Nuova Compagnia di Canto Popolare – Napoli 1534. Tra Moresche e Villanelle (Squilibri, 2020)

#BF-CHOICE

Sorprendente, emozionante ritorno dei maestri della NCCP, nuovo e antico incanto acustico, con le architetture musicali di Corrado Sfogli, il carisma vocale di Fausta Vetere e la presenza forte di grandi compagni d’arte, personalità diverse che confluiscono nel creare quel suono inequivocabile.

Basta il nome per evocare uno scorcio epocale per la cultura musicale italiana del decennio 67-77 del Novecento, in cui sotto la celebrata guida geniale di Roberto De Simone la NCCP si adopera in maniera unica e sperimentale in Italia in una forma di rielaborazione stilistica dei materiali tradizionali, con un approccio che compenetra fonti diverse, superando le procedure “a ricalco” predilette dalle formazioni del folk revival. La NCCP diviene il gruppo più imitato, che spinge alla nascita di molti organici folk, da Sud a Nord della Penisola, anzi producendo essa stessa un cliché nella riproposta del patrimonio musicale di tradizione orale. Di certo quegli anni sono lontani e la NCCP, a partire perlomeno dal 1977, è diventata qualcosa di differente tra continuità e svolte stilistiche, con altri musicisti - tanti che si sono avvicendati - percorrendo altre vie sonore, pur continuando il lavoro di fine ricerca musicale sotto la guida delle corde dolci e cortesi di Corrado Sfogli (chitarra, chitarra battente, mandola e mandoloncello), subentrato a Eugenio Bennato all’incirca nel 1976, subito dopo i fasti de “La Gatta Cenerentola”. Dal nuovo corso post-desimoniano Sfogli è diventato l’anima pensante nella direzione artistica della rinnovata formazione, insieme alla sua compagna di vita, Fausta Vetere, voce unica, carismatica, robusta e aspra al contempo, che sebbene non sia stata tra i fondatori della Compagnia entrò nell’organico nel 1970 poco prima della pubblicazione del primo LP: dunque artista a pieno titolo parte della formidabile avventura della Compagnia 1.  
Accanto alla coppia di veterani Sfogli-Vetere sono altri magnifici compagni di musica, per niente comprimari, che da anni segnano Il nuovo vitale corso della band partenopea: in primis la voce tenorile di Gianni Lamagna (anche alla chitarra) e poi Michele Signore (violino, mandoloncello e lyra pontiaca), Carmine Bruno (percussioni e tamburi a cornice), Pasquale Ziccardi (voce e basso acustico), Marino Sorrentino (fisarmonica, trombino, tromboni a pistoni e flauto). In più nel nuovo album suonano Adriana Cioffi (arpa) e Anastasia Cecere (ottavino). Dagli anni ‘80 la NCCCP arriva nel nuovo millennio percorrendo una via raffinata intrecciata di ricerca, rielaborazione ed invenzione, che si muove nell’ambito di una “musica mediterranea”. A distanza di quattro anni da “50 anni in buona Compagnia” , disco che non voleva essere solo celebrativo di mezzo secolo di carriera, la NCCP, sotto la regia produttiva del fido Renato Marengo, produce “Napoli 1534. Tra moresche e villanelle” che, sia detto subito, si presenta come opera di grande spessore culturale, da sfogliare e da leggere oltre che, naturalmente, da ascoltare, grazie alla cura dell’editore Squi[libri], che lo ha pubblicato nella sua collana di CD-book Crinali. Perché il preambolo scritto che accompagna il disco ci porta nella Napoli cinquecentesca, un espediente narrativo ideato da Sfogli che gli consente di incarnare quasi simbioticamente i panni del principe Ferrante Sanseverino, nipote del Re Ferdinando il Cattolico nonché ultimo principe di Salerno, caduto in disgrazia per aver appoggiato l’opposizione popolare all’introduzione dell’Inquisizione spagnola (1547). La vendetta della sovranità spagnola nei suoi confronti portò alla confisca di beni tra i quali il palazzo di famiglia, luogo in cui Ferrante prediligeva accogliere letterati, filosofi, scienziati e musicisti e che, acquisito dai Gesuiti e successivamente riadattato a chiesa, divenne la Chiesa del Gesù Nuovo che impera sull’omonima piazza napoletana.
«Nella città nosta giravano cantanno alleramente pe’ li vie e li chiazze ‘na chiorma ‘e musici ca s’accumpagnavano cu’ strumiente fatte da loro e che cacciavano suone belli e curiusi. […] Chiste erano soliti ghi’ dint’e paesi e alli feste ca se facevano attuorno alla città nosta e là ‘mparavano ‘e canzoni d’e campagnuole e doppo ‘e sunavano e le facevano sentì dint ’ ‘ e viche e le chiazze de napule. ’e vvote se vantavano pure d’avè cagnato sia ‘a musica ca li pparole. e chiammavano ‘sti canzoni “villanelle” proprio pecchè ‘e cantavano ‘e villani ossia ‘e campagnuole… chille d’ ‘opaese. li musiche erano accussì belle ca i’ordinaie a li mieie maste ‘e musica ‘e astipà chelli canzoni ‘ncopp’a carta e spisso i’ stesso ‘e cantavo». Così, in napoletano il principe Ferrante/Sfogli commenta il gusto per le villanelle, “forma anfibia” (secondo la definizione del musicologo Pasquale Scialò) che evidenzia il legame tra tradizione orale e scritta in un’epoca caratterizzata dall’alto consumo musicale, in cui esistevano oltre trenta congregazioni di musici artigiani. Nelle interviste Corrado Sfogli non nasconde che lo sguardo si sia rivolto all’indietro, con una certa nostalgia per quella fase storica di ricerca; con quello stesso spirito ha rimesso mano ad antiche partiture di villanelle per rielaborarle. Eppure, non tralascia di sottolineare la volontà e la necessità di equilibrare quella spinta artistica che viene da lontano con nuove emozioni e nuove intuizioni musicali.  Pure, questo ultimo album che vuol offrire un’immagine positiva di Napoli, rivendicandone la  grande storia culturale, non sempre riconosciuta e ricordata. Perciò, ecco la proposta di un raffinato disco a tema composto da dodici brani - undici temi cantati e una superbo strumentale firmato da Sfogli - che rielaborano l’antico codice delle villanelle e delle moresche, danze collettive con elementi pantomimici, evocando quel mondo partenopeo multiculturale carico di vitalità artistica. Lavoro sorprendente, rigoroso e vibrante, dal notevole impatto fonico, oltre che opera che presenta la band in gran bella foggia. Ne abbiamo parlato con Fausta Vetere, nobile signora del canto della Compagnia.

È un disco che parte da lontano?
Corrado Sfogli ha voluto questo disco, io personalmente non volevo farlo... . Per me , in un certo senso, trattare le villanelle, era come toccare un tesoro, un patrimonio intoccabile, mi sentivo come ancorata alle elaborazioni desimoniane, appartenenti al vecchio patrimonio e non volevo che si facesse un confronto tra il passato e il presente, in termini di rielaborazione. 
Ho cantato le villanelle con la convinzione che il disco non uscisse. Invece, risentendo tutto il lavoro, ho detto a Corrado: “Ma lo sai che mi piacciono queste villanelle”. Così Corrado si è messo in moto per trovare la casa produttrice e per tutta la fase esecutiva.  Avevamo questo patrimonio di manoscritti che sono nella Biblioteca di Wolfenbüttel, la ricerca di De Simone di tanti anni fa ha portato alle luce 100-200 villanelle alla napoletana, scritte con la scrittura dell’epoca, romboidale con la linea di canto e il basso molto spesso, semplicissime senza seconda e terza voce, su cui occorreva mettere tutto il verticale. Chiaramente De Simone fece un grande lavoro di recupero, poi, per quel che riguarda l’orchestrazione e l’interpretazione e il tutto il resto ce la mettemmo noi come gruppo, perché non si sapeva neppure come si accompagnavano. De Simone, quindi, ne ha fatto versioni per tre voci o quattro voci, ma non c’erano indicazioni, se non quelle del tenore e del basso. È rimasto un blocco di manoscritti inediti che Corrado ha visto, notando che erano molto belle e si è proposto di rifarle. Ha lavorato per tre anni alla rielaborazione, anche recuperando i testi difficili da decifrare: è scrittura del ‘500 e ‘600, diversa da quella nostra. Ci ha lavorato tanto e devo dire anche che ci ha lavorato molto bene. Io non ho messo in discussione il suo valore di musicista, ho messo in discussione la probabilità che si facessero dei confronti con il lavoro di De Simone. Invece no: sono due lavori distinti e separati che vengono da epoche diverse, con un punto di vista anche musicale molto diverso, c’è una certa modernità nell’espressione da parte nostra, una preparazione maggiore e un senso critico maggiore, dovuto anche all’esperienza maturata. Corrado è stato incoraggiato dal fatto che io le abbia trovate bellissime, eppure non ero la sola a non volerle fare… Ma il lavoro è piaciuto tantissimo, anche perché la forma musicale di Corrado è molto semplice, si riduce ai pochi strumenti nostri: c’è il giusto, non c’è il voler strafare anche vocalmente, abbiamo dato una lettura molto semplice, che concorda anche nella nostra sensibilità musicale.

L’architettura narrativa cinquecentesca fa indossare a Corrado i panni del Principe Ferrante Sanseverino.
Mi ha molto meravigliato questa sua simbiosi con Sanseverino. In realtà, Corrado è sempre stato affascinato dalla Napoli misterica, magica, questa Napoli sotterranea, una Napoli dalle facce così diverse: quella esteriore popolarissima dei Quartieri Spagnoli , dell’area che va di Tribunali a Piazza San Domenico Maggiore. Lui è di Posillipo, possiede un’immagine marinara, mentre quartieri come Sanità o Tribunali sono completamente diversi. Da posillipino, forse l’ha sempre vissuta come zona da scoprire… Si è immaginato questa passeggiata, questa vita con il principe Sanseverino, che era uno che, come lui, viveva un’ansia di trasgressione, di fare una vita completamente diversa dalla propria, era un nobile che si affacciava al popolo e a cui piaceva entrare nella vita del popolo.

Avete identificato villanelle e moresche come generi privilegiati su cui operare.
Erano i generi che andavano in quell’epoca. Le villanelle erano cantate in napoletano, dai cantautori dell’epoca, con calascione, arpa portativa o altri strumenti. Cantavano diversi tipi di villanelle: a dispetto, d’amore, di cronaca o anche di argomentazione politica. Gli argomenti sono molteplici, ma più delle volte sono villanelle d’amore. Per esempio, “La primma vota”, che avevamo già fatto in passato e abbiamo riletto per questo disco, è una villanella dal testo molto bello: “Chesti trezze tuoie miraie/ matasse d’oro fino me penzaie”,  in cui le  trecce sembrano catene d’oro, che è una villanella d’amore. Invece, “Fatte li fatte tuoi” è una villanella di contrasto, in cui c’è si avverte proprio il senso della minaccia... Le villanelle di contrasto si cantavano per denigrare qualche persona o per commentare qualcosa di negativo per l’epoca. Quanto alle moresche, sono delle danze: i mori che venivano a Napoli erano venduti come schiavi ai nobili… amici di Sanseverino. 
Si riunivano al di fuori dei castelli e dei palazzi nobiliari si accompagnavano con strumenti auto-costruiti, facendo danze liberatore e orgiastiche, beffeggiando il verso degli uccelli o mimando le movenze femminili, a cui loro molto spesso erano rivolti perché omosessuali. Nel momento in cui erano liberi di esprimersi, cacciavano fuori il loro modo di essere.

In che misura  il lavoro si è sviluppato in studio?
Il lavoro nasce sempre insieme, mai dal singolo e dallo spartito, nasce da una collaborazione: sento Gianni cantare e mi viene un’idea oppure viceversa. Sentendo la musica, la melodia viene l’idea interpretativa. Per me nasce sempre prima la musica, c’è, invece, chi dà più valore al testo. Riguardo al disco, non è più il lavoro di gruppo di tanti anni fa, perché oggi che c’è maggiore esperienza e bravura in un’ora di sala fai quasi tutto il disco. Però, è sempre più bello incontrarsi in più di uno, perché nascono delle idee anche delle critiche, anche questo ha valore in sala di registrazione: sentendoti o ascoltando gli altri, valuti meglio il lavoro fatto. Diversamente, è asettico e non c’è fusione.  

Per questo album c’è chi ha parlato di ritorno alle origini: è così? E in che in senso, secondo lei…
Ritorno alle origini come argomento, più che musicale. In passato il nostro lavoro verteva proprio sulla musicalità e sulla coralità e anche sulla ricerca strumentale. Poi c’è stata la “Gatta Cenerentola” e ci sono state le altre contaminazioni che ci hanno un po’ allontanato dal momento di ricerca e di studio. Abbiamo fatto festival prestigiosi, saliti su palcoscenici e teatri importantissimi con tutti pieni di pubblico e con la fila fuori che aspettava di entrare: a Parigi, a Colonia, a Monaco. 
Avevamo successo con la nostra musicalità che passava dalla villanella alla lauda per finire al “canto a ffigliola”, passando per la tarantella,  con una molteplicità di effetti, di esplosione finale del pubblico che non si aspettava questo sdoppiamento della nostra personalità sul palco. Questo è stato il percorso del gruppo. Successivamente, negli anni ‘80 e ’90, non c’è stata proprio una stasi, ma un fermo rispetto a un certo tipo di repertorio, come accade in tutti i gruppi musicali, quando arriva un momento di crisi. Allora, si scrive la canzone, si fa Sanremo… ma non è quel tipo di repertorio che piaceva. In questo senso siamo ritornati alle origini. Forse, ci siamo riusciti con questo disco e non con il precedente: possiamo riuscire a fare quel tipo di percorso che avevamo completamente abbandonato. C’è stato un grande richiamo con questo album, cosa che non ci aspettavamo: è piaciuto tanto nella presentazione fatta a Roma all’Auditorium. Quindi non è certo un passo indietro, ma un ritorno alle origini come percorso e come successo, perché abbiamo lasciato un’impronta importantissima nella musica, abbiamo rappresentato un taglio netto tra la nostra musica, che andava all’estero, che era la musica colta napoletana, e una musica di cui nessuno era a conoscenza, che era nuova per modo di cantare e per stile strumentale.

Il veterano Renato Marengo si occupa della produzione…
Renato è una persona dalla voglia infaticabile, è instancabile, ha rappresentato tanto per noi e condiviso tanto. Lui ci ama ed è una persona che sta con noi, che vive con noi e non ci tradirebbe. Come succede sempre, abbiamo fatto tanti passi sbagliati, produzioni sbagliate, come nella vita di tutti i gruppi. Ci sono stati momenti in cui si è portati male o gestiti male. Oggi con la crisi discografica è difficile entrare in un giro commerciale e televisivo, ma a noi non interessa perché per noi è sempre stato così. 
Però, è pure vero che devi combattere con tante cose, se non promuovi il disco, nessuno lo conosce, nessuno lo pubblicizza, non lo si ascolta...

Cosa rimane di quei formidabili dieci anni, tra il 1967-1977?
Tutto! Io ho una bella memoria di quegli anni, forse meno di questi ultimi dieci. Succede che ti focalizzi su un momento della tua vita artistica e sono anche molto gelosa di quegli anni, gelosa nei riguardi del rispetto che ho per quegli anni che sono stati formativi, sono stati anche gli anni di grandi litigi, ma anche quelli sono molto evolutivi, perché attraverso chi è andato via o chi è rimasto, capisci il valore che tu hai dato o che puoi avere e non metti fuori. È successo quando sono andate via personalità come quella di Peppe Barra oppure di Eugenio Bennato. Noi non li abbiamo mai sostituiti, ma abbiamo cercato di avere una nuova identità, cosa molto difficile… Però, questo ci ha dato maggiore forza, specialmente a me ma anche a Corrado, nel portare avanti questo gruppo. Abbiamo avuto il coraggio di non mollare, tutti avevano interesse a che questa Compagnia finisse, ma non gliela abbiamo dato questa soddisfazione… (ride, ndr).

Quanto è stato difficile ripartire con una nuova fisionomia?
Eravamo molto più giovani, più incoscienti, osavamo di più, avevamo forza e volontà musicale. Quando è andato via De Simone c’è stata la paura maggiore, però ci ha dato la forza di capire che potevamo camminare con le nostre gambe, che era il momento giusto, anche se sono stati anni buoi. Abbiamo fatto tanto di questi dischi e festival internazionali. Sugli allori del passato, come molti pensano? Non è vero, perché abbiamo fatto pezzi che non riguardavano il passato e andavano bene lo stesso.

Da ultimo, si sente di dare suggerimenti alla scena del nu folk napoletano?
Ci sono ragazzi - penso a Luca Rossi, per esempio, che è una nuova leva che sta nascendo - che hanno potere artistico e un’immagine. Per me è importante la sostanza, che tu poi metti sempre in discussione, perché se non si ha senso critico nei confronti di se stessi non si può andare avanti: se tu sai di essere, sei finito già in partenza. Se hai la volontà di crescere, conoscere, vedere, sentire, ascoltare, confrontarti… Questo è importante. Questo è il consiglio che posso dare: non è importante la bella voce o il bel suono, oggi con i macchinari si può raggiungere la perfezione. Ma è importante come lo fai, quello che riesci a comunicare. Se non riesci a dare e a lasciare delle emozioni…

Ciro De Rosa



Nuova Compagnia di Canto Popolare – Napoli 1534. Tra Moresche e Villanelle (Squilibri, 2020)
Più che un disco “Napoli 1534. Tra moresche e villanelle” somiglia a un piccolo manuale. Non perché aderisca letteralmente all’idea di una raccolta rigorosa, complessa o tesa all’esaustività. Ma perché ha il tono di un compendio ragionato e realizzato con cura estrema. E ancora di più perché, man mano che lo si ascolta e lo si sfoglia (nel suo insieme l’album comprende una cinquantina di pagine), si ha l’impressione rassicurante che abbia assunto quella forma solo perché è la NCCP che lo ha pensato. Cioè, lo hanno concepito i “maestri” della musica popolare italiana, quelli che conoscono ogni respiro del canto tradizionale napoletano e che le villanelle le hanno incorporate a tal punto da poterle rintracciare in codici antichi e riproporle. Con la disinvoltura di chi sa muoversi nel terreno che deve solcare, di chi sa fare ricerca oltre che cantare e suonare, di chi sa comprendere tutto ciò che confluisce in un canto popolare. Siamo difronte a un’operazione grandiosa. Non solo – come si legge nel comunicato stampa diramato da Squilibri (cui va il merito di aver pubblicato un lavoro impegnativo anche sul piano editoriale) – per ciò che rappresenta in sé, vale a dire l’efficacia culturale della riproposizione di un repertorio antico (non semplicemente popolare, ma criticamente colto, perché pregno di visioni di un mondo che, a ben vedere, sembra sempre più lontano, più inverosimile perché più semplice, trasparente e poetico). Ma soprattutto per il valore artistico di quelle “canzoni”, di quelle storie sempre tese, da cui scompare poeticamente ogni segno del tempo che appesantisce parole e suoni, ogni segno dell’immobilità data dallo stereotipo, dalla formula legata all’estemporaneità, dalla struttura legata alle esigenze mnemoniche e alla metrica (come scrive Corrado Sfogli nel racconto in premessa all’album, dedicato al principe cinquecentesco Ferrante Sanseverino, amico di artisti e appassionato di arti di tutte le estrazioni, “‘a memoria era ‘na vera onniscienza, ‘na cunuscenza cioè cumpleta e senza limiti ca te dava pure ‘o putere e addivina’ ‘e cose”). Tutto ciò che compare nell’album (dieci dei dodici brani sono tradizionali) rivive dentro uno spazio rigenerato da voci e suoni che hanno la “fortuna” (virgoletto perché il concetto è fuorviante e in fondo improprio, ma semplifica il ragionamento) di apparire in egual misura antichi (popolari, estemporanei) e nuovi (dinamici, attrattivi). In quale altro modo spiegare l’immediatezza lirica di “Fatte li fatte tuoi”, il brano che apre la scaletta, includendo lo spessore elegiaco della voce di Fausta Vetere, la fluidità melodica del discorso musicale – intessuto da chitarra, mandoloncello, mandola, flauto, basso e percussioni – e la solidità della struttura strofica, nella quale si alternano armonicamente coppie di versi di endecasillabi e ottonari? Così proseguendo si incontrano canti che parlano di un universo sempre ambiguo. La cui ambiguità però rappresenta la forza inestinguibile della narrazione popolare – sia essa espressa in versi o in musica, con gli strumenti più arcaici o con quelli più colti – che viene alimentata attraverso lo studio e la riproposta. In questo universo la NCCP ha individuato tutti gli elementi fondamentali. Riuscendo a rigenerarli non solo attraverso il suo linguaggio aulico, immaginifico e allo stesso tempo pragmatico, ma inquadrandoli in una forma esteticamente comprensibile. Gli esempi più evidenti della linearità di questo approccio risiedono nel vero processo di interpretazione che viene realizzato dall’ensemble (Fausta Vetere, Carmine Bruno, Gianni Lamagna, Corrado Sfogli, Michele Signore, Marino Sorrentino, Pasquale Ziccardi). Con questo intendo l’insieme della ricerca e della riproposta, e della scrittura ispirata ai repertori di tradizione orale. A quest’ultima corrispondono, in modo più organico, i due brani originali del disco: “Moresca del Castello” (firmata da Sfogli) e “La primma vota” (di Areni, Columbro, Sfogli). Alla ricerca rimanda il racconto-premessa di Ferrante Severino, principe di Salerno, il cui palazzo napoletano oggi è divenuto la chiesa del Gesù Nuovo. Leggendolo ci si rende conto che sostiene l’insieme. Perché sembra chiudere il cerchio con un’armonia nuova, connettendo il canto popolare alla storia, a quell’elemento cioè che, per tradizione, si tende a tenergli distante. La figura di Ferrante – così come è presentata nell’album – incornicia i brani dentro gli elementi più importanti per la loro comprensione: la curiosità alimentata da una passione trasversale (“rinascimentale”) per la conoscenza, la scoperta legata all’amore per la cultura e per le espressioni entro cui si configura, il desiderio di comprendere tutti i livelli semantici di cui si compone, la capacità di riconoscerne gli “effetti” sul corpo sociale entro cui viene espressa.

Daniele Cestellini

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1 Per l’analisi puntuale sui primi memorabili dieci anni di attività della NCCP, si rinvia al volume di Anita Pesce, “Dietro ogni voce c’è un personaggio”, Arcana, Roma, 2018

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