Ivan Della Mea – Venne Maggio (Nota, 2019)/Ivan Della Mea – Ho male all’orologio (Istituto Ernesto de Martino, 2019)

Sono trascorsi dieci anni da quando è venuto a mancare Ivan Della Mea, figura tra le più rappresentative della canzone politica e sociale in Italia e laddove la pregevole biografia “La Nave dei Folli” di Alessio Lega, edita da Agenza X, ha colmato un vuoto importante, ricostruendo in modo dettagliato e sistematico la vita nonché l’esperienza politica e musicale del cantautore milanese, restano ancora alcune lacune nell’opera di riedizione e riscoperta della sua discografia. Nel decennale dalla sua scomparsa, lo scorso anno, hanno rivisto la luce, due album mai ristampati in formato cd: “Il rosso è diventato giallo” del 1969 e “La balorda” del 1972, riediti da Nota Editora con il titolo “Venne Maggio” in una curatissima edizione critica magistralmente curata da Alessio Lega, e parallelamente l’Istituto Ernesto de Martino ha dato alle stampe una nuova versione di “Ho male all’orologio” del 1997. Si tratta di tre dischi sostanzialmente differenti tra loro per concezione e genesi musicale, ma pervasi dalla medesima tensione ispirativa. Per riuscire a cogliere a pieno il loro messaggio occorre fare un salto indietro nel tempo. Dopo essere stato scoperto da Gianni Bosio nel 1962, Ivan Della Mea entrò nel Nuovo Canzoniere Italiano e, in breve tempo, ne divenne uno dei protagonisti prendendo parte a tutti i principali spettacoli realizzati dal gruppo come “L’Altra Italia”, “Pietà l’è morta” e “Bella Ciao” del 1964 e “Ci Ragiono e Canto” del 1966. Nel 1968, complice un viaggio a Cuba, uscì polemicamente dal gruppo interrompendo ogni attività musicale perché “la rivoluzione non va cantata, ma fatta!”. Seguì un periodo convulso in cui l’impegno politico militante si intrecciò con esperienze fallimentari come quella di sceneggiatore con Franco Solinas, per giungere nel 1969 con il matrimonio e la nascita della figlia Silvia. Lentamente avviene il suo ritorno alla canzone e, dopo aver registrato alcune ballate con Gianni Bosio nel settembre del 1969, poco dopo pubblica “Il rosso è diventato giallo” con Zodiaco, etichetta guidata da Virgilio Savona e che aveva già accolto Roberto Leydi nel 1966. Riascoltati oggi gli otto brani di questo disco riflettono in modo prepotente l’inquietudine dell’autore e quella di una generazione che aspirava ad un cambiamento radicale del mondo. Sono canzoni di dissenso verso lo Stato e i partiti politici, nate dalla prospettiva della lotta operaia per dare voce a chi non l’aveva, agli emarginati dalla società, a coloro che abitavano nelle periferie lontano dai palazzi del potere e che vedevano i propri diritti negati nelle fabbriche come nelle città. L’ascolto ci consegna qualcosa che è di più di un documento storico, ma piuttosto una lezione di politica militante, un’istantanea disillusa e fedele di un periodo storico cruciale che avrebbe visto ben presto i propri sogni e le proprie ambizioni ancora una volta tradite. Nei testi è racchiuso il diario in musica che copre l’arco di un anno e mezzo, dal maggio 1968 a dicembre 1969 nel quale non mancano riferimenti alla rottura con Gianni Bosio, Il “Giuan” (già protagonista di altre canzoni) e a cui si rivolge in “Venne Maggio” e “Forza Giuan l’idea non è morta”, al rapporto con Franco Solinas e a quello con la moglie Angela (“Domani Amore Andremo”. In linea generale, però, quello che colpisce è la tensione che lo attraversa, l’urgenza comunicativa che lo pervade e non a caso è considerato uno dei dischi di riferimento della contestazione. Sebbene sia considerato un’opera minore rispetto a “Il Rosso è diventato Giallo”, “La Balorda” presenta non pochi spunti interessanti a partire dall’utilizzo di un linguaggio più ironico e tagliente dettato “dalla voglia rabbiosa di ridere e stare in allegria”. Nato parallelamente a “Se qualcuno ti fa morto”, uscito per I Dischi del Sole e dedicato all’amico Gianni Bosio prematuramente scomparso, il disco si apre con “La Balorda”, ispirata ai canti di osteria ma intrisa di connotazioni politiche. e trova il suo vertice nel lato B con “Ballata per Ciriaco Saldutto” ispirata ad un fatto di cronaca, l’intensa “Crepa” e il canto antifascista “Scarpe Rotte”. In appendice al disco, spicca l’inedita versione dal vivo proprio de “La balorda”, registrata nel 1974 all’interno della Sampasa, una fabbrica occupata del milanese, e che dimostra come questo brano funzionasse molto più sul palco che in studio. Ad accompagnare i due dischi il corposo booklet curato da Alessio Lega nel quale trovano posto tutti i testi opportunamente commentati, le riproduzioni delle copertine originali e un corredo iconografico inedito ad intercalare le varie pagine. 
Al segmento conclusivo della vicenda artistica di Ivan Della Mea appartiene invece “Ho rotto l’orologio”, uscito nel 1997 per le edizioni musicali de “Il Manifesto”. Dopo diciotto anni di silenzio, questo lavoro segnava il ritorno alla produzione discografica del cantautore milanese che, solo l’anno, prima era diventato presidente dell’Istituto Ernesto de Martino, dopo la morte di Franco Coggiola. Quell’evento aveva fatto scattare la molla per nuove canzoni e il riemergere di quella necessità comunicativa che aveva attraversato i dischi degli anni Sessanta. Inciso con i compagni di sempre Paolo Ciarchi e Claudio Cormio ed un gruppo di eccellenti strumentisti di estrazione jazz come Paolino Della Porta (contrabbasso), Federico Senesi (percussioni), Riccardo Luppi (sax) e Mariolone Arcari (oboe), l’album racchiude canzoni memorabili come “Rosso un fiore” e “Canto di vita” ma anche la superba ed intensissima versione dal vivo de “L’internazionale” di Franco Fortini e una magnifica rilettura bandistica de “O cara moglie” registrata dalla Banda degli Ottoni a scoppio. Non è tutto perché imperdibili sono anche le incursioni nella scaletta di Daniele Sepe con la riscrittura in napoletano di “El me gatt” che diventa “A Jatta”, dei Mau Mau con “Disperanza” e Alberto Cesa e i Cantovivo che regalano “Basta y hasta”. Tre lavori preziosissimi, dunque, che gettano nuova luce sull’opera di Ivan Della Mea, cantautore necessario ed ancora oggi fonte inesauribile di riflessione ed ispirazione. 


Salvatore Esposito

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