DakhaBrakha – Alambari (Autoprodotto, 2020)

Il quartetto ucraino DakhaBrakha apre ulteriormente le porte alla contaminazione in un disco che, pur rimanendo legato al folklore est europeo, guarda all’America ed in particolare al blues. “Alambari” è un album insolito: si traveste di blues ma con un look particolare, eccentrico e comico. Le armonie a quattro voci e la verve ironica della band rimangono tuttavia il vero cardine delle composizioni, sorrette dal violoncello che impersona un contrabbasso e dalla fisarmonica che si alterna al piano. Non mancano momenti stilisticamente in linea coi lavori precedenti, dove le gerarchie si ribaltano e tornano in carica gli stilemi tipici della musica corale ucraina. DakhaBrakha è un progetto musico-culturale ideato dall’impresario culturale ucraino Vladyslav Troitskyi nel 2004. La formazione conta tre donne e un uomo, tutti polistrumentisti ed esperti di musica ucraina ed est europea. Marko Halanevych, Iryna Kovalenko, Olena Tsybulska e Nina Garenetska cantano e si alternano su diversi strumenti a percussione e aerofoni a mantice, eccezion fatta per la Garenetska che canta e accompagna al cello. Il biglietto da visita del progetto è da sempre il peculiare abbinamento di vocabolari differenti rinvigoriti da un’attitudine goliardica e ilare, che non si limita alla musica ma caratterizza l’intero show, dalla scelta dei vestiti all’energia sul palco. “Alambari” spicca sui dischi precedenti per l’affinità alle loro esibizioni live, dove ai brani lenti si preferiscono tempi sostenuti e salti dinamici. Tradizione e innovazione si mescolano senza reticenze, consentendo alla band di forgiarsi un sound unico ed immediatamente riconoscibile. Una intro lenta guidata dalle voci in coro lascia spazio ad un blues terzinato e al falsetto di Marko Halanevych in “Dostochka”. L’alternanza di momenti corali armonizzati e della voce solista caratterizza questo lento in progressiva intensificazione, che culmina con un portentoso incontro vocale. L’attenzione rimane sulle voci in un originalissimo tango che si mescola al folk est europeo in “Khyma”. Nel dondolio ammaliante del cello, la solennità delle armonie femminili bilancia la scherzosità del falsetto maschile. “Sonnet” è invece un brano a due facce, la prima lenta e misteriosa, dove si gioca con la tensione dell’accompagnamento e la fluidità melodica, la seconda prorompente e vigorosa, con l’intensità del rock e l’ammaliante drammaticità corale. “Lado” ci porta invece nei Balcani col brano più energico del disco, un arrangiamento quasi rock di un pezzo bulgaro. Percussioni trainanti ed un cello disteso fanno da trampolino per le voci che un’altra volta sono il centro del brano della potenza dinamica della band. Un altro blues supporta armonie da pelle d’oca in “Ya Siv Na V Toy Litak”, in cui brilla l’arrangiamento del violoncello di Nina Garenetska, che passa dal fingerstyle contrabbassistico agli accordi nell’accompagnamento e conserva l’arco per la melodia. La vera novità del disco è l’omonimo brano in chiusura, “Alambari”. L’intro di violoncello sembra sbucare da una fitta nebbia di riverberi ed effetti. Il brano è misterioso, un canto ammaliante, quasi sirenico, che si protrae come un lamento o una preghiera per oltre dieci minuti. Con poche eccezioni, i DakhaBrakha trovano una formula vincente e la seguono quasi religiosamente. Introduzioni di cello blues, armonie vocali nei ritornelli e progressiva intensificazione con climax finale sono il modello strutturale ricorrente nel disco, un modello efficace testato per anni sui palchi. In un disco che vuole spingere e giocare con le dinamiche l’originalità la fanno le singole componenti, mentre il loro ordine ne garantisce la potenza di pancia. La varietà vocale è deliziosa, il cello estremamente versatile e la miriade di strumenti di supporto colora unicamente ogni brano. Meno convincente è la batteria, un compromesso necessario in un piccolo ensemble dove si preferiscono versatilità e competenza canora. Nondimeno, il tappeto percussivo supporta perfettamente il lavoro dinamico degli altri elementi, malgrado la sua staticità climatica. “Alambari” è un disco sorprendente sia per gli amanti della band che per i nuovi arrivati, ed è forse il miglior punto d’inizio per chi volesse esplorare le vocalità del folk est europeo con un approccio graduale che echeggia stili più familiari. DakhaBrakha riesce nuovamente a giocare con la tradizione con un’ironia rispettosa, sagace e musicalmente ricca. “Alambari” è un tripudio stilistico, un mosaico celebrativo dove ogni tessera rimane identificabile nella sua preziosa singolarità, dove evoluzione e reinterpretazione sono gli unici dogmi di una band che da sempre reinventa la tradizione, ma stavolta fa un passo in più sfidando se stessa. 


Edoardo Marcarini

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