Quintet Bumbac – Miroirs (Collectif çok Malko, 2020)

Lo “spirit de finesse” dell’orchestra di un musicista girovago che corrisponde al nome di David Brossier (composizione e viola d’amore), francese, cultore delle tradizioni musicali dei Balcani e del Vicino Oriente, in cui si è profondamente immerso studiando in loco con maestri taraf romeni del calibro di Tuta Panţiru, Georgel Stan e Vasile Mucca. Qui, non si tratta di solo di riprendere brani popolari con un organico barocco di magnifici solisti: Ariane Cohen-Adad (violini), Christian Fromentin (violini), Léonore Grollemund (violoncello) e Anita Pardo (contrabasso), ma di comporre ecletticamente, lavorando di fino su melodie e ritmi, esaltando la fisicità degli strumenti, spingendo pure sul versante improvvisativo, per restituirci sedici composizioni che si snodano lungo le strade dell’Est fino all’Iran, passando per Grecia e Kurdistan. Lasciamo la parola allo stesso Brossier: «Attraverso questo disco volevo mettere in discussione l’intelaiatura normale della musica tradizionale, ripensandone la strumentazione e le forme strumentali. Il repertorio trova il suo equilibrio attraverso una forma libera in cui le arie si alternano, risvegliando i colori da uno stile all’altro […] È una rapsodia, un tributo a musicisti-ricercatori che prima di noi hanno aperto la via alla raccolta e alla diffusione di questa musica». Se Brossier conosce i codici linguistici tradizionali, l’ensemble che conduce diviene “eversivo” nel costruire commistioni ritmiche, muovendosi in direzioni plurime, con pizzicati, sovracuti, loop e altre tecniche esecutive che consentono loro di ampliare lo spettro delle sonorità di legni e archetti. La scaletta si apre con il tempo dispari di ispirazione romena di “Joc De Început”, cui segue “De Menilmontant À Lipscani”, capolavoro di intarsi di corde e di capriole ritmiche. L’ostinato di “Kürdi Taksim” è il viatico alla dolcezza di“Radio Kürdi”. Da “Doina zorilor” si passa all’avvincente “Rhapsodie Roumanie”, tempestata di lirismo, forza danzante e guizzi solisti. Quando tocca a “La guerrière solitaire, uno tsamiko, entriamo nel mondo greco a passo di ¾. Ci tuffiamo, quindi, in “Cercei - Bulgărească haiducească”, il motivo più lungo del programma, che dopo una lunga sezione iterativa si sviluppa come un fiume in piena, però, senza mai smarrire la pienezza melodica. In “Sabah Taksim” si impongono i profumi armonici della viola d’amore. Eccoci in taverna sulle note dell’apotaliko “Stin Milaka to magazi”, restiamo in ascolto del contrabbasso che sale in cattedra in “Lueurs du levant”, ecco la Persia, evocata dallo strepitoso “Du coté d’Ispahan”. Di nuovo sulla scia dei lautari con “De băut și de ofta” e nel turbinio di “Le Cri Du Cyclone”. Si impongono le asimmetricità aksak della rachentiza “Fantaisie Bulgare”, ma dentro il quintetto ci infila passaggi sincopati che aprono ad altre traiettorie e latitudini. Parte lenta “Du Crépuscule À l’Aube”, che è improvvisazione pura con gli strumenti che si muovono in libertà fino a ricomporsi e ritrovarsi nell’unisono conclusivo. Condividiamo l’aspirazione di Brossier: «Desidero un tempo sospeso, in cui i confini geografici non esistono più». “Miroirs” è un lavoro di assoluto rilievo. 


Ciro De Rosa

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