New Landscapes – Menhir (Visage/Materiali Sonori, 2020)

#COVERSTORY 

Nati cinque anni fa, i New Landscapes hanno inciso quasi subito il live “Rumors” che li ha fatti apprezzare ed ha aperto le porte a collaborazioni. Ben presto sono arrivati altri due dischi “nomadi”, “Walking Sounds – Tracks from Iraqi Kurdistan to Italy”, la colonna sonora composta da Sergio Marchesini per il film “L’ordine delle cose” di Andrea Segre. “Menhir” è la loro prima esperienza in studio centrata su brani scritti dai componenti del gruppo o da loro arrangiati avendo in mente un “concept album” che unisce alla ricerca di nuovi paesaggi e tessiture sonore una lettura musicale di “Walkscapes” di Francesco Careri. Silvia Rinaldi, violinista del gruppo, ha gentilmente accettato di identificare alcune tappe di questo cammino creativo.

Come nasce New Landscapes?
Nasce dall'unisono che chiamerei desiderio. Inizialmente un incontro di tre musicisti dai caratteri, provenienze musicali e di vita abbastanza diverse. Io mi considero una straniera tornata a Venezia dopo tantissimi anni passati soprattutto in aereo e nelle sale da concerto collaborando con ensemble di musica antica. Forse non stupisce che abbia fatto una scelta così drastica di rimettermi in gioco completamente una volta deciso di costruire un mondo musicale nuovo come è stato tramite la nascita di New Landscapes. Nel 2015 una amica carissima mi chiese di suonare per l'inaugurazione di una mostra fotografica di Beatrice Mancini. Luca Chiavinato lo conoscevo da anni e già suonavamo assieme intensamente. Francesco Ganassin lo avevo appena conosciuto e avevo captato quanto fosse sensibile e curioso. Presi la palla al balzo e confrontandomi con loro due decidemmo di dar vita, grazie a quell'evento, al trio New Landscapes. 
Un'idea mia che non credo rimpiangerò mai. L'intesa fu straordinaria fin dalla prima prova: ci ritrovammo stupiti di quanto tre strumenti anomali nell'insieme, potesse creare un nuovo suono, il nostro. In genere, quando si legge trio uno si immagina: violino, violoncello, pianoforte. Ebbene, noi all'epoca avevamo un violino barocco, un liuto barocco e un clarinetto basso e il repertorio man mano si ispessiva nei contenuti. Cominciammo suonando "musica presa in prestito", da Sérgio Assad, Eric Satie, John Cage (ed altri), ma cominciarono ad arrivare le composizioni originali Da quel momento non smettemmo più di creare, di trascrivere musica e adattarla a noi, di trarre stimoli da letture, viaggi, incontri. Ogni pretesto era buono per una nuova idea, un lavoro costante fatto di prove, confronti, mettendosi in discussione con umiltà e disponibilità, per poter migliorare. Nacque, dopo circa due anni, "Rumors", il primo cd live, un concerto che non credo scorderemo mai, in cui la musica ha una grazia particolare, quella che generalmente si crea nelle sale da concerto. Io ricordo di aver per la prima volta chiuso gli occhi, da tanta fiducia sentivo dentro di me, nella musica e nei miei amici-colleghi.

Come sono cambiati il modo di suonare e le scelte musicali del gruppo da "Rumors" a "Menhir"?  
Ci son stati dei passaggi fondamentali. Innanzitutto Luca iniziò a collaborare con l'associazione "Un ponte per" e, di conseguenza, cominciarono i suoi viaggi nel Kurdistan iracheno, per le residenze artistiche nei campi profughi, dove conobbe centinaia di giovani musicisti tra i quali alcuni davvero speciali, sia musicalmente che umanamente. 
Un giorno ci disse di aver registrato, tra un passaggio e l'altro delle residenze, molta musica, suoni, canti, improvvisazioni e che avrebbe voluto dar vita ad un nuovo cd . Quindi, con il coinvolgimento di tutti noi, compresi Sergio Marchesini (stava prendendo forma la nostra collaborazione e amicizia), Aisha Ruggeri e Dario Bano, mettemmo mano alle tracce audio, componendo degli intrecci ad hoc affinché potessero essere compatibili con le registrazioni fatte in Kurdistan. Dopo ore ed ore in studio da Francesco Fabiano (nostro fedelissimo nonché illuminato tecnico del suono da sempre) nacque "Walking Sounds" che definirei un racconto sonoro, fatto di voci e suoni: la storia di una terra che commuove. La collaborazione con i musicisti curdi e iracheni continua. Ci siamo finalmente conosciuti di persona in occasione del concerto a novembre 20018 all’Auditorium Candiani di Mestre (il nostro magico spazio sonoro che dette vita a “Rumors”) e in altre performance. A seguire, Sergio Marchesini ci chiese di suonare per la colonna sonora del film "L'Ordine delle cose", altro lavoro stratosferico, altri paesaggi, immagini, altro stile compositivo (il suo), altre voci e altre nuove collaborazioni e amicizie, con Sofia Labropolou (kanun), Leonardo Sapere (violoncello) ed Elia Casu (chitarra.) Luca, oltre al liuto, nel frattempo, stava suonando anche l'oud (ha sempre qualche nuovo strumento appresso, ieri aveva anche un basso elettrico!). Quel lavoro, i confronti con Andrea Segre, le ore passate assieme, i concerti che seguirono li abbiamo vissuti in un clima di amicizia vivace, come sempre d'altronde. Perché racconto tutto ciò? Perché è grazie ai concerti in trio, a queste esperienze bellissime, complesse, talvolta fonti di attriti e distanze, così come di passione e tenacia rinnovate nel tempo che ci sentiamo uniti e siamo giunti a "Menhir". 
Non sarebbe stato possibile creare un nuovo album dimenticandoci di tutto ciò che avevamo vissuto fino a quel momento. La composizione, a quel punto, era talmente cambiata da desiderare ardentemente un nuovo suono, nuovi linguaggi sempre più contemporanei. Dopo alcune prove in trio continuavamo a sentirci "strani", erano successe troppe cose nel frattempo: era come voler mettere centinaia di libri in uno scaffale solo, o dover raccontare in un minuto e mezzo un viaggio lungo quattro anni. Mancava sempre qualcuno o qualche cosa. A quel punto, come spesso facciamo noi, senza grandi cerimonie invitammo Sergio ad una prova. Doveva essere un "beviamo un caffè e suoniamo un po’ assieme" (era già chiaro che lo volevamo coinvolgere per qualche brano e lui ne era cosciente) solo fummo invasi dalla potenza dal suo bayan (una fisarmonica a tasti, complicatissima oltre che pesante come un macigno), dalla la generosità di Sergio che si trasfigura quando suona… beh, era dei nostri. Increduli perché era esattamente quello che cercavamo per poter far nascere il nostro Menhir. Da quel preciso momento, con uno scambio veloce di messaggi, io dal treno verso Venezia, Francesco dalla macchina tornando a Rovigo, e Luca da non si sa dove, Sergio diventò il nostro “terzo” uomo (sono l’unica donna).  Io ora suono il violino moderno, sebbene l'approccio sia sempre di chi ha alle spalle una ricerca di suono che dista parecchio dal repertorio prettamente violinistico. Ero quella che desiderava stare sempre accanto alle viole in orchestra, che ha sempre cercato le metamorfosi, viola da gamba, talvolta un piccolo violoncello, sempre tramite il violino. Ora, con New Landscapes, ogni tanto dimentico che strumento io stia suonando. Le composizioni sono spesso stranianti, in senso positivo: possono essere melodiche, ma anche percussive, jazzistiche, antiche ma moderne allo stesso tempo, davvero torna violino solo quando suono da sola o quasi. Più che altro, è la mia mente che si astrae per entrare nelle composizioni, danzando dentro ogni nota. Ed è esattamente quello che desideravo, credo.

I membri del quartetto risiedono in luoghi diversi del Veneto: i "nuovi paesaggi" che narrate sono ancora legati ai territori veneti?
Di territoriale forse ci accompagna l'essenza delle nostre città. Io, senz'altro, mi trascino sempre appresso l'acqua, il camminare, ma anche il desiderio continuo di fuggire 
(e questo non è molto autoctono), di uscire dai soliti percorsi, di evadere, sebbene resti pratica e fattiva. I contrasti sono la mia specialità, silenziosa quanto loquace, tranquilla ma esplosiva, ironica e talvolta anche drammatica (e questo credo sia personale ma anche molto nel DNA di noi veneziani). Parlo per me, senz'altro ognuno porta con sé le letture personali, chi gli alberi e la natura, chi le amicizie, le dimensioni quotidiane, i viaggi in macchina, in treno, le curiosità, le esperienze didattiche, ma non vedo uno speciale legame col territorio, tolto il fatto che ci viviamo e che è qui che, almeno per il momento, ci confrontiamo e lavoriamo per crescere. Ma credo potrebbe avvenire ovunque, per come siamo fatti.

"Menhir" colpisce anche per la qualità del suono: vuoi raccontarci del processo di registrazione e missaggio?
Nel caso di Menhir il lavoro fatto in studio da Francesco Fabiano è stato fondamentale. Oltre a noi quattro avevamo deciso di invitare un quinto musicista come ospite, Marco Ambrosini che suona la nickelharp con tanta bellezza che potrei compararlo ad un angelo di Giovanni Bellini. Suonarci assieme per me è stato come ritrovare una parte di me stessa che forse aspettava solo di esprimersi, un dialogo fatto anche di sguardi e sorrisi. Ma trovarci in cinque in studio non è stata una passeggiata, piuttosto una scalata all'Everest. Senza la pazienza di Franz saremmo ancora lì, suppongo. Oltre ad avere una quantità esorbitante di musica e pochissimi giorni a disposizione (essendo Marco sceso apposta dalla Germania per noi, ma certo non potevamo tenerlo in ostaggio in eterno), avevamo oggettivi volumi di suono molto diversi, chi delicato, chi imponente, c'era di tutto, improvvisazioni comprese. Quindi quei due giorni li abbiamo trascorsi a suonare e registrare. Molti altri ne sono seguiti per provare a trovare i livelli giusti. Siamo ormai esigentissimi e Franz pure. Menhir, di fatto, è un concept album e non poteva essere un "bello però...": piaccia o meno, è il massimo di ciò che potevamo desiderare fino ad ora. Ogni brano contiene un mondo, un paragrafo della nostra vita, una malinconia e una follia, ognuno ha portato il suo baule (non per nulla si ascolterà anche John Dowland tanto quanto Ornette Coleman!), ma soprattutto la nostra contemporaneità. Chi siamo oggi? 
Menhir. Franz, che è un amico davvero speciale per noi, dalla sensibilità rara (la sua maturità come tecnico ormai è straordinaria), conosce ognuno di noi ed è una certezza. Insomma quando ci fu l'ok definitivo, al millesimo ascolto multiplo, sempre confrontandosi con noi, credo sia svenuto (risata). Scherzi a parte, io non sono una tecnica del suono, ma avendo registrato per varie case discografiche internazionali posso dire che questo è stato un lavoro magistrale e spero possa essere percepito.

Otto brani sono composizioni originali di membri del gruppo: ci sono differenze nel vostro approccio a questi brani?
Provo a parlane per come le ho vissute io come violinista del quartetto. Riguardo alle composizioni originali, è stato come entrare nella sfera più intima musicale e caratteriale di ognuno di loro (io non compongo, sono la paroliera semmai!) ed è eclatante quanto differenti siano.
Sono entrata nei tragitti di Luca, balzando tra Iraq, Marocco e il suo bagaglio acquisito in questi ultimi anni, fatti di relazioni culturali molto diverse dalle nostre e, allo stesso tempo, il fatto di aver suonato assieme molti anni ha permesso al mio violino di trovare una linea melodica molto fluida, senza che questo voglia dire “semplice”. Nel brano “Menhir” ci sono intrecci tra tutti noi, compresa la nyckelharp, echi, onde: è pura magia. Con “Nimrud” si entra in profondità: è come scendere negli inferi o vedere Polifemo.
Francesco ha tirato fuori il suo lato frenetico, più folle del solito e quello che fa finta non essere: estroverso. Per esempio, durante le prove di “Leblebi”, a metà ci trovavamo piegati dal ridere, e sentirete perché! E’ stato delizioso sentirlo raccontare che ci girava attorno da un po’ ma non ne era convinto, fino al momento in cui sua figlia Agata è entrata nella stanza dove lavora esclamando “Papà, ma è bellissimo!”, ed io ringrazio Agata, come ringrazio sempre la sincerità dei bambini. Allo stesso tempo, ci ha messo in ginocchio per la scelta della tonalità. Non suonando uno strumento con tasti, mi ha richiesto molto studio, considerando anche che il diapason è salito con l’arrivo dello strumento di Sergio: ora siamo tirati come delle fionde! Con “Mudra” mi ha fatto un regalo, almeno così mi piace pensare: il fraseggio mi ha aperto il cuore. In “Mantra”, invece, ci ha trasformato in quattro “radong” tibetani (un lungo corno telescopico cerimoniale sorretto da più persone). 
Sergio si è trovato travolto dallo studio a dir poco mastodontico con cui si è confrontato dovendo suonare per la prima volta (o quasi) un programma davvero enorme e ad interpretarlo con il bayan anziché con la fisarmonica che suona abitualmente. Ha composto “Una promessa per Sara”, un brano di una dolcezza commovente, minimalista ma non privo di incastri ritmici à la Marchesini. Si sente il suo pensiero, i suoi silenzi, e qualche reminiscenza della sue composizioni per film. Detto ciò, ci sono anche brani trascritti o meno frequentati dai nostri strumenti. Non sono da meno! Per quanto mi riguarda, l’approccio più trascendentale ha riguardato “In Darkness let me dwell” di John Dowland: ho cercato di far sì che il mio strumento si tramutasse in una voce. Con infinità umiltà ho cercato ispirazione tra quelle meravigliose sentite lavorando anni or sono, per esempio con il controtenore Philippe Jaroussky, indimenticabile. Ogni battuta ascoltata e riascoltata, ogni nota ha dentro una vocale o una consonante, non si può suonare questo brano senza conoscere le parole, ogni respiro, o meglio… sospiro, senza entrare nelle viscere della poetica di Dowland. E’ amore appassionato, quasi sempre senza speranza, un amore antico che ritroviamo nella poesia del ‘500-‘600, ma che trova la sua dimensione contemporanea tramite le dissonanze che  trafiggono come delle lame e commuovono fino a farti scendere le lacrime. Con “Watusa”, di Sun Ra, ti rimetti in sesto, ti asciughi le lacrime e torni giocosa! Insomma, questo per dire che quello che si ascolta nel disco è la nostra sincerità: schietta, complessa, senza fronzoli e vera dalla prima all’ultima nota.

Avete anche un forte rapporto con l'Iraq: come proseguirà? 
E' in programma una nostra visita in Iraq con Luca per proseguire con un secondo CD il lavoro di dialogo e relazione con i giovani musicisti iracheni iniziato con Walking Sounds! 

Come vedi il ruolo del violino e tuo personale in questo gruppo? 
In continua metamorfosi!!, e, allo stesso tempo, di fusione con loro, mantenendo la voce melodica e i fraseggi che amo cercare fino a sfinirmi.
 
Ci sono collegamenti fra la tua esperienza con New Landscapes e le tue attività educative?
I collegamenti li trovo nella fantasia che credo di avere e che viene ulteriormente sollecitata dalla nostra collaborazione: insegno con passione, sia ai bambini che agli adulti, e parto sempre dal presupposto che ogni studente dovrebbe avere la possibilità di esprimersi. Cerco di dar loro fiducia, la possibilità di trovare un loro modo di "essere musica" e nel fare questo non ho un solo metodo, ma vari.



New Landscapes – Menhir (Visage/Materiali Sonori, 2020)
Nel 1929, Frigyes Karinthy pubblicò "Láncszemek" (catene) dove suggeriva una teoria che ha avuto molti riscontri: quella dei sei gradi di separazione. Quarant’anni dopo, lo psicologo sociale Stanley Milgram la rese nota con un esperimento che mostrava che una persona può essere collegata a una qualunque altra attraverso una catena di conoscenze che necessita di soli cinque intermediari. In ambito musicale è un gioco adottato da Radio3 ed ora anche dai New Landscapes. Cosa lega “Hijaz Mandra”, cullato da secoli dallo scorrere Tigri, a “Lonely woman” del texano Ornette Coleman? La risposta del gruppo passa per geografie che attraversano l’Anatolia di Izmir, l’arte dell’Ikebana, la Londra all’inizio del XVII secolo di John Dowland, le linee melodiche di John Cage per le danze di Merce Cunningham, e i nubiani di Plutonia di passaggio nella Chicago di Sun Ra. Ma anche per otto composizioni originali che testimoniano un gruppo maturo capace di attingere a fonti diverse mantenendo caratteristiche sia di coerenza, sia di immaginazione. Nei tre anni che separano la registrazione, dal vivo, di “Rumors” da quella di “Menhir”,  a maggio 2019, nello studio di Francesco Franz Fabiano, il trio New Landscapes, formato da Silvia Rinaldi al violino, Luca Chiavinato al liuto barocco e all’oud e Francesco Ganassin al clarinetto basso, è divenuto un quartetto con l’arrivo di Sergio Marchesini al bayan, la fisarmonica cromatica a bottoni di origine Russa. In studio, in sei dei tredici brani, il gruppo si trasforma in quintetto con la nyckelharpa di Marco Ambrosini. Apre “Mudra”, di Francesco Ganassin, catturando subito l’ascolto con il suono intenso, rotondo e dinamico, del violino di Silvia Rinaldi e una cadenza che ci ricorda il potere della musica di giocare col tempo e, volendo, di saperlo fermare. Si tratta solo di un attimo, quanto basta per assaporare nuovamente l’assioma di Sun Ra, “space is the place”, in una rilettura di “Watusa” che a sessant’anni di distanza sintetizza nell’ancia e nelle chiavi del clarinetto basso la dinamica che nell’Arkestra intersecava tastiere e percussioni. In filigrana emergono tre chiavi della ricerca musicale dei New Landscapes: la capacità di tessere fili rossi fra repertori apparentemente distanti; l’attenzione per il registro timbrico giocata sulla scoperta del singolo strumento in funzioni potenzialmente desuete; la passione per mettere in evidenza l’anima recondita delle narrazioni musicali attraverso uno sguardo capace ora di sottrarre, ora di tradurre suoni con un approccio sempre laico rispetto agli strumenti a disposizione ed alle loro possibili combinazioni. E poi i cambi di passo. Come in “Leblebi”, ancora dalla penna felice di Ganassin, a giocare con diverse cellule ritmico-melodiche, senza timore di ripartire dal silenzio e dal soffio a metà brano, anzi sottolineando le diverse soluzioni di continuità inserendo, nel video che accompagna il brano, i simboli rupestri “incisi” anche sulla copertina e all’interno del cd fisico. Simboli che rimandano al titolo dell’album e sono un omaggio al libro “Walkscapes” di Francesco Careri, che invita a considerare il menhir come “archetipo della scultura inorganica (…) la prima costruzione simbolica della crosta terrestre che trasforma il paesaggio da uno stato naturale a uno stato artificiale”. Musica, quindi, come scultura, ma anche come architettura e come percorso attraverso paesaggi, tanto più se prestiamo ascolto a “Il linguaggio delle pietre” in cui Furio Jesi ci ricorda uno tra i molti nomi dei menhir: “pietre danzanti”. Ed è giustamente alla danza che fa riferimento l’ipnotica e trascinante composizione di Luca Chiavinato, questa volta affidando l’apertura e il passo alla nyckelharpa per poi sviluppare la tessitura attraverso dinamici contrappunti poli-strumentali. Chi compone non necessariamente suona: e così “Una promessa per Sara” di Sergio Marchesini lascia che siano le corde del gruppo a rallentare il tempo e a tenere sospese le melodie promesse. Insieme ad un “Mantra” (Ganassin) in cui ad essere in evidenza sono i vibrati e l’altalena del respiro, nella parte finale dell’album sono riunite tre composizioni che si confrontano con il dolore di “In darkness let me dwell” (Dowland), la solitudine al femminile con “Lonely woman” (Coleman) e la dimensione danzante e onirica di “The dream” (Cage): un ritorno a geometrie disegnate dal liuto barocco in dialogo con strumenti che sanno ascoltare.


Alessio Surian

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