Maria Mazzotta – Amoreamaro (Agualoca Records, 2020)

Nel nuovo album “Amoreamaro”, il canto di Maria Mazzotta, dalle profonde radici salentine, la fisarmonica e il pianoforte dell’artista malgascio Bruno Galeone si fondono mirabilmente in un amalgama di grande freschezza e spontaneità e, allo stesso tempo, sapienza. Tra le principali doti della Mazzotta, c’è sicuramente quella di saper spaziare in modo felice tra linguaggi e culture anche lontane geograficamente che lei, attraverso le sue doti vocali eclettiche e la non comune sensibilità artistica, riesce ad avvicinare e fondere in una felice sintesi. Le esperienze artistiche per maturare le sue qualità non sono mancate: dal 2000, per quindici anni, è stata la voce del Canzoniere Grecanico Salentino ed ha pubblicato sei CD partecipando a numerosi festival in giro per il mondo. Ha collaborato, inoltre, con stelle internazionali del pop, del jazz, della musica world tra i quali Bobby McFerrin, Rita Marcotulli, Ballake Sissoko, Piers Faccini, Mannarino, Fanfara Tirana, Raiz, Roy Paci, Raffaele Casarano, Bijan Chemirani e Mario Arcari. Ha lavorato in duo con il violoncellista albanese Redi Hasa, insieme al quale ha pubblicato i due notevoli lavori “Novilunio” e “Ura”, nei quali hanno trovato un felice trait d’union tra le rispettive tradizioni, quella salentina e quella balcanica. Giusto per rimanere in Salento, in edizioni diverse, dal 2011 al 2014, è voce solista dell’Orchestra Notte della Taranta con la direzione di Ludovico Einaudi, Goran Bregovic e Giovanni Sollima ma poi spazia anche nel mondo della danza: dal 2013 collabora come cantante, con la compagnia di danza di Miguel Angel Berna negli spettacoli “Mediterraneo”, “La jota e la taranta”, “Cardia”, “Dos Tierras” mentre nel 2015 partecipa, come cantante, nella pellicola di Carlos Saura “La jota”.

La tua è una delle voci più apprezzate nel mondo del folk, e non solo. Le sue espressività e duttilità colpiscono subito e fanno partire immediatamente la prima domanda: vuoi raccontare il tuo ampio percorso di ricerca vocale?
E' difficile raccontare il mio percorso di ricerca vocale, anche perché nel canto mi ci sono ritrovata per caso; vengo, infatti, da studi classici di pianoforte e di arpa. E' successo che quando ero al liceo, avevo 15 anni, mi ritrovai a interpretare un canto tradizionale: rimasi colpita dalle emozioni che provocava in me e soprattutto dalla sensazione di libertà che mi dava. Quello che mi ha sempre incuriosito del cantare, al di là del canto, è lo strumento voce: cos'è capace di fare, come piange una voce, come ride una voce, e il fatto che sia davvero strettamente legata allo stato emotivo. Quindi potrei dire che la mia ricerca vocale è ampia ma si concentra soprattutto su quello che la voce comunica.

L’immagine di copertina ritrae un’originale, fantasiosa Pietà. Qual è la storia di quest’opera di Simone Lomartire?
E' stata creata appositamente per il disco. Avevo già visto altre opere di Lomartire ed ho subito pensato che fosse la persona giusta. Avevo un'idea precisa di quella che doveva essere la copertina di “Amoreamaro”: volevo un'immagine che rappresentasse il mio modo di vedere il mondo oggi, ossia un mondo capovolto, pregno di contraddizioni e dolore. E lui ha saputo tradurre perfettamente questo mio sentire attraverso la rivisitazione di questa Pietà.

Entriamo nel vivo del tuo nuovo lavoro. “Vorrei volare/Ballata della presa di coscienza”: stornelli d’amore e condizione sociale della donna. Perché la scelta di abbinarli, nella prima traccia, in un unico brano?
Ho scelto di aprire il disco con gli stornelli, perché lo stornello è una forma musicale usata tipicamente nella tradizione per comunicare un messaggio, per dire qualcosa che altrimenti non si può dire, per questo ci tenevo ad aprite il disco così, come per dire all’ascoltatore: “ecco, ho qualcosa da dirti'. I primi sono stornelli d'amore tradizionali, perché la tradizione è sempre il mio punto di riferimento, i secondi portano il messaggio di Rina Durante in cui lei non denuncia, secondo me, la condizione della donna, ma la condizione della relazione amorosa nel Sud Italia; non è solo la condizione della donna, ma anche quella dell'uomo. Per esempio, l'ultima strofa della canzone dice “se un uomo piange schiacciagli la testa”, un uomo non può piangere; in un'altra dice dietro ogni uomo dormicchia sempre il magnaccia, ovvero questa sua voglia di comandare, di avere il potere.

Di “Scura maje”, canzone tradizionale abruzzese che dà voce alla disperazione di una donna, insieme a Bruno Galeone alla fisarmonica avete dato una nuova lettura attraverso una versione filtrata dalla suggestione del tango. Come è nato questo particolare accostamento?
“Scura maje” è forse il brano più drammatico dell'album ed è anche quello al quale tenevo particolarmente. Sapevo che Bruno è un grande appassionato di tango argentino, per questo ho suggerito questo tipo di arrangiamento; volevo che lui esprimesse tutto l'amore e la passione e lo facesse attraverso la musica che ama di più.  

Nel disco hai inserito una versione al brivido de “Lu pisci spada” di Domenico Modugno. Potresti spiegare cosa rappresenta questo brano per te?
Quello che mi ha sempre colpito è soprattutto il fatto che quella che canta Modugno è la storia vera della pesca al pesce spada; è vero che esiste una razza che si ama per tutta la vita, per questo i pescatori prendono la femmina, perché sanno che il maschio resterà nei dintorni, non si allontanerà da lei. Che poi rappresenta quello che ci hanno fatto credere dell'amore: il principe azzurro, che sarà per sempre, ed in nome di questo “per sempre” ci hanno anche spinte a sopportare di tutto. Ho scelto questo brano perché in questo periodo in cui si sente sempre più spesso di uomini che ammazzano le donne, qui troviamo un maschio che si fa ammazzare per la sua amata.

In “Amoreamaro” convivono brani di provenienza diversa: il Salento, l’Abruzzo, la Sardegna, e di autori e autrici diverse: Rosa Balistreri, Domenico Modugno, Gabriella Ferri. Cosa ti lega a ciascuno di loro?
Ho scelto prima di tutto di ritornare all'Italia, per questo nel disco ci sono solo brani italiani provenienti da regioni diverse, e di omaggiare figure femminili come Rosa Balestreri, Rina Durante, Gabriella Ferri, perché sono delle figure femminili per me molto importanti. La scelta dei brani, però, è stata dettata soprattutto dalle tematiche e dalle emozioni che ogni brano suscitava in me. Potrei anche dire che sono stati i brani a scegliere me.

Quali sono i brani inediti in questo lavoro?
Ci sono due brani e un inserto: “Nu me lassare”, che è una ballata in dialetto salentino, che parla del desiderio, ma anche della capacità, di ritrovare attraverso dei segni persone che non ci sono più; “Amoreamaro” che è il brano che dà il titolo al disco, una pizzica che evoca la trance. E infine l'inserto all'interno della ninna nanna “Tore tore tore”, che è stata anche completamente riarrangiata.

Nella title-track “Amoreamaro” avete dato vita ad una travolgente, sofferta, drammatica, moderna pizzica introdotta dal suono del didjeridoo. Si parla della possibilità di sanare questo nostro mondo malato. Vuoi raccontare a quali aspetti ti sei riferita nella composizione del testo?
Mi riferisco all'egoismo, al razzismo, all'individualismo che vedo nel mondo. Viviamo in un'epoca di evoluzione tecnologia che si contrappone ad un'involuzione dell'anima. Stiamo diventando sempre più poveri, più soli e più tristi.

Le canzoni di Amoreamaro sono legate dal fil rouge della riflessione sull’amore, in qualche modo distorto, corrotto, causa di sofferenza. Inevitabilmente chiedo: è sempre amaro da parte delle donne il modo di vivere il sentimento amoroso?
L'aspetto femminile dell'album sta nel modo di raccontare l'amore, non nel modo di sentire l'amore. Io credo che la donna in molti casi sia più istintiva, più passionale, più esplosiva nell'esprimere i propri sentimenti rispetto all'uomo. Perché l'amore ha il grande potere di denudarti e farti scoprire le tue fragilità ma è l'unica strada per cresce davvero. Spesso ci mette di fronte al nostro egoismo, alla rabbia, alla gelosia, alla paura; sta a noi accettare, amare le nostre fragilità e lavorare su di esse. 
Il problema si crea quando confondiamo le fragilità che vengono fuori grazie al benedetto amore, con l'amore stesso. Non è quello l'amore, non è l'egoismo, non è la gelosia, non è il possesso.

Nell’album il tuo compagno di viaggio è stato Bruno Galeone, di origine malgascia, al piano e alle tastiere. Come è nato questo incontro artistico?
Con Bruno Galeone ci conosciamo da diversi anni e spesso ci siamo anche trovati a collaborare. A me ha sempre colpito la sua eleganza, dolcezza, leggerezza nel suonare. E per questo “Amoreamaro”, che tanto mi è costato in termini emotivi, io sentivo l'esigenza della sua quiete e pace, perché è questo che lui mi trasmette con la sua musica, e ne avevo bisogno.

La collaborazione con il musicista iraniano Bijan Chemirani (alle percussioni e allo zarb nella traccia “Tore Tore Tore”) non è per te nuova. Qual è il rapporto musicale che si è creato tra voi?        
Io credo che nella vita nulla accada per caso. La prima volta che ho sentito parlare di Bijan Chemirani era il 2005 ed era la prima volta che andavo in Francia per un concerto. Dopo molti anni mi ritrovo a trasferirmi e a vivere a Marsiglia, scoprendo così che anche Bijan vive a Marsiglia. La stima reciproca che ci lega ci ha portato a collaborare in diversi live e ad ospitarlo nel disco con Redi Hasa, “Novilunio”. In questo album, nella rielaborazione della ninna nanna “Tore tore tore” (che abbiamo trasformato nell'andamento ritmico da tempo pari a tempo dispari) ho pensato subito che Bijan potesse essere la persona giusta per impreziosire questo brano. Spero che questa collaborazione vada avanti a lungo e che porti a tante altre belle cose.

Nel corso della tua carriera artistica ti sei sempre mostrata aperta a nuove collaborazioni. Cosa hai in programma per il futuro?
Ho avuto tante collaborazioni che hanno segnato il mio percorso artistico, recentemente ho avuto modo di collaborare con un percussionista israeliano strepitoso, si chiama Itamar Doari ed ho lavorato anche con una splendida danzatrice di flamenco, Rocio Molina. Ci sono tanti sogni che vorrei realizzare: sicuramente mi piacerebbe, come abbiamo iniziato a fare con Bruno in questo disco, continuare a scrivere le nostre musiche e i nostri testi; e poi mi piacerebbe aprire lo spettacolo ad altre forme d'arte come la danza. Mi incuriosisce questo dialogo tra la voce e il corpo che parla. Già da anni collaboro con una compagnia di danza spagnola, quella del grandissimo ballerino di jota aragonese Miguel Angel Berna, che è un'altra figura che mi ha segnato tantissimo aprendomi gli orizzonti verso altre forme d'arte.

Il 13 febbraio è partito da Napoli il tour europeo che toccherà anche diverse città italiane: Milano, Trento, Catania, Roma. Con quale formazione presenterai la tua musica? Quale contesto migliore per l’ascolto?
Sì, il 13 è partito da Napoli il tour europeo e la formazione principalmente sarà in duo con Bruno Galeone ma in diverse situazioni avremo degli ospiti, in Spagna ospiteremo proprio Miguel Angel Berna e il cantante di jota aragonese Nacho Del Rio e in altre occasioni avremo altri ospiti.
Mi chiedi quale possa essere il contesto migliore per l'ascolto nel nostro concerto... credo che sia sempre quello dove la gente è pronta ad emozionarsi.

Quale rapporto si stabilisce con il tuo pubblico durante i live?
Sarebbe bello poterlo chiedere al pubblico. A me piace essere sincera e spontanea sul palco, non sono solita preparare interventi, cerco di dire quello che il cuore ha da dire. Mi piace quando sento partecipazione, quando fanno domande e interagiscono con me, dal canto mio io cerco di accorciare le distanze mettendo tutti a proprio agio... spero di riuscirci.



Carla Visca


Maria Mazzotta – Amoreamaro (Agualoca Records, 2020)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

La passione di Maria Mazzotta per ciò che canta trapela da ogni singola parola, dai piccoli passaggi e dall’insieme dei brani che costituiscono questa splendida pittura intitolata “Amoreamaro”. Ascoltando l’album ci si sorprende a respirare insieme alla Mazzotta, per provare a incorporare quella passione profonda, per seguire e ricomporre senza distacco tutti gli scorci musicali che si riescono a intravedere dietro e dentro la sua voce forte e sicura. “Amoreamaro”, che si situa in uno spazio apicale della carriera dell’artista salentina, è soprattutto vocale (se così si può dire). Volutamente vocale. Non per solipsismo, ma perché le dinamiche più importanti che modellano questa visione amorevole e amara confluiscono tutte lì, nel canto e nella voce. Due elementi fondamentali in un album in cui compaiono pochi (anche se fondamentali) strumenti, e che risuonano in modo circolare e coerente, raccontando storie vecchie e nuove. Si potrebbe anche dire (con l’entusiasmo di chi ama farsi trascinare da chi è trascinato dalla musica) che, in certi casi, non si cerchi molto di più. E che anzi, tanti strumenti e tante elaborazioni musicali non servono quando si può narrare con tanta presenza una storia. Ecco, l’album può essere definito proprio un canto lungo e circolare, un paesaggio fatto di spazi profondissimi, in cui i pochi elementi che si riescono a distinguere sono letteralmente battuti (come le brughiere dal vento) dalla voce piena di Maria. Non riesco proprio a fare a meno di questa metafora, un pò smielata e alquanto scontata, ma non trovo altro modo per evitare di tecnicizzare un racconto che è “semplicemente” ispirato. La sensazione che si ha ascoltando l’album è quella che ci dà il vento caldo quando ci colpisce in faccia: armonia, forza, splendore, ordine. Come si legge nell’intervista, ogni pezzo ha un suo posto nell’insieme. A partire dalla scelta dei frammenti di stornelli (“Vorrei volare” e “Ballata della presa di coscienza”), che aprono la scaletta sintonizzando chi ascolta su un registro multiforme. Da un lato la concretezza romantica dello scenario narrativo popolare (la dimensione femminile, l’ammiccamento, l’ammirazione, l’amore, la sofferenza, la delusione) e dall’altro la poesia immaginifica di una commedia (in un certo senso) immobile, con tutte le figure necessarie al caso (“fior di banana”). Proprio qui (all’inizio di tutto) l’accordion di Bruno Galeone fa sentire alcune delle soluzioni più interessanti, sostenendo e intervallando con forza le immagini descritte dalla voce. L’approccio multiforme è anche riscontrabile nella scelta dei brani e nella composizione della scaletta: certamente la dimensione femminile e il riferimento ad alcune delle grandi voci della tradizione “popolare” ha un peso determinante nell’equilibrio d’insieme (“Tu nun me piaci più”, posta in chiusura, è straordinaria), ma non si può sottovalutare il lavoro che l’autrice ha dedicato al dialogo tra le melodie. Difatti, oltre la coerenza contenutistica, vi è coesione e logicità musicale. In questo senso, sembra che la successione dei brani possa suggerire un ascolto rivolto a una melodia d’insieme, che può essere interpretata come una lirica omogenea e in continuo svolgimento. In alcuni tratti dell’album questo passaggio è perfettamente organico (ad esempio tra “Scura Maje” e “Nun me lassare”, oppure tra “No poto reposare” e “Tore tore tore”). In altri è più implicito ma ugualmente convincente, pur dentro una tensione stilistica pronunciata e apparentemente inconciliabile. Sulla base di queste considerazioni “Amoreamaro” assume anche il profilo di un lavoro fortemente descrittivo, sia sul piano musicale che testuale. Lo dimostrano senza dubbio i due brani scritti dalla Mazzotta, collocati in due punti della scaletta che diventano due fari, due pilastri (rispettivamente al secondo e al penultimo posto). Il primo, “Nun me lassare”, richiama l’immagine di una contemplazione, di una meditazione intima e necessaria rivolta all’amore privato: “Nu te ne scire/ quando me pare ca nu ci la fazzu”. Il secondo abbraccia l’atmosfera estatica, evocata acidamente da tamburello e didgeridoo, di un amore (forse) più astratto e complesso: “Io canto pe nu mundi ca è malatu/ de rabbia de egoismo è ruvinatu”.




Daniele Cestellini

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