Parole al tempo del corona virus: attesa. Da Samuel Beckett a Claudio Lolli

Muovo da un assunto fondamentale: nelle sue espressioni più riuscite, la canzone d’autore è stato un genere contiguo, se non intrinseco, alla letteratura come alla poesia. Lo è stato al punto da potersi assumere come espressione para-letteraria e/o para-poetica vera e propria. Sul tema dell’attesa, “Aspettando Godot” (EMI, 1972) di Claudio Lolli, si pone come esemplare di questa liason, in quanto incentrata (sin dal titolo) sul tema dell’insensatezza ontologica dell’opera di Beckett per scavallarla sottotraccia in accezione pro-attiva. L’attesa che era vuoto di senso in Samuel Beckett diventa cioè, in Lolli, potenzialità di slancio e riscatto, e nel contempo - leopardianamente - attesa per l’attesa, piacere esistenziale in sé e per sé.Fra  i cantautori più capaci di stratificazioni, il bolognese Claudio Lolli è stato forse quello più frainteso. Accompagnato sin dai suoi primi dischi dalla fama di pessimista, depresso, di istigatore al suicidio (addirittura!), quando invece era poetico, marxista, esistenzialista; malinconico certo, ma istigante (se mai istigante è stato) alla riflessione e all’impegno sociale come solo i veri poeti sanno esserlo. 
Aspettando Godot appartiene all’album con le cinquemila lire in copertina (EMI, 1972) ed è una traccia rappresentativa del primo Lolli. Lo è in quanto al discorso intimista affianca quello politico, il discorso su una generazione in attesa del Godot della rivoluzione.  Là dove in Beckett Vladimir ed Estragon, i due uomini “vestiti come barboni”, in attesa del signor Godot, reiterano il loro mal-essere in una lamentela inceppata su discorsi incongrui e di superficie, riflesso del non-senso della vita (si azzuffano, meditano di separarsi, persino di suicidarsi, restando di fatto assoggettati l’uno dall’altro), in Lolli il protagonista nasce-cresce-studia-si innamora-si sposa-procrea-cerca Dio (senza trovarlo), in fondo consapevole della propria afasia emotiva, e in punto di morte capace di un guizzo, di un élan vital, di una rivolta quasi camusiana (Albert Camus, “L’uomo in rivolta”) che riempia di senso autentico l’agito.
“Questa sera sono un vecchio di settantanni/solo e malato in mezzo a una strada/dopo tanta vita più pazienza non ho/ non voglio più aspettare Godot/Ma questa strada mi porta fortuna/ c'è un pozzo laggiù che specchia la luna/ è buio profondo e mi ci butterò/ senza aspettare che arrivi Godot.”
In un’intervista che gli feci per un mio libro, Claudio Lolli si sofferma in questo modo sull’attualità-universalità del brano: “(…) finché non arriverà Godot, questa canzone resterà attuale. È il bello dell’attesa… Quando l’ho scritta ero molto giovane, avevo 17 anni: ho manipolato il capolavoro di Samuel Beckett e ne ho fatto un testo molto ‘pro-azione’. Ma in realtà Aspettando Godot è più ‘leopardianamente’ una canzone sul bello dell’attesa. L’unica cosa accettabile è aspettare, spesso anche l’unica speranza.”  Pure se muovendo dallo stesso spunto, rispetto al vuoto di senso introdotto da Beckett attraverso un’attesa senza soluzione di continuità e senza scampo, in Lolli l’attesa non è viatico compiaciuto di depressione. Al contrario diventa spunto possibile di presa di coscienza, di riflessione intorno a senso e non-senso della vita, e su come in molti casi, essi dipendano da noi. Il messaggio lolliano non è di resa pedissequa, e nemmeno di rassegnazione: pure se privo di allegria (ma davvero c’è qualcuno che a ragion veduta, possa dirsi allegro in questa vita?), è un messaggio sull’attesa programmatica che predispone alla lotta. Sul valore proattivo di un’attesa che può significare obiettivi. Che può significare gramsciana medesimezza. Che può significare anelito di riscatto.
“Giorni e giorni a quei tavolini/ gli amici e le donne vedevo vicini/ io mi mangiavo le mani però/ non mi muovevo e aspettavo Godot”.
Se non si tiene conto di questa sotto-traccia proattiva, l’io-narrante del Godot di Claudio Lolli risulta senza dubbio un paradigma da non imitare. Quasi un esempio ammonitorio: è l’uomo che diventiamo tutti quando aspettiamo senza sapere aspettare (l’aspettare vano dei due straccioni di Beckett). Quando aspettiamo inermi significati ultimi, batticuori assoluti, manne dal cielo. Quando restiamo in attesa di qualcosa o Qualcuno che giustifichi il rimandare, la non-azione, il non-coraggio del momento. Inconsapevoli che tra un’attesa (vuota) e l’altra (altrettanto vuota) il tempo ci inganna, scappa, e Godot non arriva. Mai.


Mario Bonanno

Nessun commento