Donatello Pisanello – OPS (Setola di Maiale, 2020)

Limitare l’universo musicale di Donatello Pisanello alla sola esperienza nell’ambito della tradizione musicale salentina con Officina Zoè è molto riduttivo, in quanto la sua indole di artista in continuo movimento lo ha condotto, negli ultimi anni, ad esplorare nuovi territori musicali dalla composizione delle colonne sonore de “Il primo incarico” e “In un posto bellissimo” al fascino di “Sospiri e battiti”, album che lo ha visto debuttare come solista all’organetto, per giungere alle ricerche in ambito chitarristico con "8 Horror Vacui per una Entomofilia Quotidiana" e "Il Crollo della Mente Bicamerale e l'Origine della Coscienza" (una selezione di entrambi i dischi è stata raccolta nel recente “Antologica). Animato da una tensione costante verso la ricerca nell’ambito dell’improvvisazione e nelle intersezioni tra musica contemporanea e psichedelia, il raggio di azione delle sue esplorazioni sonore in ambito chitarristico si è esteso sempre di più con il progetto "Escapismo", pubblicato con il moniker CosiCiamune, e tre album editi solo in digitale su BandCamp, "Peripheral Industries", "Attese" e "ZANG TUMB TUMB" che rappresentavano una deviazione decisa di percorso, rispetto ai precedenti lavori. Nuova avventura sonora nell’ambito dell’improvvisazione è “OPS”, album nato da due sessions in studio di registrazione che vedono Pisanello immergersi nella instant composition all’organetto ad otto bassi sull’onda della piena libertà espressiva. Abbiamo intervistato il polistrumentista salentino per farci raccontare questo nuovo progetto artistico, senza dimenticare i progetti futuri e uno sguardo verso l’esperienza di OSIMU, il meeting di free improvvisation organizzato lo scorso anno a Taviano (Le).
"L'arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l'intelligenza né con la logica delle idee"
Jean Dubuffet

Raccontarci la storia di come è nato questo nuovo disco…
Non c’è una vera e propria storia dietro, dal momento sono entrato in studio la resa fonica dell’organetto e non mi aspettavo di uscirne con materiale tale da poter pubblicare. Ci sono stato due mattine e alla fine tutto il risultato mi piaciuto, se ho dovuto selezionare una parte dei brani da pubblicare. Rimangono ancora altre tre ore di registrazione da valutare perché ci sono cose interessanti.

Quali sono le differenze e le identità da “Sospiri e battiti”, il tuo primo disco come solista?
“Sospiri e battiti” è un album molto concettualizzato perché raccoglie composizioni che ho raffinato e perfezionato nel corse degli anni e, poi, ho registrato in studio con l’ausilio di altri musicisti. In “OPS”, invece, troviamo dodici composizioni istantanee, risultato di libere improvvisazioni del momento con l'organetto solo.

Gli ultimi lavori solisti sono stati dedicati alle improvvisazioni per chitarra elettrica; in questo ti concentri su un altro strumento di elezione: l'organetto. Ci puoi parlare del tuo approccio all'improvvisazione?
L'improvvisazione è il mio metodo musicale, se così si può dire. Sono un autodidatta e quindi il mio approccio allo strumento è puramente orale. “Suono a orecchio”, come si diceva una volta per distinguere chi non aveva una formazione musicale da chi sapeva leggere la musica. Questo approccio deriva dalla mia formazione musicale legata alla tradizione popolare. Nella musica tradizionale l'improvvisazione è fondamentale: si impara a suonare per imitazione e si approfondisce improvvisando liberamente. Questo aspetto della musica tradizionale è andato perso. Nessun compone più improvvisando, magari insieme agli altri, come era consuetudine e l'improvvisazione, quando capita a volte dal vivo, è relegata in un momento particolare,  spesso troppo concettualizzato, organizzato, razionalizzato. 
Credo che sia un problema della musica in generale e di quella occidentale in particolare! Bisogna tornare all'orecchio, all'ascolto piuttosto che alla vista concentrata sullo spartito, sia questo stampato in testa (è ripreso con la memoria) o su una carta, per esempio. Vedo troppi musicisti con il leggìo davanti, specie anche in generi che non hanno niente a che fare con la scrittura, e questa non è una buona cosa!

Hai sperimentato anche sulla instant composition, ci vuoi parlare di questo aspetto?
Non si tratta proprio di sperimentazione dal momento che anche questa richiede una predisposizione concettuale, un programma, un'intenzione comunque pre-meditata. Credo nella instant composition  come una forma d’arte non-intenzionale, libera da ogni schema o concetto o meglio, tale dovrebbe essere. La mente deve cercare una condizione per esprimersi libera, per questo credo che alla sua base ci debba essere la libera improvvisazione. La chiami instant composition col senno di poi; sul momento non te ne devi rendere conto. Il problema della composizione è che spesso la ragione predomina e questo non deve avvenire: il processo deve essere irrazionale!

Dal punto di vista della registrazione quale accorgimenti sono stati usati?
Il disco è stato registrato in presa diretta presso lo studio di Produzione “Audiogrill” di Carlo De Nuzzo a Taviano (Le) e sono stati utilizzati microfoni Schoeps e preamplificatori microfonici SSL di altissima qualità sonica, unitamente a un puntamento accurato, all’interno di una sala  con tempi di riverberazione controllati. Un tocco del classico dei classici, il Riverbero Lexicon 480L, ha fatto il resto. Di tutto questo però non mi sono occupato io e ho il dovere di ringraziare Carlo che ha saputo comprendere subito le mie esigenze: 
ha piazzato i microfoni di fronte allo strumento e mi ha lasciato andare per due ore circa al giorno.

Una domanda particolare: quello che hai creato in studio è cristallizzato sul disco. Dal Vivo come presenterai il lavoro? Riprodurrai i brani così come sono? Esistono delle tracce di lavoro su cui poi improvvisi?
Ovviamente essendo il lavoro tutto fatto di libere improvvisazioni non bisogna assolutamente aspettarsi una riproduzione dal vivo del disco. Può darsi che qualcosa ritorni, può darsi no. Dipende dallo stato d'animo del momento, dal luogo in cui uno si trova, dal  pubblico che è davanti, e tanti altri fattori che determinano una performance libera. L’improvvisazione libera permette, a chi ascolta, di vedere il musicista così com’è, nella sua spontanea e sincera condizione di essere libero creativamente! In questo sono molto radicale: le regole nell’arte uccidono l’arte . La performance artistica deve essere un momento di liberazione e non costrizione, di apertura mentale non chiusura, meditata non pre-meditata!

Entriamo un po’ nel vivo. Hai usato effetti particolari nelle registrazioni? Parlo di pedali, loop ma anche semplicemente di utilizzo non convenzionale dello strumento.
Niente effetti vari o uso di elettronica. Volevo  una ripresa diretta con tutti eventuali imprevisti di esecuzione o di ambientazione. Volevo che si sentisse tutto: il tocco delle dita sui tasti, il rumore di questi al rilascio, lo sfiatamento, lo scricchiolio del mantice,  tutti i “rumori", insomma. Non volevo si perdesse niente: non è stato fatto alcun lavoro di editing, di taglia, copia, incolla, sposta ecc.. Pubblicato come suonato, solo un tocco di riverbero.

Quali sono le tracce del disco che ritieni più rappresentative del tuo lavoro?
Non ci sono tracce più rappresentative perché ognuna rappresenta lo stato d'animo del momento e quindi importante proprio per quello che esprime e rappresenta di quel momento.

Il disco esce per Setola di Maiale, etichetta storicamente legata alla musica di improvvisazione...
Sono particolarmente lusingato di questo: un’etichetta che da circa trent'anni pubblica il meglio su un argomento così impegnativo, direi "impopulista", anti-conformista come quello della musica di avanguardia legata all'improvvisazione e non, e che ha accolto con molto entusiasmo OPS,  peraltro il primo lavoro sul genere  con l'organetto (almeno in Italia, credo, sarei felicissimo di conoscerne altri) non solo, il primo salentino a pubblicare un intero album “solo” con questa etichetta. Quando proposi il mio lavoro a Stefano Giust, fondatore e direttore di setola di Maiale, lui dimostrò subito tanto entusiasmo e non perse tempo a pubblicare subito il CD.

Sei un artista in continuo movimento non solo in ambito musicale. La copertina è come di tradizione una tua opera…
Si,  la copertina è una mia opera, riconoscibilissima. Ad onor del vero io avevo proposto una foto astratta, poi Stefano mi ha chiesto di visionare le mie opere e, così, ha pensato di utilizzare quella in particolare che trovava molto intrigante. Per la grafica ha pensato a tutto lui e devo riconoscere che ha visto Giust(o)!

Ci racconti il tuo lato di artista figurativo, quanto c'è dell'arte figurativa nella tua musica?
Non c'è tanto da raccontare, sinceramente, sono molto istintuale oltre che autodidatta. Mi piace molto, in questi casi, citare una frase di Jean Dubuffet, forse il punto di riferimento più importante del mio essere “artista”, che dice: 
"l'arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l'intelligenza né con la logica delle idee". E questo per me vale anche per la musica anzi, principalmente per la mia musica!

Molti non sanno che sei uno studioso della spiritualità islamica e di filosofia in genere, nonché un appassionato studioso di René Guénon. Quanto c'è di questo nel tuo background, nella tua musica?
Mi trascini verso un argomento molto impegnativo e profondo che è difficile spiegare tra le righe di una rivista che richiede, per ovvi motivi, una certa sintesi strutturale. Sono laureato in filosofia con una tesi sull'Anarchismo italiano. Poi, nel corso degli anni, ho approfondito studi sull'esoterismo, finché mi sono imbattuto negli scritti di Guénon che mi hanno permesso di inquadrare, finalmente, le tematiche e le questioni sull'argomento, di avere gli strumenti adatti alla comprensione stesso. Cosa dire... amo Nietzsche ma anche Platone, ma anche Kant e Jung, Borges, Cervantes,  amo lo Zen e l'esoterismo islamico tanto quanto quello cristiano, cercando e ri-cercando di non cadere nei luoghi comuni tipici della di-visione degli occidentali; come tutto ciò abbia un risvolto artistico credo sia inconscio, sicuramente non-intenzionale. Sono curioso, molto curioso, e la curiosità credo sia una delle qualità che ogni uomo dovrebbe curare e sviluppare!

Ci puoi parlare di OSIMU il meeting di free improvvisation che hai organizzato a Taviano (Le)? So che quest’anno non si terrà...
Effettivamente si sarebbe dovuto tenere a Maggio, era tutto pronto. Si sta valutando, come ZITTI ZITTI Sound Club (l’associazione culturale che organizza il meeting), insieme al maestro Marcello Magliocchi, che anche quest’anno è confermato direttore artistico, l’idea di farne una edizione ridotta a Settembre, giusto per tenere caldo l’argomento fino al prossimo anno quando, emergenza permettendo, realizzeremo  un’edizione veramente straordinaria di cui però non anticipo nulla.  
Lo scopo dell’associazione Zitti Zitti è sempre quello di educare il pubblico ad un modo di apportarsi all’arte in generale e alla musica in particolare, a certe forme dell’espressività umana più autentiche e sincere, oltre che più immediate e profonde. Per questo, dal punto di vista musicale, consideriamo importante l’educazione all’ascolto , alla concentrazione sul suono e allo sviluppo della propria sensibilità verso forme d’arte che richiedono un’attenzione più profonda e impegnativa. Tutto ciò crediamo possa servire all’arricchimento della personalità.

Concludendo, quali sono i progetti futuri in cantiere come solista e con Officina Zoè...
Come solista tra le tante idee che mi passano per la testa è difficile capire quale realizzerò per prima e se mai lo farò. Generalmente non progetto, preferisco affidarmi alle situazioni che man mano si presentano. Con Officina Zoè stiamo pensando a qualcosa che possa in un certo senso rispondere alle condizioni che il momento storico ci presenta con tutti i suoi limiti. Era stato avviato un progetto di Resistenza con una serie di eventi (da Atene a Firenze, da Roma a Pisa) che è stato bloccato dalla cosiddetta emergenza. Comunque la Resistenza continua e porterà  i suoi frutti. Per questo teneteci d’occhio, anzi, d’orecchio!



Donatello Pisanello – OPS (Setola di Maiale, 2020)
Il termine onomatopeico “Ops” è, come si legge nel dizionario Treccani, un “esclamazione di sorpresa, o che rivela, da parte di chi la dice, l’accorgersi di una distrazione o di un errore, generalmente di poco conto”. Non ci sorprende che Donatello Pisanello l’abbia scelta come titolo del suo nuovo disco, per cogliere in modo impeccabile la natura di questo nuovo progetto che - come ci ha raccontato nell’intervista - nasce in modo un po’ estemporaneo all’organetto otto bassi, da due sessions di prove foniche presso l’Audiogrill Production Studio di Carlo De Nuzzo. Proprio la mancanza di una idea preordinata di base iniziale si è rivelata determinante nell’ispirazione creativa di questo disco. In completa libertà espressiva, infatti, il polistrumentista salentino ha messo in fila dodici brani, registrati dal vivo in studio, dodici libere improvvisazioni che vibrano di inconscia spontaneità e che sono state cristallizzate su disco, grazie alla lungimiranza di Setola di Maiale, etichetta da circa quarant’anni impegnata nella diffusione e promozione della musica sperimentale e improvvisata. Rispetto ai lavori dedicati alla chitarra che contemplavano l’utilizzo di effetti e loop, in questo nuovo album Pisanello mette al centro il solo organetto e ne esplora le potenzialità espressive nella sua ricca nudità acustica, traducendo in musica, melodia e suono emozioni, stati d’animo, riflessioni e meditazioni nelle quali l’ascoltatore può riconoscersi e compenetrarsi. Dal punto di vista prettamente tecnico ci sembra determinante anche la qualità della registrazione che contribuisce ad evidenziare ogni sfumatura, ogni variazione timbrica e melodica dell’organetto. In ogni brano si ritrovano inevitabilmente tracce della tradizione salentina, ma anche la capacità di esplorare sonorità inusuali attraverso un peculiare lavoro sui bassi. L’ascolto ci regala cinquantacinque minuti in cui si susseguono atmosfere sonore differenti declinate in soluzioni sonore mai scontate come nel caso del concentrico ripetersi di variazioni melodiche dell’iniziale “Ops 01”. Si prosegue con le introspettive asperità di “Ops 02”, in cui dall’organetto sembra venire fuori il suono di un organo da chiesa, e i vortici imprevisti di “Ops 03” e gli echi decostruiti della tradizione di “Ops 04” per giungere al cuore del disco con le ardite sperimentazioni della percussiva “Ops 05” e “Ops 06”. La breve marcetta “Ops 07” ci schiude le porte alla seconda parte del disco con il crescendo di “Ops 08”, le dissonanze armoniche di “Ops 09” e l’immaginifica “Ops 10” che ci accompagna verso il finale con gli arabeschi sonori di “Ops 11” e il lirismo di “Ops 12”. “OPS” è, dunque, un disco fascinoso, da scoprire ascolto dopo ascolto nell’attesa di poter scoprire il suo seguito naturale con i brani rimasti esclusi da questo lavoro.


Salvatore Esposito

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