Rione Junno – Pane (Soundfly/Self, 2019)

Pane “architrave del Mediterraneo” scriveva Alessandro Leogrande sul “Corriere del Mezzogiorno”, recensendo “Pane Nostro”, l’entusiasmante e colta lettura dell’antico alimento materiale e spirituale operata da Predrag Matvejevic. Parliamo di nutrimento base fin dalle civiltà mesopotamiche, se è vero che già nel poema di “Gilgameš” si descrive la sorpresa e perfino la riluttanza con cui l’eroe cacciatore Enkidu si accinge ad assaggiare il pane per la prima volta, fin poi a saziarsene. Cibo celebrato nell’Antico Egitto, nella cultura ebraica e nella grecità, il pane è prodotto comunitario, dunque, forte marcatore simbolico per popoli e religioni. “Base del racconto che ogni civiltà fa di se stessa… [ma anche] emblema della fame atavica e sempre nuova, l’emblema della dignità, del lavoro, della condivisione”, osserva Davide Rondoni nello scritto posto a introduzione dell’ultimo album dei Rione Junno, formazione dalla consolidata popolarità nel Gargano che ha preso nome del quartiere antico di Monte Sant’Angelo, dove, tra l’altro, si produce il tipico pane locale. Nel nuovo disco, “Pane”; pubblicato a distanza di sette anni dal precedente “Terra di Nessuno” (2012), Federico Scarabino e Biagio de Nittis (voci e chitarre) condividono l’idea progettuale con lo scrittore Raffaele Niro e si affidano musicalmente alla scrittura di Erasmo Petringa, impegnato anche a plettri e archi. Si tengono lontani da proiezioni folkloriche passatiste, perché i Rione Junno sono consapevoli che, come scrive Franco Arminio in una sorta di postfazione, messa in chiusura del booklet: «ci serve la forza del passato più che l’estenuante querela di un presente cinico e ciarliero». Hanno prodotto un singolare percorso parallelo musicale e letterario imperniato proprio sulla centralità simbolica del pane, con recitativi di Sonya Orfalian, Riccardo Giagni e Raffaele Niro, appoggiati agli arpeggi delle corde. Si tratta estratti sull’arte di plasmare il pane e le note, sullo sfruttamento del lavoro nei campi, sul grano come dono, sull’emigrazione, sulla ritualità natalizia e sull’invocazione della pace, selezionati da componimenti del grande autore armeno Daniel Varujan, di Umberto Fraccacreta, nativo della Capitanata, e dello stesso Niro. Le voci narranti si alternano alle canzoni dialettali incastonate nell’inconfondibile struttura del canto garganico, che conferisce il senso del luogo, ma, al contempo, si fa portatore di istanze contemporanee di una terra parla al mondo. Tra gli ospiti c’è l’immancabile mentore dei Rione Junno, Eugenio Bennato (li lanciò nel movimento Taranta Power), voce nella sua “Foggia”, dove da par suo ci mette la chitarra elettrica Elio 100 grammi dei Bisca. Si ascoltano le testimonianze vocali, antiche e uniche, di Matteo Salvatore ne “Soprastante”, di Antonio Piccininno e del cantore del Sannio Enzo Matarazzo nella magnifica “S’è fatta sera”. Il calore canoro del senegalese Assane Diop splende nei canti d’amore “Stella Diana” e “Mille Volte Ancora” (che è anche il singolo). In “ Notte di Natale” entrano l’organetto diatonico di Massimiliano Morabito e la zampogna di Giulio Bianco (due colonne del Canzoniere Grecanico Salentino); Luca Rossi, invece, è la voce ne “La Strada dei rubini e dei diamanti”. Valore aggiunto sono i bei disegni di Stefania Guerra, che arricchiscono il booklet. Appassionato lavoro poetante, incontro sincero tra suono e senso, perfino audace nel proporre una combinazione di verso cantato e declamato. Raccogliamo appieno l’invito di Arminio a «indugiare un poco sul mondo del pane e del canto»


Ciro De Rosa

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