Giovanni De Zorzi, Maqām. Percorsi tra le musiche d’arte in area mediorientale e centroasiatica, SquiLibri 2020, pp. 322, Euro 28,00

Nell’Enciclopedia Britannica, Bruno Nettl definisce il maqām in una ventina di righe: parte dall’Africa settentrionale, passa per Persia, Turchia, Azerbaijan ed arriva in Asia centrale. In oltre trecento pagine, Giovanni De Zorzi offre al lettore uno splendido viaggio fra queste terre e lo apre con una mappa distribuita su due pagine per soffermarsi poi, in particolare, sulle regioni orientali e sui centri musicali che nel corso del tempo hanno fatto da enzimi e da propulsori in questo ambito: Damasco, Baghdad, Cordoba, Granada, Herat, Tabriz, Costantinopoli, Bukhara, Samarcanda, le sei città oasi sui bordi del Taklamakan, il Cairo. È un viaggio che già musicisti come Kayhan Kalhor e Munir Bashir hanno suggerito nelle loro opere (https://www.youtube.com/watch?v=pcGB5pM_vmw). Nell’arco di questo viaggio il termine arabo maqām (مقام‎, cioè “luogo”) diviene “mugham” per armeni ed azeri, “maqom” in Asia centrale, “muqam” nello Xinjiang cinese. Fa riferimento a un sistema modale, organizzazione melodica slegata dall’armonia tonale prevalente in Europa. Fin dall’immagine di copertina, miniatura tratta dal “Bayād wa Riyād” con un bel ‘ūd in evidenza, il volume si dimostra molto curato e ben organizzato. È diviso in dodici parti articolate in un “preludio” ed alcuni temi principali inframmezzati da un necessario “interludio” (il capitolo 9) che in una ventina di pagine affronta il rapporto fra “noi occidentali” e “loro”, gli “orientali”, comprese turcherie ed esotismi. Gli ultimi due capitoli sono dedicati ad un’estesa rassegna di strumenti musicali e alle dimensioni estetiche, occasione per esplorare cicli ritmici e forme cicliche e temi quali il cosmo, l’amore, la nostalgia, la musicoterapia. Il libro non è accompagnato da un supporto sonoro, ma quindici pagine nella parte finale indicano alcune fra le migliori fonti discografiche, raggruppate per aree linguistiche o geografiche. Dopo la pubblicazione del libro, Giovanni De Zorzi ha curato due incontri che approfondiscono con musica e riflessioni (in inglese) l’arte del maqām, disponibili nel canale Youtube della Fondazione “Giorgio Cini” di Venezia nella serie “Zoom in on Masters”: “Kudsi Erguner and Birun Project” (https://www.youtube.com/watch?v=ERA5MIhueWc) e “Masters of Syrian maqām” (https://www.youtube.com/watch?v=qJhc_9kljcY). Nella prima parte del testo il maqām viene presentato nella sua funzione di musica d’arte nel mondo mediorientale e centroasiatico che rielabora tradizioni greco ellenistiche, bizantine e sassanidi e che nel mondo arabo-islamico è influenzata dai diversi periodi politico-culturali dominati da Omayyadi (622-750), Abbasidi (750-1258), Mongoli e Mamluk (1258-1517). Due capitoli sono dedicati al rapporto della musica e con la religione islamica e all’idea di “ascolto”, nel sufismo, soffermandosi sulle pratiche sonore dhikr (ripetizione) e samā, approfondendone la tradizione mevlevi. Centrale è l’idea che la performance musicale possa provocare emozioni sia poetiche, saia musicali, fino a raggiungere l’esperienza d’estasi, il tarab. Nel sesto capitolo il maqām viene declinato nei diversi generi che differenziano le regioni di lingua araba. In venti pagine si viaggia dal Marocco all’Iraq passando per l’Egitto e il Maghreb. In quest’ultimo caso il focus principale riguarda le diverse contestualizzazioni della nūba (suite in cinque sezioni caratterizzate da specifici cicli ritmici). Proprio la nūba avrebbe potuto essere un’occasione per “visitare” anche le geografie libiche e le parziali parentele con regioni tunisine e algerine, ma questa parte del Mashreq rimane una delle meno documentate in ambito etnomusicologico. Stessa sorte tocca alla Mauritania, cui pure Gilbert Rouget aveva dedicato attenzione, per esempio nelle note che accompagnano l’album “Chants Maures, Vol.1” (curato dal Musée de l’homme con registrazioni del 1958) in cui descrive un sincretismo fra influenze arabe e subsahariane ed associa proprio al maqām le suite di canti di donne eseguite da Nasserhalla Mint Ngheïmich raccolte da Claude Ernolt. Due studiosi che avrebbero potuto legittimamente trovare spazio nel testo sono Farraj e Shumays, autori nel 2019 per la Oxford University Press di “Inside Arabic Music”, un testo molto ben organizzato, centrato proprio sull’arte del maqām, che prova a rispondere anche alla domanda “quanti maqām ci sono al mondo?” Ottantuno o più, è la risposta teorica; subito accompagnata, però, dall’ammissione che quelli utilizzati davvero sono una trentina. Sul lato orientale del Mediterraneo, l’accenno al Libano si limita alla cantante Fairouz. Sarebbe stato interessante intersecare anche il lavoro di Bruno Nettl e Ronald Riddle che nel 1974 offrirono il loro punto di vista etnomusicologico basato sulla documentazione e l’analisi di sedici concerti del libanese Jihad Racy tutti dedicati al maqām Nahawand: un lavoro certosino che offre stimolanti esempi e riflessioni, in particolare per gli aspetti che riguardano le modulazioni e la tecnica melodica. Il settimo capitolo affronta la tradizione persiano-iraniana declinandone generi, forme, interpreti e repertori. In questo ambito, De Zorzi stesso aveva curato nel 2005 per Ricordi il bel volume scritto da Jean During sulle “Musiche d’Iran”. Rispetto a quelle ricche duecento pagine, in questo caso lo spazio a disposizione è solo un decimo, ma l’autore riesce efficacemente ad evidenziare i fili rossi con le tradizioni arabe e ottomane, a valorizzare fonti antiche (fra cui scritti di Toderini del 1787) e a dare il rilievo che merita al radif, repertorio che combina circa trecento tipi melodici all’interno di dodici raffinati sistemi modali. Sempre attento a fornire all’ascoltatore riferimenti utili ad orientarsi all’interno dello sviluppo delle suite musicali, De Zorzi descrive le caratteristiche dei singoli generi contenuti in una suite. La parte finale del capitolo invita il lettore a seguire due “modulazioni”: la prima permette di avvicinarsi al mugam dell’Azerbaijan, la seconda alla funzione di “ponte” fra mondo persiano ed indiano svolta dall’Afghanistan. Il capitolo dialoga con l’etnomusicologo Jean During che offre anche all’intero volume la prefazione iniziale in cui mette in rilievo lo sforzo di De Zorzi di superare le categorie “nazionali” tipiche delle pubblicazioni di riferimento degli anni Sessanta e Settanta. Il capitolo più corposo viene riservato al mondo ottomano-turco. Anche in questo caso, nel 2010, De Zorzi e le edizioni Ricordi offrono già un ricco volume di oltre trecento pagine il cui indice lasciava presagire alcune scelte nell’organizzazione che poi avrebbe assunto “Maqām”. In quell’occasione il maestro Kudsi Erguner scrisse un saggio; “Maqām” si apre con una sua breve nota che riconosce a De Zorzi la fortunata sintesi di competenze di musicologo e di musicista unita ai lunghi anni di studio in questo ambito. Al mondo ottomano-turco dedica un ampio excursus storico che identifica nel 1580 l’inizio della “fioritura” del maqām, nel XVIII secolo i processi che hanno impresso creatività, autonomia e maturità stilistica, senza poter, però, evitare la decadenza del XIX secolo. In questo ambito ci saremmo aspettati un riconoscimento del lavoro di Barıs¸ Bozkurt che ha sviluppato un sistema di analisi per il riconoscimento delle altezze nell’esposizione modale nei maqām turchi testandolo su esecuzioni di Tanburi Cemil Bey. Nel decimo capitolo il viaggio continua e si conclude esplorando la pluralità dei maqom centro-asiatici. Dopo questo ampio arco geo-storico e l’esplorazione delle quattro grandi macro-aree musicali, - di lingua araba, di lingua persiana-iraniana, ottomano-turca e centroasiatica - l’undicesimo e dodicesimo capitolo tornano a sollecitare un ascolto attento prendendo in esame prima l’ampio ventaglio di strumenti utilizzati, spesso desueti per l’udito occidentale, accanto alle questioni legate ad amplificazione e riverbero, e poi le dimensioni estetiche. Due rilievi sul piano dell’accessibilità del testo riguardano l’assenza di un indice dei nomi e la mancanza di traduzione (soprattutto nell’ottavo e decimo capitolo, ma anche in alcuni passaggi della parte iniziale) di brani che riportano testi in inglese. Con “Maqām, percorsi tra le musiche d’arte in area mediorientale e centroasiatica” Giovanni De Zorzi, da ricercatore (ma anche da fine didatta e musicista) ci consegna una lettura indispensabile sia per allargare e connettere i nostri orizzonti musicali, sia per meglio contestualizzare le forme musicali maggiormente frequentate in occidente. In un’epoca in cui gli approcci alla diversità culturale faticano ad attivare prospettive generatrici di senso e di curiosità, il lavoro dell’etnomusicologo dell’Università di Venezia “Ca’Foscari” e la cura dell’editore Squilibri sanno tenere in positiva tensione la trama narrativa, l’eccellente documentazione iconografica e alcune cornici d’insieme che permettono di apprezzare da più punti di vista i maqām in quanto musiche d’arte, senza tralasciare aspetti culturali, spiritualità, organologia e connessioni geo-storiche. 

Alessio Surian

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