Italian Sounds Good: Beppe Dettori & Raoul Moretti, Geddo, Anthony, Savage, Pia Tuccitto, Mons, 10HP, I problemi di Gibbo

Beppe Dettori & Raoul Moretti – (In)Canto Rituale – Omaggio a Maria Carta (Undas Edizioni Musicali, 2020) 
A breve distanza dalla pubblicazione di “S’Incantu e Sas Cordas”, si rinnova la collaborazione tra Beppe Dettori, ex frontman dei Tazenda, e l’arpista italo-elvetico Raoul Moretti con la pubblicazione di “(In)Canto Rituale - Omaggio a Maria Carta”, album tributo al repertorio tradizionale sardo dell'indimenticata voce di Siligo. Si tratta di un lavoro che affonda le radici lontano nel tempo, quando Dettori, in un marzo di quaresima del 1975, scoprì la straordinaria voce di Maria Carta che, qualche anno più tardi, catturò anche Moretti, schiudendogli le porte della Sardegna. Rispetto al lavoro precedente che cristallizzava una performance del duo dal vivo, questo nuovo album mette ancora meglio a fuoco l'incontro tra corde e voce, declinato in una originale cifra stilistica che si muove tra tradizione ed innovazione. Registrato nello studio Tangerine sa Pedra nella periferia di Sassari, da Federico Canu con Giovannino Porcheddu di Undas, il disco raccoglie otto brani di cui sette tradizionali dal repertorio di Maria Carta e l'inedito "Ombre", tratto dalla poesia che apriva il libro "Canto Rituale" pubblicato nel 1975. L'ascolto si apre con le riletture di due canti religiosi lo "Stabat Mater", nella quale fanno capolino i versi di una poesia moderna e l'Ave Maria Sarda "Deus Ti Salvet Maria" che si snoda tra la prima parte dall'incedere solenne alla seconda più leggere e tenue dalle lontane reminiscenze irish. La già citata "Ombre", il cui testo firmato dalla stessa Maria Carta racconta della sua infanzia, ci introduce al ballu tundu "A bezzos de iddha mia" in cui spicca l'intro con il loop di arpa suonata con l'archetto. Se "In Su Monte Gonare" vede dialogare chitarra e arpa per poi sfociare nelle contaminazioni Qwali e Hindi, la successiva "Ballu" e "La Corsicana" riportano al centro il ritmo del ballo per schiuderci le porte alla conclusiva "No Potho Reposare", brano tra i più noti della tradizione sarda e qui proposto con grande trasporto del duo. Insomma, “S’Incantu e Sas Cordas” è un disco realizzato con dedizione e dall'ascolto piacevole, ma ci piace pensare che gli ascoltatori possano riscoprire grazie ad esso i dischi di Maria Carta.

Geddo – Fratelli (Music FC, 2020) 
Fattosi conoscere al grande pubblico con dischi come "Non sono mai stato qui" del 2014 e "Alieni" del 2016 e vincitore di numerosi premi discografici, Geddo torna a far sentire la sua voce con "Fratelli", quarto album in carriera nel quale ha raccolto tredici brani inediti nei quali è andato alla ricerca di quelle affinità che rendono complici le persone, e ciò in risposta all'odio e alla frustrazione dei nostri giorni. Si tratta di un disco pervaso da buone vibrazioni e positività che suona come un invito ad essere consapevoli delle tante cose belle che ci circondano. Registrato all’Actone recording studio di Albenga, l'album vede la partecipazione al fianco di Geddo di un ristretto gruppo di strumentisti composto da Matteo Ferrando alla batteria, Dario La Forgia al basso e Mauro Vero alle chitarre, ai quali si sono aggiunti per l'occasione diversi ospiti, tra cui, Fabio Biale, Paolo Bonfanti, Federico Sirianni, Alberto Visconti e Folco Orselli. Ad aprire il disco è la gustosissima "Su la Testa" in cui con Geddo duettano Folco Orselli, Federico Sirianni, e Alberto Visconti dando vita ad una sorta di inno corale sulla vita e il fare musica insieme. Se nel rock-blues "Parlandone da vivo", primo singolo estratto dal disco, spicca la chitarra di Paolo Bonfanti, nella successiva "Differenze" brillano il violino Fabio Biale e la voce Nico Ghilino. Si prosegue con il rock euforico di "Come un pazzo" nella quale fanno capolino la voce di Lorena De Nardi e la tromba di Raffaele Kholer e la cartolina dalla riviera ligure "Fino all'alba". Con "Resta" il disco vira verso atmosfere più riflessive per riprendere energia con "A colpi di Karate", guidata dall'hammond e dal piano Rhodes di Sergio Cocchi. La canzone contro l'odio "La guerra tra poveri" nella quale ritroviamo il violino di Fabio Biale e la chitarra di Paolo Bonfanti, ci introduce alla bella sequenza con il duetto con Roberta Carrieri in "Condominio terzo piano scala B", le canzoni d'amore "Perdersi" e "Anna vorrei" e l'introspettiva "La tua finestra". "Amore tra parentesi" con gli archi di Rossano Villa e la chitarra di Mauro Vero chiude un ottimo album da ascoltare con attenzione. 

Anthony – Walking On Tomorrow (Autoprodotto, 2020) 
Chitarrista e cantautore milanese, Anthony ha alle spalle un lungo percorso astistico, speso tra diverse esperienze come quella con i Night Road, e culminato nel 2013 con la decisione di concentrarsi sulla sua attività come solista. Pian, piano ha preso corpo e forma "Walking On Tomorrow", il suo album di debutto pubblicato inizialmente come demo nel 2017 e uscito in versione definitiva quest'anno. A riguardo il cantautore milanese afferma: "Pubblicare una versione di DEMO è stato un test fortemente, in quanto i suoni molto live e che non avessero una cura dettagliata come avviene invece in un album, rappresentavano una vera e propria sfida. A settembre 2018 è poi arrivata la produzione dell’album vero e proprio. Come è normale aspettarsi da un disco, la qualità di registrazione, di mixaggio e mastering cambia completamente". Composto da undici brani, il disco è una sorta di diario in musica in cui si intrecciano esperienze personali, sogni, passioni e riflessioni, incorniciate da un approccio sonoro che abbraccia rock, hard rock e heavy metal. L'ascolto scorre piacevole tra incursioni nelle sonorità rock'n'roll fifties come la trascinante "American Dream" alla trascinante "Sweet Hell" in debito di ispirazione con i Guns 'n Roses, dall'hard rock di "I Want Lie" e "Run Oh My Baby" alla intensa "The Old Witch" per toccare le atmosfere dark di "Your Eyes" con qualche eco alla Alice Cooper e la delicata "My Light Found in the Rain”. Vertice compositivo del disco è “Scathing Time” in cui spicca un assolo vecchia scuola dello stesso Valentino e che chiude una buona opera prima il cui pregio è la genuina ingenuità classica degli esordi. 

Savage – Love And Rain (DWA Records, 2020) 
Quanti sono cresciuti con la musica degli anni Ottanta certamente ricorderanno Savage e il grande successo che eebero i suoi singoli "Don't Cry Tonight" e "Only You" che lo proiettarono tra i principali esponenti di quella che fu definita Italodisco. Dopo l'unico Lp pubblicato nel 1984, a partire dagli anni Novanta, si è dedicato all'attività di produttore e firmando una serie di hit per artisti come Corona, Alexia, Double You e ICE MC, senza contare la collaborazione con Zucchero che fruttò il singolo "Baila Morena". A distanza trentasei anni dal suo debutto discografico, Savage torna con "Love And Rain" disco "guitar free" nel quale canzoni d'amore e riflessioni introspettive si sposano con sonorità elettropop in cui gli archi incontrano beat elettronici e synth. Se in apparenza potrebbe non allettare l'idea (e il rischio) di ascoltare un revival della dance degli anni Ottanta, l'ascolto è al contrario piacevole e spensierato con brani che si dipanano tra le atmosfere romantiche dell'ouverture "Every second of my life" al pop dell'elegante "Don’t say you leave me" per toccare i ritmi ballabili del singolo "I love you" e "Italodisco", fino a giungere alle atmosfere scure di "Lonely Tonight" e la canzone d'amore pianistica "Remember Me". Nella seconda parte il disco vira dapprima verso le intersezioni industrial di "In My Dream", per poi allegersi con la divertente "80 Musica" e la dance di "Over the rainbow" e "I'm Crazy For You". Completano il disco le ballete "Alone" e "Your Eyes", la versione estesa dell'iniziale "Every second of my life" e la nuova versione in chiave pop sinfonico di "Only You". 

Pia Tuccitto – Romantica Io (Autoprodotto, 2020) 
Laureatasi al DAMS con una tesi sul rock al femminile e segnalatasi durante l’edizione del 1993 del Festival per Voci Nuove di Castrocaro nel 1993, Pia Tuccitto ha incrociato gran parte del suo percorso artistico con Vasco Rossi con il quale ha condiviso il palco sia come ospite sia come supporter per otto anni, oltre a firmare per lui “E..”, inserita in “Buoni o Cattivi” del 2004. Dopo aver mosso i primi passi in ambito discografico con i singoli “Ciao Amore” del 2001 e “Quella Vispa di Teresa” del 2003, nel 2005 ha dato alle stampe il suo disco di debutto “Un Segreto Che” a cui ha fatto seguito “Urlo”, prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi e in parallelo sono arrivate anche le collaborazioni come autrice per Patty Pravo e Irene Grandi. A distanza di dodici anni dal suo ultimo lavoro discografico, la ritroviamo con “Romantica io”, terzo album in carriera prodotto  insieme a Luca Bignardi e Frank Nemola e nato a coronamento di un lungo periodo in cui ha Pia Tuccitto portato in scena lo spettacolo “ioelei”, realizzato con Federica Lisi. Accolti dalla copertina che raffigura il personaggio de La Rocker disegnato dalla cantautrice e che ne rappresenta una sorta di avatar, il disco si compone di undici brani, tra più recenti e altri già pubblicati in un Ep di qualche anno fa, e presenta un sound rock dal taglio melodico che si accompagna perfettamente alle liriche dirette ed essenziali dei testi. Aperto dal crescendo rock della title-track in cui la Tuccitto canta della sublimazione dei sentimenti, il disco entra nel vivo con l’elettro-acustica “Come nei films” in cui al centro c’è l’amore immaginato, e le chitarre distorte di “Com’è bello il mio amore”. Si prosegue prima con la riflessione su ciò che ci ferisce in un rapporto di coppia di “Perché tutto muore” e, poi, con la trascinante “My Radio” il cui ritornello ci rimanda a certe atmosfere dell’ultimo Vasco Rossi. La già citata “E…” per la prima volta incisa dall’autrice, ci schiude le porte alla bella sequenza con “Tu sei un sogno per me”, “Sto benissimo” e “Stupida per te” che ci accompagnano verso il finale con l’istantanea “Quante volte sono da sola con te” che descrive la delusione amorosa e gli echi di brit-pop di “7 Aprile” che chiude il disco. 

Mons – Non può piovere per sempre (Up Stage, 2020) 
Nati nel 2015, I Mons sono un quintetto rock di base a Grugliasco (To), composto da Marco Capitanio (voce), Alessandro Crupi (chitarra e voce), Marco Garbarino (basso e voce), Alessandro Alloj (batteria e tastiere), Andrea Colombo (chitarra, synth e ableton live). Dopo aver mosso i primi passi come cover band, a partire dal 2016 il gruppo ha cominciato a lavorare su brani originali per approdare successivamente ai principali contest nazionali, oltre che esibirsi in tutta Italia. A corollario di questo percorso, arriva “Non può piovere per sempre”, disco di esordio che raccoglie sei brani, caratterizzati da un moderno approccio al pop che vede incrociarsi echi di hip-hop, R’n’B e rock che si reggono sull’asse melodico costruito da tastiere e chitarre clean. Dal punto di vista dei testi, l’album ruota intorno a temi come la perdita, l'insicurezza e la precarietà, ma cantate come dalla prospettiva di chi riesce a reagire e a sperare anche nei momenti peggiori. Si ascoltano, così, brani come la trascinante “Quattro quarti” che apre il disco, le intersezioni con l’hip-hop di “Niente di che”, la riflessiva “Fiato Corto” e il rap di “Scappa”, ma è sul finale che arriva il meglio con “L’ultima volta” e “Nessuno sente”, due brani dal grande appeal radiofonico e che, in nuce, lasciano intravedere un futuro da classifica per il quintetto torinese. 

10 HP – Mantide (Autoprodotto, 2020) 
Trio rock composto da Giacomo Di Cara (Voce e basso), Nicola Merlisenna (Chitarra e cori), Leonardo Brucculeri (Batteria), i 10HP nascono nel 2005 nell’entroterra siciliano e, due anni dopo, debuttano con “Verde, Bianco e…Rock” a cui segue un lungo periodo di partecipazioni a contest rock, culminato con la partecipazione al 62° Festival di San Remo nella categoria giovani. Il loro nuovo disco “Mantide” è una sorta di concept album sul senso della vita e le difficoltà che si incontrano nel districarsi tra mille prove a cui la ragione e la lucidità sono sottoposte durante la vita. Dal punto di vista musicale, a caratterizzare l’album è un sound pop-rock diretto ed essenziale nel quale l’utilizzo l’utilizzo di chitarra, basso e batteria si accompagna a qualche incursione nei territori dell’elettronica. Piacciono, così, l’energica “Figli della luna” che apre il disco, l’introspettiva “Se bastasse un segno” e “Hai già venduto l’anima?” in cui i 10HP si chiedono fino a che punto l’uomo è disposto a vendersi pur di avere denaro e successo. Se “C’è un mondo” è una sarcastica critica sulla televisione e sui social, la title-track è il ritratto di una donna che non si fa scrupolo di divorare il proprio compagno. L’epico viaggio dell’Odissea evocato ne “Il Sogno di Ulisse” e l’invito a mettersi in discussione di “Sotto una luce nuova” ci accompagnano verso il finale con la metafora del viaggio interiore de “La mia ragione brucia” e il ritratto di una giovane ragazza de “Nella stanza di Chiara”. L’inquietudine del dubbio cantata nella trascinante “Forse” chiude un disco di ottima fattura che rappresenterà certamente la base di partenza per il prosieguo futuro dell’esperienza del gruppo.  

I problemi di Gibbo – Sai dirmi perché? (Autoprodotto, 2020) 
Il progetto I problemi di Gibbo” nasce nella primavera del 2017 dalla collaborazione tra Stefano Gibertoni (voce e chitarra acustica) e Daniele Prandi (batteria), due strumentisti delle colline intorno a Reggio Emilia, accomunati dalla passione per il cantautorato italiano e l’indie-folk americano e dal desiderio di produrre brani originali. La formazione ben presto si è allargata con gli innesti di Alessandro Stocchi (chitarra elettrica) e a Carlotta Gibertoni (cori e basso synth) e grazie all’incontro con Luca Serio Bertolini (Modena City Ramblers) ha preso vita il disco di debutto “Sai dirmi perché”, registrato al VoxRecording Studio da Andrea Fontanesi, nel quale hanno raccolto sette brani originali in cui cantano della fragilità e della frenesia che caratterizza la società moderna e che ha ricadute inevitabili anche nei rapporti interpersonali. Dal punto di vista sonoro il disco presenta un sound elettro-acustico in cui le chitarre, sintetizzatori ed arpeggiatori guidano le linee melodiche sul tappeto ritmico intessuto dal basso synth, e sostenuto dalla batteria di Prandi. L’ascolto scorre piacevolmente facendoci apprezzare il gusto pop che permea brani come “Tutto il mondo”, “#Buonumore” e “Come tu mi vuoi” nelle quali spiccano i ritornelli ad uncino, ma anche le più riflessive “Superman” e “Smettere di Fare”, ma la vera chicca del disco è “Solo rosso”, bell’adattamento in italiano di “All System Red” dei Calexico. Insomma, buona la prima!

 

Salvatore Esposito

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