Enzo Moscato – Modo minore (Squilibri, 2020)

«Non canto per mettere in luce un (improbabile, del resto) talento vocale, ma bensì per dare alla mia anima un’ulteriore ‘chance’ di esprimersi, a teatro e nella vita, con ‘altro’ e non solo con le parole. Che io penso siano parole con le ali, farfalle sonore, ‘sciusciateci’ da Dio». Così, si schermisce Enzo Moscato, spiegando le ragioni del suo cantare in “modo minore”, non solo richiamando la modalità della tecnica musicale, ma insistendo sull’atteggiamento sommesso con cui porge la parola cantata. Drammaturgo e attore, uno dei maggiori autori e interpreti della scena teatrale contemporanea (72 anni compiuti da poco), fa della trasversalità il suo tratto, offrendo un récit-chantant vissuto come desiderio di plasmare e intrecciare il melos con il racconto di vita: è un osservatore dei marginali (non a caso tra i suoi modelli c’è Viviani), determinato nello “spaesare” la napoletanità classica teatrale e musicale, perché «in fondo la lingua del canto dell’anima, della scrittura dell’anima in note, non conosce barriere, dogane, divisioni, confini, ma parte e ritorna da e all’unica radice, che tutte le fa nascere e camminare: il desiderio di esprimersi e comunicare, che è in ognuno di noi, al di là del luogo dove si è nati, dell’età, del colore della pelle, dello status sociale e politico cui si appartiene». “Modo Minore” è stato presentato in anteprima al Ravello Festival nel 2016 come spettacolo di prosa-canzone alla maniera ibridata del “tradinnovatore” Moscato, che lo ha concepito insieme (come per precedenti feconde pièce) al musicologo e compositore Pasquale Scialò, curatore del progetto e della direzione musicale. Dalla platea l’opera è divenuta un CD-book pubblicato da Squilibri in bella veste arricchita dai disegni di Mimmo Paladino. La sostanza strumentale è portata da un impeccabile organico di orchestrali (l’ensemble modo minore), formato da Antonio Colica (violino), Claudio Romano (chitarra classica, acustica, elettrica, mandolino, oud e chitarra portoghese), Antonio Pepe (contrabbasso) e Paolo Cimmino (percussioni). 
Lasciando fuori ostentazione e ridondanze, Moscato ci conduce nelle pieghe esistenziali con la ricostruzione di squarci sonori e ambientali della sua infanzia e adolescenza vissuta sui Quartieri Spagnoli che procede per sbalzi spaziali e temporali, in un arco epocale racchiuso tra gli anni Cinquanta e gli Settanta del Novecento. Il “modo minore” finisce per essere variamente declinato, facendo proprie canzoni cadute nell’oblio, innestando schegge di memoria e di assonanze o creando temi originali, scritti a quattro mano con Scialò, il quale le ha musicate con la consueta eleganza e sobrietà, come l’iniziale, magnifico umore tangueiro che investe “Carnale”, la crepuscolare “Chiaro scuro”, i sogni swinganti di “Cinema Adua” e l’epilogo “Nun parlà”, concepito per Lucio Dalla. Nel composito e spregiudicato programma interpretativo troviamo la meroliana “Russulella” in medley con “‘O sfaticato d’’o quartiere”, il Carosone di “Giacca Rossa ‘e russetto”, a torto meno famosa di altri hit coevi dell’americano napoletano, qui guidata da un inquieto violino, lo swing-jazz a tinte manouche de“L’ammore mio è…frangese /Accarezzame” di Ugo Calise, indimenticato compositore e chitarrista aperto al mondo, animatore della vita musicale notturna ischitana. Come si può non restare «ncantato do mare do sole e ‘a luna» come il forestiero di “Na Bruna”, perla ripresa dal canzoniere di Sergio Bruni? D’un tratto entrano le note sublimi del Köln Concert di Jarret che sfociano, inaspettatamente (ma perché no?) in “Nun t’aggia perdere”, cavallo di battaglia di Pino Mauro, cantante-protagonista dell’ultima Sceneggiata. 
La coppia propone un trittico che rispolvera altri episodi trascurati e “plebei” del canto partenopeo, presentati nelle edizioni del Festival della canzone napoletana: si tratta del calypso “’O giubox ’e Carmela” (che qui incontra “Only You”), “Serenata arraggiata” e la spassosa, ironica nostalgia di “Mandolino d’’o Texas”. Dal repertorio di un’altra voce passionale, Enzo Di Domenico, arrivano i ricordi racchiusi in “’O bar ‘e ll’università”, un altro tra gli episodi più riusciti del lavoro. Insomma, è un susseguirsi di connessioni e ripescaggi inattesi, tanto è che nel pastiche multiforme si intrufolano Bindi, Gaber, Tenco, Sonny Bono, Martino, Donaggio e Ortolani, Jay Livingston e Ray Evans, in un’esuberante (con-)fusione di climi sonori, padroneggiati da Moscato con verace raffinatezza, che raggiunge il climax in “Guaglione/ Bambinò”, traduzione francese di Dalida dell’hit carosoniano, approdato pure sulla sponda sud del Mediterraneo grazie al canto inimitabile di Lili Boniche e qui riletta in chiave world con oud e darbuka. “Modo Minore” è uno speciale “concertino di canzoni” che va a comporre una singolare e unica colonna sonora di vita, producendo contrastanti emozioni e chiedendo all’ascoltatore-spettatore di affrancarsi da ristrette vedute mentali e musicali. 



Ciro De Rosa

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