Sam Sweeney – Unearth Repeat (Hudson Records, 2020)

Esiste una parola in inglese, che ha un bel suono e un bel significato: flawless, parola che si può benissimo usare per descrivere la bellezza, la delicatezza e la ricerca del dettaglio di questo bel nuovo lavoro del violinista di Nottingham. “Unearth Repeat” è il disco perfetto. Suonato meravigliosamente, non ci sono scelte che avrebbero potuto essere migliori, negli arrangiamenti, nelle parti strumentali o nei piccoli dettagli che magari è possibile scoprire solo con l’ascolto in cuffia, per non parlare della qualità del suono e del missaggio, tutto, davvero, senza pecche. Sam Sweeney è stato membro di Bellowhead, la più intrigante band del nuovo folk inglese (dove folk è termine riduttivo), ma anche delle band di Jon Boden e Eliza Carthy, ed è già autore di un bellissimo album solista, “The Unfinished Violin” disco cui soggiaceva una bellissima storia. In più, il violino che sentirete nel disco è quello appartenuto per decenni al grande Dave Swarbrick, mago del fiddle, figura quasi mitologica della musica d’oltremanica. L’approccio e il risultato finale fanno pensare a un sound alla Martin Hayes o a una versione più tradizionale dei geniali Spiro. Insieme a Sam una piccola band di giovani e straordinari musicisti, tutti fondamentali nel sound del disco: i chitarristi Jack Rutter e Louis Campbell, il contrabbassista Ben Nicholls e il pianista e tastierista Dave Mackay. I brani, per buona parte tradizionali, sono tratti da raccolte di fiddle-tunes o manoscritti e sono arrangiati in maniera che il violino sia sempre al centro dell’attenzione ma dove gli altri strumentisti, nella ritmica, nell’armonia o nella costruzione di tappeti sonori (geniale l’uso del wurlitzer o della chitarra classica filtrata con riverberi e effetti) siano sempre estremamente utili allo sviluppo generale del sound. Difficile scegliere qualcuno dei quattordici brani e segnalarlo come migliore degli altri, ma mi piace ricordare “Highway to Warrington” con un ottimo Jack Rutter a contrappuntare il violino, la bellissima “Dark Arches”, che inizia lenta e ondulante fino ad un irresistibile crescendo, e la finale “Red”, brano struggente introdotto e condotto alla fine da una bellissima parte di chitarra. In conclusione, disco imprescindibile. 


Gianluca Dessì

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