Alhousseini Anivolla & Girum Mezmur – Afropentatonism (Piranha, 2020)

Questo album attraversa l’Africa da ovest ad est e riannoda decennali amicizie e collaborazioni musicali. Parte dal Niger, dal deserto sahariano, con il chitarrista, cantante e compositore Alhousseini Anivolla. Alhousseini Mohamed Anivolla è conosciuto anche come “Anewal”, l’uomo che cammina, e dal 2004 ha girato il mondo con il gruppo Etran Finatawa, titolari di quattro splendidi CD a loro nome con la World Music Network. Ha intrapreso, quindi, un percorso solista registrando “Anewal” (2012) e “Osas-It´s time” (2018) con ottimi riscontri, anche per la capacità di esplorare registri acustici mantenendo sempre alta l’energia della musica. Nel suo cammino musicale si è mostrato attento alle musiche africane e alle collaborazioni, includendo nel suo primo album solista un brano, datato 2009, condiviso con il cantante sudafricano Malebo. I suoi testi danno voce alle preoccupazioni per la perdita di diversità culturale e biologica e per gli effetti della crisi climatica sulle popolazioni, in particolare per chi vive da nomade nel Sahara. Nel 2005, in occasione di un tour in Europa, Alhousseini Anivolla ha avuto il suo primo incontro con Girum Mezmur, da decenni chitarrista e produttore di spicco ad Addis Abeba dove ha diretto il gruppo musicale che accompagna Mahmoud Ahmed, senza perdere di vista collaborazioni internazionali con artisti come Angelique Kidjo e Ali Keita. I due artisti hanno trovato in Piranha l’etichetta che ha permesso a Girum Mezmur di “ospitare” Alhousseini Anivolla all’interno di un supergruppo etiope: Misale Legesse alle percussioni, il masinko (violino monocorde) di Habtamu Yeshambel, il krar (la lira bassa a cinque corde) di Anteneh Teklemariam e la leggenda del mandolino, alla soglia degli ottant’anni, Ayele Mamo. Se le scale pentatoniche africane offrono il ponte sonoro che collega questo splendido sestetto, Nairobi si è dimostrata il terreno comune dove approdare, suonare e registrare insieme dal vivo. “Awa sh/Ammalele” (Il fiume Awash River) apre le danze in modo ipnotico e circolare per lanciare un autentico inno alle donne dell’Azawad con “Chet Azawad” che, come la successiva “Asalam” (La pace sia con voi) si estende per circa sette minuti permettendo al sestetto di mettere in luce il singolare e già ben oliato meccanismo ad incastro fra blues sahariani e cornice ritmico-melodiche del Corno d’Africa, per poi chiudere sul semplice intreccio fra battito delle mani e ritornello vocale. Il “soffio” vitale che trasmette la vocalità di Alhousseini Anivolla è ripreso e comunicato magistralmente da Habtamu Yeshambel: la voce del suo masinko sa esplorare ogni risvolto melodico con un timbro al contempo caldo e squillante che lo avvicina al registro di un flauto. È così che apre anche “Algher” (Pace), fra i brani più compatti e particolarmente ispirati nell’evoluzione, rapida, ma molto ben costruita, fra passaggi vocali e improvvisazioni strumentali. Rispetto agli altri brani, l’atmosfera qui è più calma e sognante, meno esplicita nell’affrontare temi di trasformazione sociale, con l’attenzione di Alhousseini rivolta ai conflitti che attraversano la sua regione e ai compiti che attendono le generazioni più giovani: «Figli di questo paese, proteggete la pace!». Il messaggio di pace ed unità è al centro anche dei due brani successivi, il danzante e movimentato “Toumast Enkere” (Insieme, tutte le genti della Terra) e il narrativo e rilassato “Asmoussoudou” (Quelli che uniscono): «Chiedete a gran voce che le persone si uniscano, non importa quale sia il loro passato o il loro colore!». Nel finale arrivano i nove minuti di “Isouwad” (Lui ci guarda) che sanno costruire un crescendo finale che, come in “Toumast Enkere”, chiama tutti alla danza per poi rivolgersi ancora ai giovani del pianeta con il breve brano conclusivo “Tamadrite Nakal”, incalzante nell’intreccio fra i riff di flauto e corde. “Afropentatonism” si dimostra un album compatto, che sa trarre il meglio da una comune estetica centrata sulla ripetizione di figure ritmiche articolate e dall’interazione fra strumenti acustici ed elettrici attenti sia al dialogo strumentale, sia a creare gli spazi adatti a far volare il canto, sempre ispirato, in lingua tamashek di Alhousseini. 


Alessio Surian

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