Myrdhin et Elisa – Trees for Two (La Cour des Licornes, 2020)

“Ascoltate la voce del Bardo
che Presente, Passato & Futuro vede
le cui orecchie hanno udito
la Parola Santa
che ha camminato fra gli alberi antichi chiamando l’Anima caduta
e piangendo nella rugiada della sera...”

Canti dell'Innocenza e dell'esperienza - William Blake, 1757-1827
In parecchi affreschi ed immagini viene raffigurato Re Davide suonare per il Signore una rudimentale arpa di poche corde, l’episodio viene evocato anche nell’Alleluia di Leonard Cohen, quella celtica non è certo l’arpa più antica dell’umanità ma senz’altro è la più evoluta e celebrata dai rimatori medioevali. Fu proprio attraverso il suono di questo strumento che i bretoni, Alan Stivell in testa, negli anni 70 del secolo scorso, rivalorizzarono la loro musica, fino a quel punto confinata ad una dimensione puramente melodica. Così era purtroppo perché in Bretagna le arpe erano state bandite dal potere, non venivano più costruite dai tempi della Duchessa Anna e la tradizione era unicamente affidata ai loro strumenti a fiato: biniou, bombarda, flauto, clarinetto. Comunque pure artisti non musicisti dei paesi celtici trovarono nell’arpa un soggetto di grande ispirazione per pitture e sculture che dimostrano appieno la sua importanza all’interno di quella civiltà, che coltiva da sempre con immenso ardore l’irrazionale, il sogno e il fantastico. Le corde vibranti dell’arpa hanno rappresentato una vera e propria manifestazione di solidarietà dell’essere nei confronti del cosmo intero, una sorgente inesauribile di piacere costantemente rinnovato, nel mezzo delle vicissitudini dell’esistenza terrestre, agendo sulla nostra natura segreta, arpe e arpisti sono sembrati spesso essere mediatori tra i mondi. Con una copiosa produzione discografica, Myrdhin (forma gallese di Merlino, che a sua volta deriva da Moridunon, che significa “fortezza del mare”), bretone itinerante attraverso i continenti, è stato uno dei principali compositori e interpreti nell’unione di un fondale di tinte tradizionali su una scrittura moderna, il suono della sua arpa ha sovente condotto l’ascoltatore nei viottoli di un mondo soprannaturale, dove il destino umano si affranca dalle leggi terrestri in un geroglifico di mistero puro. Dall’iniziale viaggio in compagnia della grande poetessa cieca Angèle Marie Thérèse Vannier fino a quest’ultimo disco condiviso con l’arpista veneziana Elisa Nicotra, dove i due strumenti dialogano sul tema dell’albero, sul legame tra esso e l’essere umano e dove appunto l’arpa vuole dare voce all’albero. Il CD, che ospita anche saltuari interventi della violoncellista Sophie Luzé e del clarinettista Dylan Gully, contiene due brani originali di Elisa (Soupir d’Artemisia e Oisin’s song), quattro di Myrdhin (Galatea, Un pont d’érable, Le chant du Chene, Keridwen), più una serie di riprese di tradizionali tra cui quelle di “The well below the valley” (che ricordiamo nella memorabile versione dei Planxty) e della famosissima “The trees they do grow high” (Stivell, Pentangle, Steeleye Span, Branduardi....) finanche due omaggi alla musica popolare italiana: il siciliano “Bedda mia” che celebra l’amore contadino (“Bella mia, tempo è della vendemmia, il villano s’incammina, nella vigna se ne va, il povero l’uva spreme e la mette nelle botti, bella mia, contenti tutti, quando poi si berrà”) e il “Canto dei battipali” ovvero degli umili operai della laguna di Venezia, sul lavoro di ormeggio e navigazione dei quali, un tempo poggiava la città intera e la cui cantilena, ritmandone la fatica (eh, oh, eh, oh), evocava confusamente fede religiosa ed eventi storici legati a quando la città era capitale della potente repubblica marinara. Le melodie, le voci e le danze si ingarbugliano e si districano nelle nebbie oscure di un incanto, su un’aria d’enigma dove la magia distillata da altri tempi conduce in una elusiva e ipnotica spirale di colori, parole, armonie e ritmi. E’ musica onirica, tenera e diafana come scultura di vetro soffiato, evocatrice come possono esserlo le nuvole. Una musica che lascia dialogare in permanenza tradizione e creazione, inventando uno spazio architettonico mutante, che richiama l’uomo al sacro, all’armonia con la natura, sulle orme di Merlino che nella leggenda prese forma umana ma anche di vento. Un universo magico impregnato di profumi di foresta, della linfa delle betulle, dei salici, delle querce e dei sambuchi. Sotto le dita di Elisa e Myrdhin, gli spiriti dell'acqua e del fuoco sorgono tra gli alberi dando ritmo all'anno soli-lunare: Dafne sublima in alloro, Artemisia sospira in gemme d'abete solstiziale e Galatea fiorisce nel biancospino che nutre l’amore di Viviana. A nord-est della Bretagna, sulla costa, c’è un paese dove non cresce niente, un paese di lavoratori senza terra, di pirati senza una nave, dove una profezia annuncia la fine dell’era del pesce, la nostra, e sulla scogliera un bardo canta da solo, la notte si leva e l’infinito selvaggio inghiotte le gavine. Secondo un proverbio bretone “un arpista passa metà della sua vita ad accordare lo strumento e l’altra metà a suonarlo scordato”. Nella notte che cala rimane una doppia luce: quella dell’acqua e quella delle stelle mentre l’arpa solitaria continua a mormorare.
“Vengo da Tortu
da Dathi e da Usnech
dove i freni sono gli alberi
alloggi degli spiriti...”

Il vento di Announ – Myrdhin 1981


Flavio Poltronieri

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