Bab L’Bluz – Nayda! (Real World, 2020)

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La reiterazione melodico-ritmica del liuto guimbri, la propulsione delle nacchere metalliche qraqeb, la penetrante vocalità zaghroutah che interseca il canto di denuncia della corruzione («Benvenuti nella verità che si può dire senza paura»), gli armonici di flauto e i riff chitarristici d’atmosfera desert blues plasmano “Gnawa Beat”, l’incalzante track che apre Nayda!, debutto del formidabile quartetto marocchino-francese Bab L’Bluz, prodotto per la prestigiosa Real World. In arabo “Bab” significa portale, “Bluz” rimanda, naturalmente, al blues e alla sua presunta genealogia africana. Con “Nayda!” i quattro spargono i frutti della loro elettrizzante mezcla in cui confluiscono ritmi gnawa, musica chaabi e hassani, elementi berberi e subsahariani che incontrano, felicemente, funky, rock e blues («Più di ogni altra cosa siamo una rock band», dichiarano). In darija, dialetto arabo-marocchino, “Nayda” significa “sollevati” ma anche “divertiti” ed è il nome del movimento artistico e culturale giovanile emerso in Marocco intorno al nuovo millennio. La frontwoman della band formatasi a Marrakech nel 2018 è la carismatica e determinata Yousra Mansour (voce, awisha, percussioni e guembri), cresciuta nella città di El Jadida sulla costa atlantica ascoltando la diva libanese Fairouz, la musica gnawa della vicina Essaouira, ma anche Janis Joplin, Oumou Sangaré ed Erykah Badu. Ha accanto il co-fondatore Brice Bottin (guembri, chitarra, percussioni e cori), Hafid Zouaoui (batteria e cori) e Jérôme Bartolome (flauto, percussioni e cori). 
Vedova di gran temperamento e insegnante, la madre di Yousra ha incoraggiato la figlia a seguire i propri sogni, benché all’inizio non sia stato per niente facile realizzarsi nell’ambiente in cui viveva, dice Yousra: «C’era resistenza perché ero femmina [ma] nell'ultimo decennio le cose sono lentamente cambiate. Però, l’ingiustizia continua ovunque: ci sono corruzione, razzismo e povertà, nozioni di visti e confini, di chi può andare e venire. Tutti noi Bab L 'Bluz crediamo che l’arte possa aprire le menti e cambiare il modo di pensare delle persone. Questo è ciò che cerchiamo di fare». Così “Il Mata”, il singolo apripista cantato in arabo classico, è una composizione ispirata ai versi del poeta tunisino Anis Shoshan che lancia un messaggio di risveglio delle coscienze, ma rappresenta anche un invito a riconoscere ciò che unisce piuttosto che ciò che divide. L’awicha (un piccolo guembri) è usato come una chitarra e il guembri fa la parte del basso (entrambi sono suonati con accordature di versa dalla tradizione), in più, per l’occasione, saltano fuori un tabla indiano in loop e i campionamenti delle onde atlantiche che si infrangono sulla costa. Segue “Gamra”, una canzone che loda l’astro notturno per i suoi poteri guaritivi (in arabo el Gamra è la luna), è un tema che invita alla danza e alla trance liberatorie. 
Invece, “Glibi”, una lettera d’amore nello stile della poesia tebraa cantata dalla donne nel Sahara occidentale e nel sud del Marocco, è adagiato sugli stilemi del tarab al hassani, il cosiddetto blues della Mauritania. Cantano l’amore nella sua dimensione trascendente in “Oudelali” («L’amore scorre dal cielo goccia a goccia, guarisce le ferite e rinfresca l’aria»), mentre celebrano il Profeta nell’unica cover dell’album, “Waydelel”, proveniente dal repertorio della compianta cantante mauritana Dimi Mint Abba e di suo marito Khalife Ould Eide, rivisitata con un’architettura vocale responsoriale condita con loop di tanpura e tocchi di ribab, il violino a una corda, suonato da Aziz Ozouss. Cantata in inglese con l’intro di un coro infantile, “Africa Manayo” descrive la ricchezza di materie prime dell’Africa sottratte da despoti che sfruttano i lavoratori e depredano la terra. «Canto degli antenati dell'Africa occidentale evocati nei canti tradizionali gnawa, - commenta Yousra - chiedo a Bambara, Hausa, Fulani e Sudani di alzarsi». Quanto a “Yemma, è un tributo alla forza e alla perseveranza delle madri impegnate nell’istruzione dei figli. Ritorna l’elogio dell’Africa in “El Watan” (La Terra), motivo dal portamento rock con sfumature psichedeliche, dove entra a dar manforte la voce dell’ospite gnawa Mehdi Nassouli. L’eponima traccia “Bab L’ Bluz” chiude degnamente l’album, trasportandoci in una festa di accoglienza nel deserto, dove si manifesta la sacra ospitalità delle comunità, officiata dal canto e dalla danza. In buona sostanza, Bab L’Bluz, combo dalla forte personalità, sforna un disco strepitoso.


Ciro De Rosa

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