Raffaela Siniscalchi, Gabriele Coen, Mario Rivera, Stefano Saletti – Ho Visto Nina Volare (CNI Unite, 2019)

Spesso si riempiono pagine e pagine a discettare di come non si contino più i dischi tributo a Fabrizio De André e soprattutto si perde vanamente tempo ad interrogarsi sull’esigenza o meno di queste operazioni, finendo spesso per cadere nell’errore di fermarsi alla superfice, senza entrare profondamente nello spirito che li ha animati. Le canzoni di Fabrizio De André non smettono di parlarci, di aprirsi, svelarsi e rileggerle è un’opera necessaria, soprattutto se si riesce a proiettare la sua musica verso il futuro, facendone emergere tratti sconosciuti, sfumature nascoste, suggestioni da scoprire. E’ il caso di “Ho visto Nina Volare”, album firmato dalla cantante romana Raffaela Siniscalchi con Gabriele Coen (sassofono soprano e clarinetto), Mario Rivera (basso acustico a 6 e 4 corde) e Stefano Saletti (bouzouki, oud e chitarra acustica), quattro musicisti che non hanno bisogno di presentazioni, i quali da lungo tempo hanno allestito un omaggio a Fabrizio De André, già ampiamente rodato sul palco con diversi concerti realizzati per il Tram Jazz, sia nelle intersezioni con il teatro con lo spettacolo “Io, Fabrizio e il Ciocorì – De André, un ritratto di prima mano” di Flavio Brighenti. Si tratta di un lavoro di grande fascino nel quale questo supergruppo nato intorno alla voce di Raffaela Siniscalchi ci svela tutto il repertorio di Fabrizio De André sotto una luce nuova, facendo riemergere gli addentellati che lo legano alla world music e al jazz. L’ascolto è l’occasione per compiere un viaggio all’interno dell’immaginario di Fabrizio De André che si apre con la sinuosa rilettura di “Bocca di Rosa”, impreziosita da un assolo di clarinetto di Gabriele Coen, ed entra nel vivo con il lungo medley da “Non al denaro non all’amore né al cielo”, guidato dalle corde di Saletti e nel quale il quartetto ci regala “Un malato di cuore”, “Il suonatore Jones”, “Un blasfermo” e “Un giudice”. Se “Ho visto Nina volare” si colora di tinte world con lo splendido segmento centrale strumentale in cui l’oud di Saletti dialoga con il sax di Coen, la successiva “Preghiera in gennaio” è il momento più toccante di tutto il disco per l’intensità dell’interpretazione della Siniscalchi. La bella resa di “Crêuza de mä” ci regala un altro spaccato strumentale in cui dialogano il bouzouki di Saletti e il basso acustico di Mario Rivera, mentre “Volta la carta” si snoda in tutta la sua leggerezza folkie con il clarinetto di Coen a guidare la linea melodica. Il trittico con “Khorakhané”, “Valzer per un amore” e “La canzone di Marinella” sono un incanto acustico in cui musica e poesia si intrecciano impreziosite dalla vocalità intensa di Raffaela Siniscalchi. L’eterea versione della “Canzone dell’amore perduto” ci guida verso il finale con “Dolcenera” e “Amore che vieni, amore che vai” che chiudono un album elegante e raffinato tanto per l’approccio vocale di Raffaela Siniscalchi, quanto per le straordinarie strutture musicali che caratterizzano gli arrangiamenti. 


Salvatore Esposito

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