Daniele Sepe – Le nuove avventure di Capitan Capitone (Autoprodotto/Goodfellas, 2020)

Si sa, il sequel non sempre riesce a fare centro come il primo progetto, figuriamoci il terzo capitolo, eppure quando ci si trova al cospetto di Daniele Sepe, gli si deve riconoscere la “tremenda” arte di sbaragliare il campo con le note messe al posto giusto, pur nella varietà di ambientazioni e suoni, con i lazzi e i frizzi, gli espedienti caustici, goliardici e sempre spiazzanti, l’osservazione implacabile delle contraddizioni e storture del radicalismo chic. Cosicché alle prese con la bulimia sonora e presenzialista (sono tantissimi i musici, dai 4 ai 65 anni d’età, che partecipano al nuovo disco) della sua ciurma piratesca (e non corsara: com’è noto questi ultimi mettevano le loro arrembanti azioni al servizio dei sovrani) si rimane affascinati, come i bambini che ascoltano la storia di “Cazzimmao” o come gli adulti che non possono che riconoscere nel fiatista-compositore uno dei pochi artisti zeppi di cultura musicale, curioso nel cercare musiche altre, abile nello scovare e narrare storie da mettere in musica (e che musica!) facendo saltare il banco dei registri culturali altri e bassi, del pop, del rock, del jazz e delle musiche del mondo. Succede pure nel terzo volume dell’epopea marinaresca del suo alter ego, Capitan Capitone, che dopo aver scorrazzato con i “Fratelli della costa” nel primo disco (2016) ed essersi rallegrato con “i parenti della sposa” nel secondo (2017) si ritrova a navigare con il suo
galeone per i sette mari (dal Brasile alla Bretagna, dall’Argentina al Portogallo e poi, di ritorno, fino a Capo Miseno) ne «Le nuove avventure di capitan Capitone», lavoro sempre autoprodotto, realizzato con il crowdfunding e con trovate di marketing (pensate alla pendrive con file FLAC, testi e basi per karaoke a forma di bottiglietta da messaggio affidato alle acque) che non sarebbero venute in mente agli addetti ai lavori con lauree gestionali. Oltre alle piattaforme digitali, se preferite il supporto CD c’è con un ricco libretto di 24 pagine con testi e traduzioni. Ma di più non vi diciamo, perché affidiamo la parola al lui medesimo: il Capitan Capitone, caustico, ironico e diretto autore di questa nuova inaudita scorribanda sonora.

Che differenza ragionare di fare un disco a tema come “A Note Spiegate” o il tributo a Gato Barbieri o educare i più giovani facendo conoscere Victor Jara e un disco con una ciurma così eterogenea?
Mbé, non è la prima volta. Diciamo che ad un aspetto più vicino al alto strumentale, da sassofonista, del mio lavoro, ho sempre accostato uno più attento al mondo della narrazione, della canzone.
Considero la musica tutta interessante, e sono un appassionato da sempre di canzone, da Conte a Lolli, da Brassens a Brecht, e poi Zappa faceva anche canzoni, no?

Chi non c’è? E chi c’avresti voluto?
Ah, con più di cento persone nel disco sarei un incontentabile. Di certo non abbiamo fatto in tempo con Enzo Savastano e Dario Sansone, con i quali poi abbiamo messo un piccolo contributo estemporaneo. Nel prossimo loro due ci saranno sicuro.

Quando c’erano ancora i negozi di dischi mi hai detto che “70 minuti di un CD so’ troppi e nessuno li ascolta”, però ma qui ne avete suonato 67,28. Hai cambiato idea?
Non ho cambiato idea, nel senso che penso sempre che oggi l’ascolto sia pensato e vissuto diversamente, ma resto un uomo del mio tempo, quando compravi un disco a settimana e lo consumavi tutto dall’inizio fino alla fine, ascoltandolo con gli amici, e non ho mai vissuto il fascino del singolo o dell’ex 4“.

“Lasciate che i bambini vengano al Capitano”: ci sono due cori, uno di Pescasseroli e uno della Scalzabanda. Come li hai scelti?
Ricordavo che Scalzabanda, che avevo coinvolto nel concerto alla Sanità con Vinicio Capossela, aveva un coro di bambini, e poi Antonello Iannotta dei Patrios mi ha anche parlato del coro di Pescasseroli. Una buona occasione per fare una gita in un posto dove si mangia dell’ottimo ragù di cinghiale. Entrambi i cori fantastici e i bambini commoventi.

Oltre a cantare i bambini sono anche parte del tuo pubblico e hai inciso brani che si rivolgono a loro… Come te lo spieghi? È’ colpa dei genitori? Come farsi ascoltare dal pubblico di domani?
Ma no, non penso che la colpa sia dei genitori, o meglio, la colpa è dell’andazzo culturale di questa nazione, a cominciare dalla televisione. Gira tutto intorno al consumo, e ai bambini sono visti come clienti, al pari di tutto il resto dell’umanità. Ma restano in qualche maniera ancora non formati, o meglio deformati, dalla fabbrica del consenso. Possono ancora dire no.

Una delle cose da ammirare nelle tue incursioni internazionaliste è la tua capacità di scovare storie piccole che possono insegnare tanto. Uno di questi è Avitabile alias Abu Tabela. Ce la racconti la sua storia?
Come è narrato nel libretto accluso al CD, è la storia mirabolante in un ufficiale dell’esercito di Murat che finisce per diventare il pascià dell’Afghanistan, ricco e pieno di donne, ma la nostalgia canaglia lo riporta sessantenne a voler ritornare ad Agerola, il suo paese natio, e dopo una vita di pericoli e battaglie finisce avvelenato dalla moglie venticinquenne. Destino strano, eh?

Altra storia migrante è quella del trombettiere di Custer originario di Sala Consilina… qui musicalmente che è successo?
Volevo raccontare questa altra storia incredibile di un nostro conterraneo, e ho adattato una vecchia ballata sudista alle parole di un testo ex novo. Un divertissement anti eroico, contro la stupidità di generali e colonnelli. E della guerra in generale.

Una chanson a virer della tradizione bretone diventa “Marenare”. A parte la centralità della cultura marinara, che rapporto hai con la musica di artisti bretoni come Stivell e Dan Ar Braz (l’Hendrix bretone che richiamate nel finale del brano) che sono stati fondamentali nel folk revival dei ’70?
Con Stivell ho avuto l’onore di suonarci insieme quando ero piccolo piccolo, suonammo l’Internazionale, lui con la sua cornamusa bretone. E’ musica che mi ha formato al pari di Coltrane e Rollins. Da piccolo consumavo Chieftains e Dubliners, e giravo sempre con un tin whistle con me. Anche ora sul capitone ho sempre un whistle a bordo.

Dietro la veste neomelodica di “’O guardio” mette al centro storie di morti violente adolescenziali. Ha senso farne delle bandiere e dividere il mondo sempre in buoni e cattivi? Questo al di là di responsabilità individuali che vanno condannate.
I buoni e i cattivi esistono, c’è sempre una differenza tra il carcerato e il carceriere, tra lo sfruttato e lo sfruttatore. Siamo schiavi entrambi del sistema capitale, ma abbiamo responsabilità diverse. Certo un quindicenne dovrebbe non delinquere, anche se lo devi andare a raccontare a chi non ha niente. Ma un adulto in divisa deve essere più responsabile di quello che fa.

Cosa è successo in “Uagliun & uagliole”?
Che abbiamo cercato in tutto il repertorio molisano qualcosa di adatto al Capitone, ed è stato difficile.
Poi abbiamo trovato una vecchia canzone popolare, molto ironica, sulla moglie che resta a casa mentre il marito sta a guarda le pecore e l’abbiamo adattata al presente

La musica antica è un altro punto fermo: mi riferisco in particolare a “Ondas do mar de Vigo”. L’hai scelta per la voce della Zamuner o viceversa?
La Zamuner imperversa in tutto l’album, come Sabba. Sono due voci duttili, fantastiche e pronte ad affrontare qualsiasi cosa. Penso che Emilia farà una carriera fantastica.

Era necessario dire la tua sulla trap con “Romeo & Giulietta 2.0”?
La trap è musica no? Se faccio hip hop alla mia maniera con Shaone da anni, possiamo fare anche un pezzo trap…

La bussola è ancora brasiliana con “Core ‘e pappavalle” Come nasce e chi ci suona?
All’inizio pensavo a un brano per coinvolgere Stefano. Poi ho pensato che era limitante pensare sempre a Bollani che interprete carioca. Ho scritto il brano inizialmente per flauto, poi mentre missavo Antonello si è messo a fischiettare il tema e l ho messo subito davanti al microfono. Avevo fatto un solo col flauto basso, ma poi ricordandomi la passione di Jobim per il fagotto ho trascritto tutto ed affidato a Capone la realizzazione

Dopo questa scorribanda storico-geografica, cosa bolle nel calderone sonoro di Daniele Sepe?
Sto mixando il disco in quartetto con Roberto Gatto, Pierpaolo Ranieri e Tommy De Paola, e poi ho un Zappa da missare con Hamid Drake e Dean Bowman…



 
Daniele Sepe - Le nuove avventure di Capitan Capitone  (Autoprodotto/Goodfellas, 2020)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Il terzo bulimico capitolo dell’epopea marinaresca di Daniel Sepe si intitola “Le nuove avventure di capitan Capitone”, dura oltre settanta minuti e dentro ci trovate un collettivo-ciurma di esperti navigatori delle note. Alcuni erano già imbarcati nei precedenti lavori, altri - eccellenti solisti di corde, ance e percussioni (tanto da fare il giro del mondo), qualche star e “cantanti  ‘o ver” - hanno preso il mare partecipando a questa nuova scorribanda irrefrenabile oltre i confini dello scontato sonoro. Tutto si principia zompettando sulle note della rustichelliana ’”Armata Brancaleone”, a conferma dello spirito seriamente goliardico della combriccola, che in “Cazzimao” (già incisa in passato, variazione sul motivo di Milton Nascimento), presente un bel coro di voci bianche in dialogo responsoriale con il Capitano, spiega il capitalismo rapace con una metafora ambientata sotto il mare. Una delle doti di Sepe e di pochi altri in Italia (penso a Capossela) è di indagare tra storie minori che possono diventare narrazioni in musica. Così accade per la vicenda del sottoufficiale agerolese Avitabile che diventa il feroce Abu Tabela, pacificatore dell’Afghanistan: la sua storia scorre sulle note del robab di Peppe Frana e delle percussioni che si aprono verso i modi mediorientali, entrandoo in corto circuito con la voce rappante di Shaone (con tanto di citazione deformata dei “Figli di Annibale” degli Almamegretta). “Bailecito trasteverino”, impreziosito dalla voce di Lavinia Mancusi, con dentro quena e corde andine, è una chicca che punta direttamente al cuore, accordando lo stile delle grandi signore del canto sudamericano alla veracità romanesca. Riecheggia costante nella cifra sepiana, il richiamo allo zio Frank, così “Il Corpo morto” è zappiana fino al midollo, infarcita di svolazzi disco-funky; segue il canto tradizionale bretone “a virer le cabestan” (ossia a girare l’argano) “Le Grand Courier”, che approdato dalle rotte atlantiche nel golfo di Napoli, e in in libera versione vernacolare, diventa “Marenare” con tanto di chitarra danarbraziana nell’epilogo. Ci si infila, quindi, nei sincopati di “Chesta è a vita mia”, blues elettrico in compagnia del fido Mario Insenga. Arriva dagli anni ’70 del Novecento, “Se tu sei il mio vero amore”, parte del canzoniere del portoghese Vitorino: qui è adattata per un coro di bimbi. Il coté parodico-goliardico si riaffaccia nel clima latinoamericano di “Lapo e Gonzalo”, mentre con il suo tono neomelodico “’O guardio” racconta il dramma di chi non deve morire a quindici anni per mano dello Stato, pur se ha infranto la legge. Non nuovo a riprendere i repertori arberëshë, Sepe, in compagnia dei molisani Patrios, traspone in “Uagliun & uagliole” un canto popolare della minoranza albanese di antico insediamento sul ritmo dispari della danza valjia. Con “Zingari”, invece, si piazzano in mezzo i “lautari” partenopei, che ci fanno canta’ e abballa’ su tempi balcan-funk, prima di passare a elencare il novero di artisti famosi di origine rom. Un’altra bella fissa di Sepe è la musica antica: così si ritorna in Portogallo, ma questa volta siamo in epoca quattrocentesca per la cantiga “Ondas do mare de Vigo”, in cui canta splendidamente Emilia Zamuner, una delle giovani grandi voci di Napoli; di un secolo dopo è l’istampitta “Chominciamento di gioia”. Un’altra storia con divertenti sbalzi geografici e temporali e citazioni (“O Susanna”) è la cavalcata country “Il trombettiere di Custer”, in cui entra in scena l’emigrato cilentano di Sala Consilina Giovanni Martino, diventato poi John Martin, al seguito del bellimbusto generale yankee nella disfatta del Little Big Horn. Dopo l’ironia trap di “Romeo e Giulietta 2.0” ci sono gli umori carioca di “Core e pappavalle”, motivo per fischio (Antonello Iannotta) e fagotto (Antonello Capone). A chiudere il cerchio arriva la fiaba di “Dino pesciolino fino”, featuring Stefano Bollani. Un viaggio internazionalista, geografico e musicale, per la gioia di grandi e piccini, nella storia, nella vita, nella gloria e nelle miserie di tanti personaggi condotto dalle mente fina e irriducibile all’ordinario di Daniele Sepe.


Ciro De Rosa

Nessun commento