Romarabeat – Romarabeat (Finisterre, 2019)

Romarabeat è l’inedita interazione tra musicisti tunisini, già membri dell’Orchestra di Piazza Vittorio, lautari rumeni di provata esperienza live, un altro veterano ungherese (uno degli storici Vizöntő), una cantante lirica albanese ed eccellenti artisti italiani di ambito jazz, folk e world di residenza romana. Questi volti noti della scena multiculturale della capitale sono: Ziad Trabelsi (voce e oud), Paolo Rocca (clarinetti), Albert Mihai (voce e fisarmonica), Marian Serban (cymbalom), Primiano Di Biase (pianoforte e Rhodes), Mihály Huszár (basso), Amer Abdel Moumen (darbouka), Simone Talone (percussioni), Hersi Matmuja (voce) e Houcine Ataa (voce e riq), con la partecipazione al canto di Ghiorgos Strimpakos e Gabriella Aiello, l’organetto di Fiore Benigni, la zampogna e la voce di Giuseppe Spedino Moffa. Il programma si muove con libertà tra tradizionali di area balcanica, standard jazz, motivi d’autore e composizioni originali in una vivacissima fusion. In altre parole, è come ripercorrere secoli di storia, tra migrazioni, e transiti, circolazioni di musiche, repertori e strumenti, interazioni e scambi tra popoli. Scrivono nelle note del disco: «La sorpresa di noi Romarabeat che, provenendo da varie migrazioni, incrociamo qui e adesso il nostro destino di artisti e, come era capitato ai padri in epoche antiche nei palazzi dell’Oriente ottomano o nelle taverne di Salonicco, scopriamo di avere una lingua comune». Insomma, una gioiosa allegria compositiva collettiva, sviluppatasi - mi dice Ziad Trabelsi - «durante le prove in campagna a casa di Paolo Rocca (produttore artistico insieme a Di Biase e Trabelsi, ndr) tra un barbecue romeno e un dolce arabo». La mediazione di tanti apporti conduce a esiti davvero inattesi e per niente scontati, dove improvvisazione jazz, ritmi di danza dispari balcanici, stilemi klezmer, libertà interpretativa romanes, canzone e modi arabi si tengono assieme in virtù di versatilità e perizia: senza confini né geografici né temporali. Si ascoltino la flessibilità timbrica e le intersezioni stilistiche messe in atto nel tradizionale greco “Argitikos”, il primo brano di lunga durata, che segue l’incipit plurilingue improvvisato in studio (“Il Mare”) per voce narrante e pianoforte, o si presti orecchio al lirismo di “Prosfighes” (“Rifugiati”, cantata in greco da Strimpakos) che esplode nell’incalzante danza di “Debka Peleshet”, tema palestinese articolato in digressioni jazz che si fa forte dei preziosismi dell’organetto di Fiore Benigni. Confluenze napoletano-tunisine prendono forma in “Scètate”, dove la serenata di Costa scende dai vicoli di Napoli ai quartieri popolari di Tunisi, diventando l’invocazione al firmamento cantata in “Ya Nujum” (O stelle) sulle corde dell’oud di Trabelsi e dei melismi vocali del connazionale Houcine Ataa su versi dello stesso Ziad («O stelle illuminati nel cielo delle mie notte/Rimaste sveglie ad ascoltare i miei canti/Mi carezzano con parole dolce/E testimoniano il mio amore e affetto per te/E il povero cuore mio che non riesce a dimenticarti/Finisce l’esistenza ma il tuo Amore dentro non finirà»). Trabelsi firma anche “Stanna” (Aspetta), in cui ritorna il tema della lontananza dall’amata su un impianto popolare arabo, che trova sponda negli inserti prog e nelle tessiture della fisarmonica e del caldo fraseggio del liuto: è l’incanto dell’incontrarsi e del riconoscersi armonicamente. Ci si trasferisce, quindi, in Bulgaria per “Staro Pomasco”, ma la melopea balcanica è solo il punto di partenza per la libera espressività del combo. È una sorta di interludio “Jehon”, frammento evocativo che sfiora un lembo di terra albanese, favorendo la tappa successiva in Romania per il tradizionale “Me Ciaià”. Avreste mai pensato di imbattervi in un “Caravanserraglio”, che fa incontrare sirba ed Ellington? Succede anche questo in “Romarabeat”. Le sorprese non finiscono perché de “Il Cuore è uno zingaro” si impossessano i rom e fiorisce il dialogo tra fisarmonica e cymbalom che intervallano il canto dell’albanese Hersi Matmuja appoggiato sulle note del pianoforte. Siamo, quindi, condotti nel variopinto mondo di “Medistan”, incrocio di voci e intarsi (ci sono pure la zampogna e la voce di Spedino Moffa) per approdare alle suggestioni di “Al Bahr”, un altro brano improvvisato per piano e voce (Houcine Ataa), della durata di poco più di un minuto che ci conduce in fondo a questo viaggio di condivisioni, per il piacere di chi ha fame di musica senza barriere. 


Ciro De Rosa

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