Massimo Zamboni – La Macchia Mongolica (Universal, 2020)

Il percorso artistico di Massimo Zamboni è legato indissolubilmente a Reggio Emilia come a Berlino, all’ex Unione Sovietica come alla Mongolia, luoghi che hanno rappresentato una fonte ispirativa primaria per il suo immaginario creativo e nei quali hanno preso vita album fondamentali della sua discografia. Negli ultimi anni, abbiamo assistito ad una sorta di viaggio di ritorno iniziato con “Sonata a Kreuzberg” del 2018 che vedeva fare ritorno a Berlino, dove nacque il sodalizio artistico con Giovanni Lindo Ferretti, e a due anni di distanza da quest’ultimo lo ritroviamo con “La Macchia Mongolica” che lo vede tornare, dopo oltre vent’anni, in Mongolia, terra straordinaria già teatro delle gesta memorabili di Gengis Khan e visitata da Marco Polo, che aveva ispirato l’epocale “Tabula Rasa Elettrificata”, ultimo album dei C.S.I. e vertice della loro produzione artistica che li proiettò inaspettatamente al primo posto delle classifiche di vendita. Da quella esperienza fu tratto il libro “In Mongolia contromano”, una serie di documentari e il film “Sul 45º parallelo” di Davide Ferrario. Durante quel primo viaggio, con la moglie e Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni aveva scoperto l’esistenza di un legame profondo con quella terra e in quei giorni era nato in lui, per la prima volta, il desiderio di avere un figlio. Caterina nacque due anni con un piccolo livido lo stesso che caratterizza quasi tutti i neonati della Mongolia. Quella macchia mongolica rinsaldò ancora di più il senso di appartenenza a quella terra sia di Massimo Zamboni che della figlia. 
Così, al compimento dei diciotto anni di Caterina è tornato con lei in Mongolia, dando vita ad un progetto artistico che intreccia forme d’arte differente con un il libro omonimo scritto con la figlia Caterina ed edito da Baldini e Castoldi, il film diretto da Piergiorgio Casotti e il disco che contiene le musiche originali della colonna sonora. Abbiamo intervistato il musicista e compositore emiliano per farci raccontare questo nuovo lavoro che intreccia sperimentazioni sonore, psichedelia ed echi di world music.

Come nasce il progetto "La Macchia Mongolica", un lavoro che intreccia tre forme d'arte diverse: musica, cinema, scrittura....
Nasce da un romanzo familiare in cui ci siamo trovati coinvolti, una figlia nata con la “macchia mongolica” stampata sulla pelle, segno di antichi incroci. Il segno dell’appartenenza per le popolazioni mongole, che nella macchia mongolica trovano l’ultimo lembo della discendenza da quel lupo azzurro di cui si stimano figli. Un motivo sufficiente per spingerci alla ricerca.

Quali sono state le difficoltà di declinare il racconto attraverso tre mezzi espressivi differenti?
Ormai è una modalità che perseguo da anni, trovo sempre più difficile limitare l’espressione a un solo livello sensoriale. Ogni registro stilistico va a completare gli altri, la Mongolia ti aggredisce sotto molte forme e ho cercato di rappresentare questa molteplicità

Ventiquattro anni, il tuo viaggio in Mongolia con tua moglie e Giovanni Lindo Ferretti, rappresentò una svolta nel percorso artistico dei C.S.I. e vi condusse alla pubblicazione di "Tabula Rase Elettrificata". Quali sono i tuoi ricordi di quel viaggio, oggi...
Quel viaggio è bene presente non solo nella mia testa, ma nella mia vita quotidiana, poiché ha guidato scelte che rappresentano la mia vita attuale: dalla presenza di una figlia, alla vita in montagna, in un luogo isolato e denso di vita.

Cosa ti ha affascinato della Mongolia?
Lo spazio e la vastità senza limiti, la mancanza di echi, di specchi, di riverberi. L’occhio è libero di sfidare la propria estensione. Di là da questo, l’idea di armonia realizzata che conduce la vita delle famiglie. Una vita dura, sia chiaro, ma sensata. Eterna, in un modo.

Sei tornato in Mongola per la seconda volta con tua figlia. Quali le sostanziali differenze con il tuo primo viaggio?
Avevo già superata il livello del primo sguardo, quello impreparato di 25 anni prima. Ho seguito il suo sguardo impreparato, assommandolo al vivere a livello familiare una esperienza irripetibile.

Il libro, scritto a quattro mani con tua figlia, racconta questa esperienza di viaggio.  Quanto ti ha arricchito il fatto di essere ritornato in Mongolia con la tua famiglia?
Ho assunto il suo sguardo, sorprendente. Mi ha fatto passare dalla frettolosità avida del mio viaggiare all’accogliere la permanenza, il rallentamento, l’attesa che lei ha saputo evocare con la sua scrittura

Il disco raccoglie tredici brani ed è quasi interamente strumentale. Come hai approcciato il lavoro a questo progetto?
Ho pensato a lungo come non cadere in una world music generica. Ho cercato di riprodurre con gli strumenti occidentali, chitarre in primo luogo, l’approccio all’espressione musicale che ho visto praticare in Mongolia, dove al musica non racconta l’avventura individuale, ma si fa spazio, panorama, evocazione. Vorrei che si ascoltasse questo album con gli occhi chiusi, in abbandono. Per questo non ho voluto usare parole, che avrebbero delimitato l’ambito del viaggio

Quali sono state le ispirazioni alla base dei brani?
La musica è nata come colonna sonora del film omonimo, poi non si è accontentata di un ruolo subalterno e ho cominciato a arrangiare i brani perché reggessero senza immagini, portando le immagini, anzi, al loro interno

Quanto ha pesato il contatto con la tradizione musicale mongola nella composizione dei nuovi brani?
Non sono un esperto di musica tradizionale, ma ogni tremolio causato da una corda di violino, o di una voce è così forte quando emesso in quella vastità da farti entrare in immediata risonanza

Rispetto ai tuoi dischi precedenti che, comunque hanno un sostrato di tipo cantautorale con la presenza del testo, come è cambiata la prospettiva a livello competitivo?
Diciamo che sono arretrato, ho fatto fare un passo indietro alla parte cantautorale, che peraltro uscirà con prepotenza in un prossimo album in lavorazione. Amo molto la parte letteraria delle canzoni, ma ogni progetto è a sé stante, dunque stavolta si imponeva il silenzio

Quali aspetti competitivi hai privilegiato per esaltare la potenza evocativa della musica?
La ripetizione, l’iteratività dei suoni, ho cercato di agire in libertà rispetto ai tempi classici della canzone, pensando che ogni suono doveva avere vita fino a che non aveva esaurito il piano spaziale. Non è stato un equilibrio facile, forse non abbiamo mai lavorato così tanto di rifinitura in fase di mix

Il disco è caratterizzato da sonorità ipnotiche e atmosfere desertiche. C'è un punto di contatto con "Tabula Rasa Elettrificata"?
Certamente il luogo, ma quello di T.R.E. – di là dalla presenza dei testi immaginifici di Ferretti – era una Mongolia che si declinava nell’estinzione del sovietismo che l’aveva governata nel ‘900, mescolandolo alla tradizione ancestrale. 
Il contatto potrebbe essere nell’abbandonarsi a questo viaggio all’indietro; in retromarcia, come l’avevo chiamato allora

Come saranno i concerti del tour di "La Macchia Mongolica"? Ci sarà spazio anche per la dimensione video?
Vorrei che fossero un inno alla vicinanza, dato che questo periodo ci tiene separati. Tre musicisti dentro una tenda mongola - una gher – non più di 25 persone p r3 spettacoli al giorno. Direi che “il video” è compreso nell’odore del feltro, nella circolarità della tenda, nei tappeti, nei suoni che ti avvolgono….

Quali sono i progetti futuri che metterai in cantiere?
A questo punto, come tutti, mi accontento di avere un serbatoio di idee e capire pian piano che cosa e quando si potranno realizzare. Sto terminando la stesura di un nuovo libro dedicato all’Emilia, ho 3 concerti pronti, un album da registrare. E tanta terra da coltivare attorno a me.



Massimo Zamboni – La Macchia Mongolica (Universal, 2020)
Non è possibile ripetere il passato ma è possibile, invece, volgere lo sguardo verso ciò che si è fatto per riannodare i figli del tempo e proiettare la propria ispirazione verso il futuro. Questo è ciò che ha fatto, Massimo Zamboni con “La Macchia Mongolica”, progetto artistico nato a margine del secondo viaggio in Mongolia insieme alla figlia Caterina e declinato attraverso il libro edito da Baldini e Castoldi, il documentario firmato da Piergiorgio Casotti e il disco che contiene le musiche della colonna sonora della pellicola e rappresenta la spina dorsale ispirativa di tutto il progetto, mettendo in musica le suggestioni sonore affiorate durante il suo ritorno in Mongolia. Composto da tredici brani, in larga parte strumentali, il disco vede Massimo Zamboni (chitarra, basso, programmazione e voce) accompagnato da Cristiano Roversi (tastiere, basso fretless e samples) e Simone Benvenuti (percussioni) a cui si aggiungono la voce narrante di Byambaa e i vocalizzi di Silvia Orlandi. L’ascolto ci conduce attraverso affreschi sonori differenti che rimandano ai paesaggi solitari della Mongolia, ai suoi silenzi ma anche ai suoni rituali della sua millenaria tradizione sciamanica. Si spazia, così, da atmosfere quasi oniriche a momenti in cui la psichedelia incontra le percussioni tradizionali, da spaccati acustici a momenti in cui al centro della scena c’è la chitarra elettrica a guidarci per giungere fino ad evocazioni quasi ambient di grande potenza evocativa. Suoni stratificati di chitarre, basso, strumenti tradizionali mongoli ed elettronica ci accompagnano nella prima parte del disco schiudendoci le porte alla contemplazione della natura della seconda parte, dove chiudendo gli occhi si ha l’impressione di veder materializzarsi intorno i paesaggi selvaggi della Mongolia, le silenziose alture e il deserto sconfinato del Gobi. Ad aprire il disco sono le increspature elettroniche che avvolgono la voce di ipnotica di Byambaa, l’autista della Uaz che ci accompagnerà durante il viaggio, e chi racconta l’origine leggendaria della macchia mongolica. Si prosegue con le atmosfere oniriche della title-track che nell’evolversi in una cavalcata chitarristica, accompagnata dalle percussioni tradizionali e dalla trama potente del basso, evoca l’inizio di un percorso iniziatico, una immersione purificante e salvifica che si sostanzia in “Heavy desert” in cui le chitarre affilate di Zamboni evocano il vuoto e il silenzio del deserto. Se la sciamanica “Altaji” rimanda allo spirito della cultura araba che connette il mondo dei vivi con quello dei morti, le successive “Djinn” e “Altopiano Ruota” ne rappresentano l’estensione, svelandoci il mistero e l’inquietudine che caratterizza questa antichissima tradizione. La nuova versione strumentale di “Casco in volo”, già ascoltata ne “L’estinzione di un colloquio amoroso” del 2020 ci introduce alla sequenza in cui brillano “Shu” che rimanda al rapporto tra uomini e animali e l’intensa preghiera “Huu” con il coro di monaci che rappresenta la connessione con il primo viaggio. Il vertice del disco arriva con “Lunghe d’ombra”, unico brano cantato del disco nella quale Zamboni si mette a nudo raccontandoci a cuore aperto il senso di questo ritorno. Completano il disco il lirismo rumoristico di “Khovd” in cui si intrecciano percussioni, elettronica e chitarre, le atmosfere siderali de “I cammelli di Bactriana” e “Mongolia Interna” brano che suona come un congedo ma è solo un arrivederci perché il desiderio di risalire a bordo della Uaz e ritornare in viaggio è fortissimo. “La Macchia Mongolica” è, dunque, un progetto artistico tanto ambizioso quanto ricco dal punto di vista poetico e letterario, un lavoro in cui immergersi per lasciarsi rapire da tutto il suo fascino.


Salvatore Esposito

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