Shabaka Hutchings and the Ancestors – We Are Sent Here By History (Impulse, 2020)

Cinque anni fa, a Johannesburg, Shabaka Hutchings aveva registrato il primo album con the Ancestors: “Wisdom of the Elders”, un salmo in nove parti che sa legare attraverso l’Atlantico accenti jazz fra Africa, Caraibi, Nord America ed Inghilterra. Gli Ancestors vengono da Soweto, luogo chiave del passato recente e della lotta all’apartheid e, senza mezzi termini, rivendicano il ruolo di narratori della storia africana: lo fanno con i versi cantati da Siyabonga Mthembu in zulu e in xhosa, o declamati in inglese quando si tratta delle poesie di Lindokuhle Nkosi; con il clarino e il sax (tenore) di Shabaka e di Mthunzi Mvubu (contralto), sospinti dal contrabbasso di Ariel Zamonsky, le tastiere Nduduzo Makhathini o Thandi Ntuli, le percussioni di Gontse Makhene, la batteria di Tumi Mogorosi. L’ottetto del primo album si è trasformato in un sestetto (cui si aggiungono all’occorrenza le tastiere) compatto ed energetico, traboccante di idee e dinamiche sonore. Quando hanno registrato non avrebbero potuto immaginare quanto profetica sarebbe suonata la loro rivendicazione di essere stati mandati dalla Storia: il disco è arrivato a metà marzo, proprio con il diffondersi della pandemia Covid-19 e sembra rispondere al generale clima distopico, in particolare con i sette minuti ed i crescendo di “’Til The Freedom Comes Home” e con i dieci di “They Who Must Die” che apre l’album all’insegna di ostinati fortemente percussivi. Quest’ultimi, nei cambi di passo, sanno “liberare” la voce di Siyabonga Mthembu ed i fiati che si alzano letteralmente in volo. «Guardo positivamente al futuro» ha detto di recente Shabaka al “Guardian”. «C’è sempre una tensione ansiosa prima che avvengano i cambiamenti; le cose devono andar male prima che possano andar meglio. Ci vuole una fiamma iniziale per appiccare incendio: siamo giunti ad un momento di crisi ed il solo modo di proseguire è discutere di più ed imparare quali siano le prospettive altrui. C’è chi pensa che la storia sia finita, ma è piuttosto qualcosa che dobbiamo continuamente esplorare e saper sfidare e qualche volta incendiare, per evitare di continuare a commettere gli stessi errori». E qui sono al centro i versi di Mthembu, come in apertura di “You’ve Been Called”: «Siamo stati mandati qui dalla storia / L’accendino porta il fuoco, ed è presente all’incendio / L’incendio della repubblica / Bruciano i nomi, bruciano i documenti, bruciano gli archivi, bruciano le multe, bruciano i mutui, bruciano i prestiti agli studenti, bruciano le assicurazioni sulla vita / Un atto di distruzione diventa creazione». Non si tratta solo di liberarsi da qualcosa o qualcuno, ma anche dalle proprie gabbie mentali. Una forte energia sonora caratterizza l’intero lavoro e sollecita almeno due chiavi di lettura. Da un lato c’è la ribellione contro la mentalità ed il potere (neo)coloniale, dall’altro l’invito a ripensare l’identità maschile. È esplicito in “We Will Work (On Redefining Manhood)”, ma anche in “Finally, The Man Cried” e “Teach Me How To Be Vulnerable”. Quest’ultima è un’oasi di quiete, aperta dal solo sax di Shabaka che viene poi raggiunto dal piano acustico di Thandi Ntuli. Nel raccontare questo lato del disco Shabaka ha ricordato la sua infanzia, il fatto di essere stato cresciuto solo dalla madre ed il fatto che sia lei che lui siano figli unici “Non ho avuto molti esempi di cosa volesse dire essere un uomo. Oggi, guardando alle nostre ossessioni con le classi, con le identità nazionali, ci rendiamo conto di come siano strettamente legate alla crisi della mascolinità, al fatto che ai ragazzi non si dice che sono vulnerabili, all’assenza di modelli. La musica ed i versi chiedono come saremmo se non avessimo queste cornici di riferimento”. In “We Will Work (On Redefining Manhood)”, il flauto e le percussioni si rincorrono e intrecciano proprio questi miti da smontare, declamati da Mthembu in zulu: «un uomo non piange / un uomo non si lamenta»


Alessio Surian

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