Complimenti, Sir Richard Thompson!

Il prossimo anno sono 50 anni che Richard Thompson ha lasciato i Fairport Convention. L’idea che avevano captato fluttuava nell’aria, semplice ma folgorante: fondere la tradizione del folk con il rock elettrico e quel gruppo di adolescenti che si trovavano a suonare in una soffitta di Muswell Hill, in tre anni tracciò la direzione a venire del folk-rock inglese. Sui cartelloni dei folk club di Soho trovavi scritti i nomi di Davy Graham, Martin Carthy, Soft Machine, John Mayall, Bert Jansch, Alexis Korner, Shirley Collins, John Renbourn. Lui però era un po’ più giovane e deve aver passato tutta la sua adolescenza sotto un cielo verde e grigio, con nelle orecchie le ventose melodie di vecchie canzoni popolari, accovacciato tra le corde di una chitarra e un arpeggio difficile da imparare, all’inseguimento delle dita monche di Django Reinhardt e di quelle di Les Paul. In quella stanza però passava anche una linea di confine che invece di separare, univa la musica celtica, giunta in Europa dall’India con i suoi echi del Kashmir e del Bangladesh, con il rock’n’roll di Elvis Presley, Chuck Berry e Buddy Holly. Quelli erano i dischi che ascoltavano i suoi genitori. A me piace pensare che da quelli parti soffiasse piuttosto ogni sorta di vento e, tutte le notti, la stanza doveva attraversarla un treno di legno che misurava la distanza tra la periferia di Notting Hill e le grida dei gabbiani marini, sennò non mi spiego come possa esser diventato proteiforme chitarrista elettrico ed acustico in egual modo e così versatile da saper suonare anche mandolino, banjo, dulcimer, mandocello, harmonium e ghironda. 
A dieci anni aveva preso in mano la chitarra per la prima volta, a sedici entrò nei Fairport Convention, a diciassette era già un professionista, superati i vent’anni si presentava come un personaggio unico: sempre tristissimo, vegetariano e animalista, stava per entrare nella comunità sufi londinese. In quei tempi aveva già patito la perdita della fidanzata in un incidente stradale, composto canzoni straordinarie come “Crazy Man Michael” “Meet on the Ledge” o “Sloth”, impreziosito con i suoi arabeschi i dischi di Nick Drake e di John Martyn e amaramente intuito tutta la disumanità dolente della grande, plumbea Londra. (“….Mentre suonano un vecchio canto di Natale/Il mondo è scuro come una notte buia dell’inferno/Ma che razza di posto è questo?/I vecchi come granchi eremiti, corrono dentro le porte/..Drin drin, drin, drin/Il diavolo si appoggia alla tua campana/Il futuro ci guarda minaccioso come prima/E il sole non splende mai sul povero/….Ora, alcuni sono poveri di borsa/Non hanno soldi a disposizione/E alcuni sono mutilati e zoppi/Non potranno più alzarsi in piedi precisi e fissi/E alcuni sono poveri di spirito/...Ma la maggior parte sono poveri nel cuore/E’ il peggior tipo di povero che tu possa essere/...” “The Sun Never Shines On The Poor”). Dopo aver abbandonato il gruppo, Richard indossò i bizzarri panni e la maschera intrisa di umore nero di “Enrico, la Mosca Umana”, cantando le sue canzoni sempre in equilibrio su un filo tra amaro realismo e onesto umanesimo, 
accompagnato da una chitarra lancinante e da un coro di cromorni e serpentoni oppure da una banda di ottoni da Esercito della Salvezza (come solo Tom Waits, dieci anni dopo, avrebbe saputo far meglio). Quindi intraprese uno strepitoso sodalizio artistico con Linda Pettifer, appena sposata. La rancorosa oscurità testuale che è tipica delle antiche ballate tradizionali inglesi, esasperata dal cinismo dell’autore e sostenuta da un andamento cupo, inevitabilmente conduceva sempre i suoi racconti ad un funereo finale. “Alto sopra la folla/Il Grande Valerio sta camminando/La corda sembra appesa da una nuvola all'altra/E il tempo si ferma mentre sta camminando/Il suo occhio è fisso alla meta/Il suo passo è sicuro sulla corda/Solo e tranquillo come una montagna/E certo come il pendìo della montagna/Noi esitiamo allo spettacolo/Inciampiamo nel fango/Stupidi quelli che pensano di vedere la luce/Preparandosi a stare in equilibrio sul filo/Ma noi impariamo a guardare insieme/E a nutrirci di quello che vediamo sopra/Finché i nostri cuori girano come le stagioni/E siamo acrobati dell'amore/ Come ci chiediamo, come ci chiediamo/Guardando lontano in basso/Vorremmo tutti essere il grande eroe/Il Grande Valerio/Venite tutti voi giocolieri arricchiti da poco/Siete veramente già pronti?/Chi aiuterà il funambolo/Quando cadrà nella rete?” (“The Great Valerio”). La metafora di Valerio e dell’eroe che deve soccombere per essere ricondotto alla desolante bassezza della miserabile folla che lo ammira, è solo uno dei tanti lugubri, introspettivi e stranianti testi che celano le canzoni di Richard Thompson. L’elenco appare sterminato e “dove peschi, peschi sempre bene”, il senso di drammaticità teatrale in qualche caso può richiamare addirittura  l’opera di Bertold Brecht. Le vertigini metafisiche raggiunte dalle canzoni acustiche, che talvolta sfiorano il salmo e la preghiera, sono senza dubbio influenzate dai consigli dei suoi maestri di fede che spingono verso il suo totale abbandono della chitarra elettrica. Bizzarro per un’artista che solo pochi anni prima era stato uno degli innovatori che proprio grazie all’elettrificazione degli strumenti, aveva rivitalizzato la scena folk inglese. 
Ed è davvero intrigante e affascinante ascoltare come anche il suono degli strumenti cerchi, all’interno della composizione e dell’esecuzione di una semplice canzone di pochi minuti, una mediazione tra due opposti probabilmente inconciliabili in un autore sensibilissimo come Richard Thompson. Eppure invece il miracolo avviene sempre. Una delle conseguenze più evidenti che si riscontra all’ascolto delle esecuzioni dal vivo in quel periodo è il loro progressivo allungamento, con dei finali che talvolta paiono sparire lentissimamente in un silenzio siderale, ivi spesso condotti dai sospiri di una concertina solenne e trascendentale, quasi si trattasse del cantilenare tipico di un muezzin. Una canzone come “Night Comes In” passa dagli 8’ ai 12’30” (“...le canzoni emettono suoni come argento...perdo la testa e danzo per sempre, il mio mondo gira intorno, stanotte è come nessun’altra e questa stanza sta tintinnando nelle mie orecchie...posso trovare quella strada domani, lasciare l’ombra della mia stanza solitaria….cuore e anima verrò presto”). “Calvary Cross” si allunga addirittura da 3’50” a 13’30” (“...cammini strascicando i piedi e ti sputi sulle scarpe, non fai niente usando la ragione, ogni giorno prendi un treno senza mai lasciare la stazione...sarò la tua luce fino al Giorno del Giudizio, un gatto nero attraversa il tuo sentiero, perché non lo segui? I miei artigli e le mie luci sono in te, questo è il tuo primo giorno di dolore...”). Siamo nel 1975 e qui si conclude una fase del percorso a cui seguirà un silenzio di circa tre anni. 
Forse a suggellare ciò, al termine di “Pour Down Like Silver”, Richard esegue da solo alla chitarra acustica la melodia scozzese “pibroch” “Dargai”*, tratta dal manoscritto di James Scott Skinner. Ricordo che due anni prima anche John Martyn aveva magistralmente ripreso (in “Inside Out”) stavolta con la chitarra elettrica filtrata dall’Echoplex (nel tentativo di assomigliare a Pharoah Sanders), il tradizionale irlandese “Eibhli Ghail Chiuin Ni Chearbhaill” (inizialmente inserito nel terzo volume dei Chieftains nel 1971). In quel tempo Richard si interesserà dei suoni andalusi e della cultura araba, visiterà il Marocco e l’Algeria, alla ricerca di quella musica che partita da là e attraversato Francia e Germania, arrivò prima in Inghilterra e poi anche in Italia. Seguirà nel 1978 il ritorno sulla scena della coppia in preda a dubbi musicali e privati fino a “Shoot Out The Lights” del 1982, con altri capolavori come “Walking On A Wire” o “The Wall Of Death” dove con ironica allegria per l’ultima volta cantano insieme il ritratto lacerante della loro stessa separazione. Poi, dopo la fine del matrimonio, il trasferimento di Richard in America, terra di rock’n’roll, zydeco e blues dove, immerso in una vita tutta nuova, fin che può si tira dietro ancora antichi amici con i loro strumenti legati alla tradizione inglese ma oramai la pelle musicale sta inevitabilmente mutando. Un’altra impressionante serie di dischi-capolavoro vengono realizzati uno in fila all’altro, partendo dall’iniziale elaborazione della disperazione per la perdita di Linda. Le parole strazianti cozzano con i nuovi suoni in un contrasto strepitoso. 
Basti solo la “Lettera macchiata di lacrime” posta in apertura di “Hand of Kindness” per rendersi conto di come si trasfigurino le cose nelle mai di quest’uomo. E poi avanti fino al 1988 quando con “Amnesia” lo stile chitarristico e anche quello canoro di Richard giungono al compimento del loro rinnovamento. “Il Faraone siede nella sua torre d'acciaio/I cani del denaro sono tutti ai suoi calcagni/I maghi gridano, Oh Verità! Oh Reale!/Stiamo tutti lavorando per il Faraone/Mille occhi, mille orecchie/Egli ci mangia tutti, mangia le nostre paure/Non agitatevi nel vostro sonno stanotte, miei cari/Stiamo tutti lavorando per il Faraone/Di nascosto dall'occhio del caso/Gli uomini dell'ombra danzano una danza/E noi siamo caduti in estasi/Stiamo tutti lavorando per il Faraone/Idoli si levano al cielo/Le piramidi salgono vertiginosamente, la Sfinge inganna/Testa di cane, occhi di Osiride/Stiamo tutti lavorando per il Faraone/Io scavo una fossa, modello una pietra/Un altro bastione per il suo trono/Un altro giorno sulla terra è volato/Stiamo tutti lavorando per il Faraone/Chiamala Inghilterra, chiamala Spagna/Le regole dell'Egitto con la frusta e la catena/Mosè, libera il mio popolo un'altra volta/Stiamo tutti lavorando per il Faraone/Terra d'Egitto, terra d'Egitto/Stiamo tutti vivendo nella terra d'Egitto/Dimmi fratello, non capisci?/Stiamo tutti lavorando per il Faraone/Il Faraone siede nella sua torre d'acciaio/La principessa si inginocchia ai suoi piedi/Di sotto noi prendiamo sulle spalle la ruota/Stiamo tutti lavorando per il Faraone.” (“Pharaoh”) Oramai qualsiasi genere musicale è definitivamente filtrato attraverso il suo personale stile e basta un accenno di chitarra sia acustica che elettrica, per riconoscerlo all’istante. Canzone dopo canzone, Richard Thompson non sbaglia mai un colpo, componendone di memorabili come “When the Spell is Broken”, “Ghosts in the Wind”, “Al Bowlly’s in Heaven”, “God Loves a Drunk”, “Mingus Eyes”. Come possa essere rimasta talmente creativa nel corso degli anni la sua ispirazione è un vero mistero, perfino Bob Dylan l’ha interpretato, oltre che condividere il palco con lui. Il collaboratore ideale per molti anni e per molti concerti acustici in duo, risulta però essere in questo periodo, 
Danny Thompson, ritrovato ora dopo l’impossibilità di collaborazione degli anni lontani in cui facevano parte di gruppi “rivali” come i Fairport Convention e gli eccelsi Pentangle. I due nel 1997 firmano insieme anche un disco denso ma non concettuale (“Industry”), interamente dedicato al mondo del lavoro nelle acciaierie inglesi e più in generale all’impatto dell’era industriale e della tecnologia moderna sulle masse della società, da inizio secolo fino alle più recenti lotte sindacali contro la disoccupazione. Un disco orgoglioso e poetico, rigoroso e delicato anche senza essere politico, nato dalla notizia della chiusura quattro anni prima delle miniere di carbone di Grimethorpe, uno dei simboli dell’industria britannica. (“Riponi i tuoi attrezzi e carica la lampada/Dì addio all’oscurità e all’umidità/…Ora siamo infermieri, ora siamo cuochi/...Ora siamo mendicanti per il sussidio/Ultimo turno, chiudi” “Last Shift”). E su “The Old Kit Bag” nel 2003, la fede musulmana non gli ha impedito di comporre un’acida canzone, come già aveva fatto da par suo Leonard Cohen con il terrorista di “First We Take Manhattan”, che cerca di indagare nel pensiero di un fondamentalista islamico e del suo disprezzo nei confronti della civiltà occidentale: “Dio non ha mai sentito Charlie Parker/Charlie Parker ha vissuto invano/Bestemmiatore, donnaiolo/Lascia che un ago addormenti il suo cervello/
Lavi via la sua musica da scimmia/Al diavolo il suo dèmone, al diavolo il suo dolore/E qual'è il punto di Albert Einstein/Di cosa abbiamo bisogno per la Fisica?/L'eresia è la sua ispirazione/Corrotto e marcio nell'anima/Maledetta la sua matematica serpeggiante/Maledetta la sua guerra atomica micidiale/Shakespeare, Isaac Newton/Piccole idee per ragazzini/Aggiungendo l'insensato chiacchierio/Aggiungendo il rumore di fondo/E’ difficile sentire il mio oratorio/E’ difficile sentire la mia voce interiore/Van Gogh, Botticelli/Scrostando la tinta dal quadro/Il colore è l'alimento della pazzia/Non è questo il modo per pregare il Signore/Grigio è il colore del devoto/Inginocchiato alla misericordia/Ho familiarità con l'apparenza/Non ho bisogno di leggere un libro/Sorveglio il mondo dell'azione/Non ho mai guardato dentro/Non ho tempo per aiutare gli inutili/Lotofaghi, Mandarini, imbroglioni/C'è un messaggio nel vento/Mi chiama alla gloria da qualche parte/Ci sono segni troppo profondi per lo stupido/Come un profumo nell'aria/E quando sarò in Paradiso/Non capirò di esserci.”) (“Outside of the Inside”). Nella sua lunghissima avventura musicale Richard Thompson è stato qui e altrove, ha inciso accanto a tutti i musicisti folk inglesi ma anche nei dischi di Fred Frith, Henry Kaiser, Loudon Wainwright 3, Dagmar Krause, Golden Palominos, T-Bone Burnett, David Thomas and the Pedestrians, per poi ritrovarsi puntuale tutti gli anni ad agosto a Cropredy alla
reunion con i vecchi amici Fairport. Nelle sue canzoni nate in terra californiana sono entrati serial killer, finanzieri d’assalto, politici senza scrupoli, robot che rubano il posto di lavoro alle persone, sofferenze di popolazioni terrorizzate da grotteschi conflitti e il pensiero di un soldato americano in servizio di pattuglia in Irak, Il 30 settembre scorso ha festeggiato i suoi settanta anni alla Royal Albert Hall di Londra su un palco in cui spiccavano Martin Carthy, Maddy Prior, Linda Thompson e David Gilmour che cantava “Dimming of the Day”. Si è da poco trasferito nel New Jersey, dove vive la sua nuova compagna, la scrittrice e cantautrice Zara Phillips e ha inciso “13 Rivers” che, al solito, parla di amore, morte e stanchezza della vita, senza risparmiare niente e che inizia subito senza fronzoli in modo apocalittico con la minaccia evocata nella prima canzone (“Aspetto una tempesta che soffi attraverso la città, buttando giù quei vecchi, tristi edifici...” “The Storm Won’t Come”). E, con quel suo suonare contemporaneamente con tre dita libere e con il plettro nelle altre due, con il mondo della sua canzone d’autore, perennemente in preda ad ansie e dilemmi (“...La vita sembra così rosea nella culla/ Ma ti sarò amico e ti dirò cosa ti serba./Non c’è niente alla fine dell’arcobaleno/Non c’è niente che valga la pena.” “The End of the Rainbow”), certo ben diverso da quello di Buckingham Palace, è riuscito perfino a venir nominato dalla Regina Elisabetta II, il 28 giugno del 2011, Cavaliere dell’Impero Britannico. Complimenti, Sir Richard Thompson!


Flavio Poltronieri

__________________________________________
* Il brano ricorda l’episodio bellico accaduto sulle alture di Dargai, alla frontiera nord-occidentale tra Pakistan e Afghanistan, dove venne combattuta il 20 novembre 1987, una battaglia vittoriosa da parte del secondo battaglione Gordon Highlanders, reggimento di fanteria scozzese dell’esercito britannico, durante la quale il sergente George Findlater, immobilizzato per le ferite ad entrambe le gambe ed esposto al fuoco nemico, continuava incessantemente a suonare la sua cornamusa mentre i soldati sferravano l'attacco.

Tutte le traduzioni dei testi delle canzoni riportate sono a cura di Flavio Poltronieri.

Nessun commento