Marco Rovelli & l'Innominabile – Portami al confine (SquiLibri, 2020)

Intellettuale eclettico in grado di muoversi attraverso territori differenti dalla musica alla saggistica per toccare il giornalismo e la poesia, Marco Rovelli è una delle voci più interessanti e profonde della cultura italiana, avendo realizzato non solo diversi volumi pregevoli di taglio politico, ma anche una serie di ottimi lavori discografici tra cui vale la pena citare l’ottimo “Tutto Inizia Sempre” del 2015 e “Bella una serpe con le spoglie d’oro. Omaggio a Caterina Bueno” del 2018. A distanza di due anni da quest’ultimo lo ritroviamo con “Portami al confine”, un concept album che ruota intorno al tema più che mai attuale dei confini, quelli nazionali e politici che non esistono per chi crede che la patria sia il mondo intero, ma anche quelli di chi vuole chiuderli e difenderli da presunti invasori. Confini sono anche quelli dei rapporti personali, la linea di demarcazione che divide gli esseri umani, il filo rosso che separa il pubblico dal privato e ciò che divide la vita e la morte. Significativa in questo senso è anche la copertina del grande artista cileno Alfredo Jaar con l’immagine neon che recita “I can’t go on, I’ll go on”, ovvero la frase che conclude “L’innominabile”, romanzo di chiusura della Trilogia di Samuel Beckett. E, dunque, il mesaggio che ci lancia Rovelli è che se mai come in questo momento storico non possiamo andare avanti, allora andiamo avanti! Non è possibile fermarsi, ma è necessario continuare a correre e ad andare avanti! A differenza dei precedenti lavori, tutti prettamente acustici, questo disco presenta un sound elettrico e tagliente guidato dalla chitarra-drone di Paolo Monti e sostenuto dal basso di Rocco Marchi e dalla batteria di Massimiliano Furia, mentre al violoncello di Laura Vecoli spetta il compito di impreziosire il tutto. Insomma da cantautore fuori dagli schemi, Rovelli ha confezionato un sound non convenzionale, perfetto nel valorizzare la sua scrittura profonda e densa di addentellati letterari. Ad aprire il disco è “Beckett”, brano emblematico per comprendere a fondo tutto il concept e nel quale spicca il verso ripreso dallo stesso scrittore: “Ho sempre provato/Ho sempre fallito/proverò ancora/fallirò ancora/fallirò meglio”. Da Samuel Beckett si passa a Joseph Conrad di “Cuore di tenebra” nella quale si intersecano immagini di guerre presenti e passate, ma è con “La domenica della vita”, splendida canzone d’amore che si tocca il vertice del disco tra richiami al romanzo omonimo di Raymond Queneau e rimandi alla filosofia hegeliana. La malinconica “I buffi di cuore” e “Tempo rubato” sulle dure condizioni di lavoro a cui sono sottoposti ancora molti ci conducono ad un altro vertice del disco “Chiara dorme” una canzone dal taglio quasi onirico in cui sogno e realtà sembrano confondersi. Se “Nanà”, ispirata all’omonimo romanzo di Zola, offre una riflessione sulla società capitalistica, la successiva “Il povero Cristo” è il ritratto di un uomo che sembra essere il negativo fotografico del Cristo dei Vangeli. Si prosegue con la metafora sulla caducità della vita de “La Neve” e la storia dell’eccidio partigiano di “43” per toccare la ballata “Io ti scrivo” e “Il paese guasto” che è un ritratto senza mezzi termini della situazione politica e sociale dell’Italia attuale. “Il muro di Idomeni” in cui vengono denunciate le dure condizioni dei campi in cui vengono ospitati i migranti e l’inno antimilitarista “Al Confine”, legato all’esperienza di Rovelli in Kurdistan ci accompagnano verso il finale in cui spicca il duetto con Claudio Lolli ne “La Giacca”, ultima registrazione in studio dell’indimenticato cantautore bolognese. 



Salvatore Esposito

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