’è qualche progetto particolare che stai seguendo nella tua attività di liutaio e che vuoi condividere con noi? 
In cantiere c'è una rudra vina che sto elaborando, ma non so esattamente quando sarà finita, quindi non ne ho ancora parlato, anche per mantenere una certa sacralità, perché è un lavoro molto complesso e non so effettivamente come e quando verrà completato. Comunque, sì, il sogno è quello di realizzare la vina, una rudra vina e la vicitra vina. C’è, poi, uno strumento che ho sempre sognato di realizzare e al quale ho dato il nome di sursangh, ossia uno strumento ibrido nel quale si uniscono due strumenti, il tanpura portatile indiano e il salterio occidentale. Non è da confondere con lo swarmandal (piccolo salterio indiano) che, invece, è un salterio di un altro tipo. 
Il sursangh meriterebbe una sessione a parte per descriverlo, è uno strumento ibrido nel quale si intrecciano proprio due mondi musicali diversi, anche due mondi tecnologicamente diversi. 

E questo è pensato come strumento solista o da bordone? 
È pensato come strumento solista, che comprende il tanpura nel suo ruolo tradizionale unito al salterio occidentale. Il secondo permette uno sviluppo melodico vero e proprio come, invece, non è possibile sullo swarmandal, ad esempio, e quindi vi è l'unione di questi due tipi di suoni. Ho visto che è molto apprezzato in varie situazioni e può essere utilizzato in vari contesti anche molto diversi tra di loro, perché ha una notevole gamma espressiva e musicisti provenienti da vari stili e generi musicali si sono applicati su questo strumento riuscendo tutti a generare una musicalità diversa, che si adatta al background musicale di ognuno. Apparentemente, si presenta in maniera molto semplice, ma non c'era fino ad oggi. Realizzare il sursang è stata una conquista per me, perché sono riuscito a unire due mondi culturali diversi e per questa ragione può essere usato in molti contesti differenti. 

 C’è modo di sentire questo strumento? 
Al momento ancora no, io sto facendo delle registrazioni, dove suono proprio lo strumento per farlo conoscere. Non l’ho ancora pubblicizzato ufficialmente, quindi non è noto, però spero che venga apprezzato nel momento in cui verrà ascoltato. L'ho utilizzato privatamente e spero di riuscire a promuoverlo adeguatamente. 

Lo usi per fare musica indiana oppure in altri contesti? 
Questo strumento si suona come fosse una cetra, con le dita, però lo strumento è pensato per produrre i suoni delle scale dei raga, quindi io produco una musica che tecnicamente potrebbe rientrare nella musica occidentale, però con il tanpura come bordone improvvisando con i suoni dei raga, non eseguo i raga, non seguo i principi e le regole del loro sviluppo, che è, invece, quello che faccio quando canto... Questo strumento è un ibrido proprio perché si usano i suoni di determinati raga e si sviluppa, però, un'improvvisazione libera. 

Marged Trumped

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