Elisa De Munari, Countin’ the Blues. Donne indomite, Arcana 2020, pp. 210, Euro 16,00

Elisa De Munari abita il mondo musicale con l’alias Elli De Mon, onewoman band di temperamento e sensazioni blues-folk influenzati da studi di musica indiana che l’artista veneta ha interrelato con il suo percorso classico di Conservatorio, dove si è diplomata in contrabbasso. In veste di autrice De Munari ha realizzato “Countin’ the Blues. Donne indomite”, volume che delinea le sue geografie emozionali (“Blogfoolk” le ha dedicato una #foolknight, che trovate qui) e che vanta la prefazione di Gianluca “Mojo Station” Diana. Tutto ha principio dal fatto che non esiste una letteratura affermata sulle prime donne blues, così per mettere a fuoco questa fase del cosiddetto “classic blues” è iniziata una ricerca tra i vinili a 78 e 45 giri, filmati d’epoca, saggi accademici e di attivismo politico afro-americano, articoli in lingua inglese. Il titolo emblematico proviene da una canzone della georgiana Ma’ Rainey, una delle prime dive a esporsi in maniera radicale, soprannominata The Mother of the Blues o the Songbird of the South. Ciascun capitolo del volume è scandito dal titolo di una canzone - «come fosse un disco», racconta De Munari - il cui testo è contestualizzato con la condizione delle comunità afroamericane e con la vicenda dell’artista che lo cantava. Ma non si tratta né di un florilegio agiografico né di analisi musicologiche, piuttosto è il blues inteso come espressione esperienziale ed esistenziale; soprattutto, sulla scena ci sono undici donne, cantanti e musiciste, che sfidarono le restrizioni sociali e quelle di genere. Donne che si ritrovano a vivere una realtà sociale molto dura, che hanno avevano vissuto sulla loro pelle il razzismo e il lascito della schiavitù, perché figlie o nipoti di schiavi. Artiste politiche nella misura in cui cantando infrangevano l’interdetto, denunciando pubblicamente gli abusi sessuali subiti, dichiarando la propria omosessualità o affermando il bisogno di controllare il proprio corpo, spingendo altre donne, se non la stessa comunità, a prenderne coscienza. Per Elisa De Munari queste donne sono state una «fonte di ispirazione gigante» perché hanno preso posizione, si sono esposte. Ma chi erano queste indomite e indipendenti donne del Sud, interpreti e autrici di rilievo del blues degli anni ’20? Bertha Chippie Hill, Ma’ Rainey, Lucille Bogan, Alberta Hunter, Lottie Kimbrough, Bessie Smith, Sippie Wallace, Memphis Minnie, Victoria Spivey, Geeshie Wiley e la grande interprete del Piedmont blues Elizabeth Cotten, chitarrista dalla tecnica eccezionale, il cui riscatto arriverà in età avanzata, dopo essere stata scoperta dai Seeger mentre faceva la domestica in casa loro. Dunque, alcuni sono nomi noti, di altre perfino le biografie sono parziali se non oscure (pensiamo alla phantom woman Geeshie Wiley). Qualcuna come Victoria Spivey, cantatrice di un’umanità emarginata, artefice di un sentimento decadente “gotico sudista”, antesignana di certe modalità canore ed atteggiamenti rock, è diventata simbolo dell’omosessualità femminile nei Sixties. Interessante anche la discussione sul rapporto con le congreghe religiose protestanti, uno degli aspetti più importanti per capire il contesto in cui interagiscono queste donne ma - ricordiamolo- imprescindibile per comprendere la musica afro-americana fino alla genesi del rock’n’roll. A connettere passato e presente, in maniera originale e corale, ci sono gli interventi di diverse artiste italiane, molte di derivazione punk o più legate a forme di sperimentazione sonora e artistica, colleghe e amiche con cui Elisa ha condiviso un percorso o il palco, le quali sono state coinvolte per mettere l’accento sul fatto che i temi affrontati dalle prime donne del blues possono essere ancora attuali. È importante che la saggistica italiana possa ora contare su un lavoro dalla narrazione efficace, scorrevole, appassionata e diretta che, adottando un’angolazione al femminile, faccia luce su quel mondo di artiste che nella prima metà del secolo scorso, in pieno regime segregazionista degli stati del sud degli USA e sfidando con coraggio anche lo stigma della società afro-american da cui provenivano, portarono se stesse sul palco e nei dischi. Non di sola ricostruzione storica e sociale si tratta, tuttavia, perché De Munari offre spunti di riflessione sulla condizione femminile e gender nella società contemporanea. 


 Ciro De Rosa

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