Tamikrest – Tamotaït (Glitterbeat, 2020)

Nel 2012 David Odlum aveva mixato “Tassili” che valse ai Tinariwen il Grammy Award per il miglior World Music Album. Ora i Tamikrest l’hanno chiamato in veste di produttore per un album che sa tessere connessioni che vanno da Hindi Zahra (Marocco) a Atsushi Sakta e Oki Kano (Giappone). Al centro rimane il blues-rock elettrico che alimenta il vento della liberazione per le genti del deserto sahariano. Delle alleanze e delle speranze della band kel tamasheq parla in questa intervista Ousmane Ag Mossa, compositore, chitarrista e cantante dei Tamikrest.

Come vivete la vostra vita in esilio fra Paris, Tamanrasset e le zone di confine fra Algeria e Mali?
Sono un nomade. La mia valigia è pronta. Ho sempre la chitarra in spalla. Non abito da nessuna parte. Sono dappertutto e in nessun luogo. Tokio, Parigi, Algeria, Kidal... vivo da nomade. Dove vorrei vivere? È una buona domanda che spesso mi faccio. Se mai dovessi scegliere una condizione stabile, vorrei vivere fuori mano, lontano dalla società dei consumi. Il deserto sarebbe perfetto, perlomeno come l’abbiamo conosciuto in passato. Intendo il deserto prima che arrivassero i jihadisti, gli squali, i droni e gli aerei...

Vuoi raccontarci il vostro percorso artistico e le scelte recenti?
Abbiamo percorso molta strada, ora abbiamo un gruppo davvero solido. Siamo in grado di creare la musica che amiamo. Un mix fra le nostre tradizioni e le influenze del rock moderno. Ovviamente queste influenze rock ce le offrono i nostri amici francesi, ma anche noi siamo grandi fan della musica occidentale ed i musicisti francesi che suonano con noi spesso vengono con noi nel deserto e ne sono ispirati: cross-over in tutti i sensi.

Come avviene il processo di composizione e creazione dei brani?
Compongo spesso e molto durante i miei viaggi. Ma i membri di Tamikrest vivono sparsi nel mondo. Quindi, cerchiamo di comporre molto durante i tour. Partiamo dalle mie composizioni ed ognuno aggiunge elementi nuovi. A volte organizziamo incontri residenziali per lavorare alle nuove canzoni. Cerchiamo di lavorare insieme il più possibile, ma nelle nostre condizioni non è facile. Ma facciamo in modo che tutto sia pronto prima di entrare in studio di registrazione.

“Tamotaït” significa speranza in un cambiamento positivo. A cosa si riferisce?
Veniamo da lontano e abbiamo vissuto intensamente. Le canzoni sono nate lungo la via. Parlano di cambiamenti che possano rivelarsi positivi. La nostra situazione oggi nel deserto è davvero estrema. 
Tutto quel che ci rimane è la speranza ed il titolo che abbiamo voluto dare all’album “Tamotaït”, cambiare in meglio.

In che modo le vostre canzoni parlano del contesto politico attuale nel Sahara e specificamente nell’Azawad?
In questo album canto in onore della mia gente, sparsa in cinque stati diversi, un popolo guidato da gente che non conosce la nostra tradizione, cultura e identità. Canto il mio desiderio che un giorno ci sia possibile avere il diritto di decidere il nostro futuro, il futuro della mia gente. Siamo persone che vogliono vivere in libertà, vogliamo vivere e diffondere la nostra identità, la nostra cultura. Dopo il periodo coloniale, siamo stati divisi fra cinque stati e siamo governati da chi non sa nulla della nostra tradizione. Come artista vedo una sola soluzione: avere diritto al nostro potere di decisione e al nostro territorio. E’ ancora la mia speranza, dopo 50-60 anni di oppressione. Non so cosa voglia dire “cooperazione internazionale”. Non credo più nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nei trattati internazionali eccetera. Difendono i propri interessi. Quando i loro interessi sono coinvolti in un conflitto, difendono io propri interessi. Se non ci sono interessi da difendere, non fanno nulla. Io spero che un giorno si possa uscire da questa situazione. Spero la nostra musica possa rendere le persone consapevoli di questa situazione. E forse ci sarà chi si mobilizzerà per sostenerci. 
Credo più nell’opinione pubblica che nelle consultazioni politiche internazionali.

Come avete deciso di coinvolgere la cantante Hindi Zahra nel vostro disco?
Hindi Zahra è una grande cantante! L’ho conosciuta grazie al nostro chitarrista, Paul Salvagnac che suona anche nel suo gruppo. Ci siamo incontrati a Bruxelles durante un concerto all’Ancienne Belgique. La amiamo! L’abbiamo immediatamente invitata a lavorare insieme per il nuovo album ed ha accettato. Chi può sapere cosa ci riserverà il futuro…

Come hai incontrato ed hai cominciato a collaborare con Atsushi Sakta and Oki Kano?
La nostra prima esperienza giapponese risale al 2017. In quell’occasione abbiamo incontrato Oki. Lo amiamo! Suona uno strumento che mi era sconosciuto, il ton-keri. Abbiamo suonato insieme durante un festival a Toyota City. Un anno dopo sono tornato in Giappone per visitarlo, per conoscere un paese molto distante da ciò che conosco, il deserto. Ho viaggiato in lungo e in largo. In quel periodo ho suonato con diversi musicisti giapponesi. Ho voluto che quell’influenza giapponese fosse presente nel nuovo album di Tamikrest. Per me è molto importante mostrare come la musica sia universale. 
Ora ci sono influenze giapponesi nella musica tuareg, non è fantastico? La musica non conosce confini. Ho davvero amato questa esperienza.

Che ruolo ha avuto nel registrare Tamotaït la collaborazione col produttore David Odlum?
Siamo molto soddisfatti del risultato e a David va una buona parte del merito. Volevamo un suono vintage. Nel 2014 avevamo preso in considerazione lavorare con il Black Box Studio in Francia. E’ perfetto per noi, permette di ascoltare tutto molto chiaramente, genera l’energia giusta. David ci ha lavorato dieci anni, lo conosce a menadito. Insomma, era un desiderio che coltivavamo da lungo tempo e David era la persona ideale per fare da produttore. Ci ha molto aiutato nel trovare il suono giusto, a scegliere microfoni ed amplificatori giusti.... E ha influenzato la direzione che hanno preso alcune canzoni. La sua influenza è chiaramente percepibile.



Tamikrest – Tamotaït (Glitterbeat, 2020)
Da dodici anni, ogni due anni circa, arriva il nuovo album dei Tamikrest e (quasi) puntuale è arrivato “Tamotaït”, registrato nella regione dei Paesi della Loira, non lontano da Nantes, a Noyant la Gravoyere, nei Black Box Studio. È il loro sesto album: blues-rock dal deserto interpretato con un quintetto compatto: Ousmane Ag Mossa, voce e chitarra, Aghaly Ag Mohamedine, voce e percussioni, Cheikh Ag Tiglia, basso e cori, Paul Salvagnac, chitarra e Nicolas Grupp alla batteria. Questa storia potrebbe cominciare nel 2006: Ousmane Ag Mossa e Cheick Ag Tiglia, già compagni nella scuola Les enfants de l'Adrar a Tinzawaten, scelgono di non coinvolgersi nella lotta armata che caratterizza la loro regione e di cercare di sostenere la popolazione kel tamashek (da noi conosciuti come tuareg) con la musica. Sono cresciuti ascoltando e provando a suonare sia il repertorio tradizionale, sia i brani dei Tinariwen. Un paio d’anni dopo parteciperanno al Festival del deserto e cominceranno a collaborare e registrare con artisti anglofoni. In un’intervista ad Andy Morgan pubblicata dal Guardian nel 2013, Ousmane Ag Mossa aveva così sintetizzato le proprie motivazioni e ascendenze musicali: «Questa musica si fonda su una causa precisa, la causa tuareg. In senso lato, siamo tutti figli di Ibrahim [Alhabib, fondatore dei Tinariwen, ndr]. La sua musica ha avuto un’influenza importante su di me, così come il suo modo di suonare la chitarra». Sono cresciuti musicalmente con album prodotti dallo statunitense Chris Eckman (The Walkabouts), ma in questa occasione hanno chiamato non solo a curare il suono, ma a produrre l’intero lavoro David Odlum (The Frames), irlandese. E hanno aperto le porte a due collaborazioni che introducono registri inediti nella loro musica. La prima è quella con la cantante marocchina Hindi Zahra che, dopo qualche concerto insieme, in studio ha regalato al gruppo, alla prima take, le dolenti linee vocali di “Timtarin”, con i suoi sei minuti, il brano più dilatato ed introspettivo dell’album: la sezione ritmica entra piano e sa costruire un esemplare crescendo, mentre il dialogo costante fra le linee melodiche sostiene l’alternarsi delle voci: «La vita mi ha insegnato che nulla è eterno». Nella lingua tamasheq il nome del gruppo significa sia coalizione, sia avvenire ed il titolo dell’album invoca caparbiamente un avvenire migliore. Innanzitutto un futuro che dia la possibilità agli esuli di poter tornare nei territori Azawad. In “Amzagh” i versi indagano la relazione fra quel che stiamo facendo oggi ed il futuro che saremo capaci di costruire, mentre in “As Sastnan Hidjan” si esplorano esplicitamente le possibilità di attuare una rivoluzione, una lotta che rimetta al centro la cultura tamasheq, rifiutando le forme di oppressione. A dar forma sonora a queste istanze di alleanza e lotta ci pensano le chitarre di Ag Mossa e Paul Salvagnac che intrecciano le rispettive linee melodiche costruendo strati sempre più densi, pronti all’eruzione finale. Musicalmente, uno dei brani più “pacati” è l’inno alla terra dei kel tamasheq, “Azawad”, fautore di un andamento ipnotico che caratterizza buona parte del lavoro. In chiusura “Tabsit” sa aprire a nuovi orizzonti incrociando voci e melodie con i ricami dello shamisen di di Atsushi Sakta e le cinque corde del tonkori di Oki Kano (Oki Dub Ainu).



Alessio Surian

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