Joseph Parsons – Digging for Rays (Meer Music/Blue Rose Records, 2019)

Gli aspetti interessanti di “Digging for Rays”, nuovo album di Joseph Parsons, sono diversi e tutti imperniati sulla voce, calda, sicura e possente. In scaletta ci sono dieci brani, nove inediti e una bonus track in tedesco, che è un rifacimento di “Wide Awake”, il pezzo che apre l’album come un manifesto sul songwriting di Parsons: sincero, tradizionale, intimo e pieno di energia. Nel loro insieme ricalcano la direttrice principale che questo cantautore – di origini americanissime (cresciuto tra la Pennsylvania e la Lousiana) ma residente in Germania – ha seguito fin dall’inizio: un suono pulito e molto curato, una radice ben piantata dentro la tradizione americana del racconto cantato, l’osservazione e lo sguardo critico nei confronti della nostra contemporaneità, la ricerca di un linguaggio che riesca a descrivere senza filtri troppo sofisticati i propri stati d’animo e ciò che, nella tensione tra la dimensione sociale e quella privata, definisce la realtà, la quotidianità. Insomma, la vita. L’immagine che lo stesso Parsons si incolla addosso, quella di un pittore che mette insieme dei colori (o anche di un fotografo che ferma un attimo del proprio trascorso), può andare più che bene per comprendere il ritmo della sua scrittura e il processo attraverso il quale arriva a dare forma alle sue canzoni. È un’immagine che lui richiama spesso, con disinvoltura e nessuna presunzione, per avvicinare il suo pubblico al suo lavoro, al lavorio (a suo dire) edificante e artigianale cui sottopone i brani che scrive. Un processo che, una volta avviato nella fase di scrittura e composizione, incontra una band ridotta all’osso e composta da compagni che sembrano saper condividere con grande agio l’intimità dell’evoluzione dei brani (Ross Bellenoit alla chitarra elettrica, Sven Hansen alla batteria, Freddi Lubitz al basso), contribuendo a rimarcarne lo stile e, in generale, il carattere, lo spirito. Questo quadro così equilibrato non sbiadisce con l’ascolto dell’album. Al contrario, ogni elemento che si è percepito al primo approccio si consolida e contribuisce a rafforzare quell’equilibrio, frutto (tra le altre cose) anche del presente di Parsons, cioè della sua vita “europea”, che riflette con coerenza una dimensione più familiare e rilassata. Come si può vedere, tutto coincide. E il cerchio si chiude se pensiamo che “Digging for Rays” è stato registrato in Francia, in un garage in pietra immerso nella natura: quattro musicisti che suonano, arrangiano, improvvisano e si confrontano, aria pulita, panorami, vento, verde. Insomma un ameno spazio di creatività, che fa pensare all’America dei grandi paesaggi da lontano, con l’agio di chi conosce ma ha optato per altro. D’altronde, se è vero che nei brani di questo album si avvertono le inflessioni folk-rock di chi si è formato in quel solco (qualcuno ha avvicinato Parsons a James Taylor, Cat Stevens, Jackson Browne), è anche ravvisabile l’assenza di vincoli nelle strutture e nella composizione. E il risultato, in termini generali, è un flusso di racconti chiari e morbidi, messi in musica con padronanza e incardinati con decisione solo attorno alle immagini e alle parole che a Parson interessano. Tra i brani migliori vi sono quelli da cui traspare più direttamente la poetica piena della descrizione: “Long road”, “Dreaming”, “Today”, “Living things”. Per capire tutto d’un fiato di che si tratta, si può partire da “Wide Awake” (come dicevo prima, posta all’inizio). Oppure da “Ellwach”, la sua corrispettiva in tedesco, posta alla fine dell’album. 


Daniele Cestellini

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