Cafè Loti – In taberna (Materiali Sonori, 2019)

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Mosaico di mondi che si incrociano, la taverna accoglie i tre festosi viaggiatori di Café Loti: il prismatico, straripante cantante, attore e studioso Nando Citarella (voce, tammorra, tamburello, chitarra battente, marranzano), il polistrumentista, inarrestabile ricercatore di suoni e direttore musicale Stefano Saletti (voce, oud, bouzouki, lauta, saz, chitarra, bodhran, krakeb) e il musicista-pittore iraniano Pejman Tadayon (voce, saz, bamtar, ney, oud, archi, daf e tombak), portatore di aromi sonori e poetici dall’antica Persia. La taverna assurge a simbolo di incontri, di convivialità e condivisione, un crocevia dove vissuti, lingue e storie si confrontano e si confondono producendo benefici scambi. Dopo l’esordio eponimo del 2015 il trio - il cui nome si ispira al Caffè sul Bosforo dedicato allo scrittore, ufficiale di marina e viaggiatore francese Pierre Loti - propone un composito palinsesto. Sei composizioni autografe che con originalità mappano un Mediterraneo e un Vicino Oriente immaginifici, intersecando timbri ed espressioni musicali tradizionali provenienti da svariate epoche e paesi e innestando divagazioni prog e minimaliste. Ad esse sono giustapposti sette brani che ri-creano, in una foggia popolare fortemente espressiva, le pagine del corpus di testi poetici del “Codex Buranus” (conosciuto, in seguito, come “Carmina Burana”). Abbiamo riunito i tre “magistri vagantes” in una telefonata multipla per il racconto della rotta sonora di “In taberna”.

Lavorando insieme da circa sei anni, avete fatto incontrare tre esperienze artistiche molto diverse: esiste ormai un sound Cafè Loti?
Stefano Saletti: Da quando abbiamo iniziato a suonare insieme, si è creato quasi da subito un suono Cafè Loti, che è molto riconoscibile, un’affinità nella quale ognuno ha messo il proprio bagaglio, le proprie storie, che si fondono insieme in una grande magia. Questa comunanza si ritrova sia nel primo disco che nel nuovo. Anche se, a mio avviso, noto una crescita in questo secondo lavoro, dovuta ai tanti concerti fatti insieme.
Nando Citarella: La cosa che mi venuta in mente subito dopo i primi mesi di lavoro - che era anche un obiettivo per il trio - è stato di creare un suono che ci identificasse secondo le nostre identità. Abbiamo lavorato molto ragionando sulle sonorità da sviluppare. Siccome siamo tutti con strumenti medio- alti, a volte il suono più basso lo cerchiamo con i tamburi e con l’oud: in questo modo abbiamo cercato di caratterizzare il nostro suono. All’interno della musica popolare mi ha sempre interessato avere un’identità sonora.

Tempo fa vi siete abbigliati come i Re Magi: cosa porta in dono ciascuno di voi?
Pejman Tadajon: Io porto un tappeto… musicale di ritmi e accenti strani, di poetica del mondo orientale, di quell’antica Persia che si estendeva ben oltre i confini dell’attuale Iran.
Nando Citarella: Io porto la terra lavica, quella dove sono nato e cresciuto o anche  l’ossidiana… L’immagine di cui parli è stata scattata a Istanbul. È stato un gioco: si siamo trovati nella cisterna di Istanbul, dove si facevano queste foto e ci siamo buttai, mascherandoci da Magi.
Stefano Saletti: Porto l’amore per la navigazione, il mare che unisce. Ognuno di noi ha portato veramente qualcosa: Nando è la grande tradizione napoletana, Pejman tutto il fascino dell’Oriente, Medio o lontano, come la Persia. A me piace l’idea dell’unione di queste culture, il Mediterraneo con l’Oriente. I bagagli portati da ciascuno sono stati aperti e come tre Re magi sono venuti fuori questi doni reciproci.

Anche se alla fine si rivela un grande unicum, in un certo senso il disco si compone di due sezioni: una prima di vostre composizioni, dove albergano anche richiami, citazioni e omaggi, una seconda in cui rivisitate i temi dei “Carmina Burana”… Come si è sviluppato il lavoro?
Stefano Saletti: Il Lato A, se vogliamo parlare così, è nato veramente in studio, perché non c’era quasi nulla Per esempio “Safar” o anche l’ultimo brano, “Es la luna o fortuna”, che unisce tutto quanto, sono nati da idee e spunti che ognuno ha portato in studio e che abbiamo uniti insieme. Invece, i “Carmina” erano stati rodati da diversi anni di concerti, perché lo spettacolo è nato nel 2015 e si è trattato di asciugarli, perché dal vivo li facciamo in nove nello spettacolo “Carmina Burana Le origini”, di renderli più minimali e non così ricchi, visto che abbiamo lavorato in trio, anche se nel
disco ci sono degli ospiti. Quindi ci sono stati due modi di lavorare: da una parte arrivare in studio con ognuno di noi che portava idee o riferimenti a brani o parti originali nostra, dall’altra strutturare di nuovo i “Carmina”. 
Nando Citarella: È stato molto interessante elaborare l’ossatura di alcuni brani. A mano a mano che ci si incontrava, facendo una giornata di sessione, dopo tre, quattro giorni metabolizzavamo alcuni suoni. Quando ci si rivedeva, ognuno tornava con una valigetta piena di cose in più che ci siamo riproposti anche riascoltando molto le cose fatte … Inoltre, diciamo che è stato anche un disco elaborato molto “informaticamente”, passandoci le cose.  A me è capitato raramente di registrare nella stessa città, ma inviandoci dei “massoni” di musica su cui ragionare, pensare ed elaborare. Poi mettere tutto all’interno di un hard disk, che Stefano sapientemente mescolava. Noi lo lasciavamo nella grotta e lui faceva il Merlino… Tra l’altro, con i capelli e il pizzetto che ha, ha assunto un’aria da Merlino…  
Pejman Tadajon: Stefano ha fatto un lavoro molto grande, perché ha più esperienza in studio di me e di Nando. Ha molto gusto nello scegliere suoni diversi, provando insieme. Alla fine, Stefano ha fatto un ottimo lavoro sulla qualità del suono.

Come entra il prog in un disco come in “In taberna”?
Nando Citarella: Siamo cresciuti con il prog, è dentro ognuno di noi, vuoi o non vuoi. Almeno per quel che mi riguarda, visto che sono il più vecchietto del trio…
Stefano Saletti: Anche io per il prog ho avuto un amore in maniera viscerale e viene fuori anche paradossalmente quando suono il bouzouki. Ho amato il minimalismo e l’elettronica sperimentale di gruppi come i tedeschi Can. Un percorso che si ritrova nella rilettura dei “Carmina”: ci sono dei momenti che sembrano quasi psichedelici, dove c’è la voce di Nando o delle ragazze che diventano quasi un mantra, mentre sotto si muovono la zampogna, l’arco di Pejman o l’oud. Questo fa pensare a qualcosa che non è solo musica medievale o popolare riproposta, ma si allarga ad altri linguaggi: questo ci piace molto.

Ci avete infilato anche Satie…
Nando Citarella: Satie era uno dei più prog del Novecento, basta andare ad ascoltare il balletto “Parade”. Quando abbiamo iniziato a progettare “In Taberna”, avevamo pensato ai movimenti musicali del primo Novecento. Quindi volevano andare verso quello che, anche con Satie, era l’Orientalismo di quegli anni. La bellezza e la magia di tanti occidentali che dalla Francia, dall’impero austro-ungarico o alla Polonia miravamo alla conquista musicale di sapori e di suoni particolari. Io adoro Satie: avevo ascoltato tante cose, ma la proposta inziale era uno dei cinque “Gymnopédies”. Poi Stefano ha proposto “Chanson medieval”, che è pochissimo eseguita.
Stefano Saletti: I “Gymnopédies” sono stati fatti in tante maniere e forse non avremmo potuto aggiunger nulla di nuovo. Invece, “Chanson medieval” è meno conosciuta ma non meno bella. 
Nando Citarella: È molto cameristica, c’è una fantastica versione della Schwarzkopf per pianoforte e voce. Siccome è sempre stata fatta in maniera cameristica, abbiamo pensato che potrebbe essere un giusto passaggio portarla verso  il nostro tardo Medioevo, che sa molto di Rinascimento. Lì poi c’è la serenata alla battente e il lamento di Rodi Garganico 

“Safar” è il principio del disco che assurge a dichiarazione di intenti. Ci raccontate questo brano? 
Pejman Tadajon: Il nome l’abbiamo scelto perché in diverse lingue, in arabo, in persiano, in ebraico, significa “viaggio”, Parlavamo sempre del viaggio, non solo fisico ma interiore, abbiamo scelto le poesie che parlano del viaggio. C’è una poesia di Hafez che abbiamo anche tradotto nel libretto del disco, che io canto in farsi. Poi, Stefano ha messo un testo in sabir e Nando arriva con il napoletano e il ritmo di tammurriata…
Nando Citarella: Ho messo un po’ quello che è il mio viaggio iniziato quaranta anni fa a bordo di un peschereccio che si chiamava “Madonna di Pompei”, che salpava da Vibo Marina e arrivava fino alla Tunisia e all’Algeria. Ho fatto tre anni, dal 1979 al 1981, con quell’equipaggio alla ricerca della musica, ma nel frattempo dovevi lavorare a bordo. Era un andare avanti e indietro, pensando a un viaggio che è anche fatica. C’è il viaggio di piacere, di cultura e di scoperta e c’è chi affronta il viaggio per lavorare, portandosi tante cose nuove al ritorno, che si assommano alla fatica e diventano la conoscenza, la scoperta, il linguaggio. È quello che avveniva quando, quasi a Malta, ci incontravamo con altri pescatori che venivano dall’Adriatico e dallo Ionio, era uno scambio di tante
cose e anche di suonate. Ho viaggiato con il mio capitano Carmelo De Leonardo, che era ‘o masto ‘e ballo di Vibo Marina che mi ha insegnato a suonare il tamburello e a ballare la tarantella dell’area che oggi si chiama vibonese.
Stefano Saletti: “Safar” è il brano in cui emerge il suono Cafè Loti, di cui dicevamo all’inizio, perché nasce da un riff su cui ognuno ci ha messo la propria storia, la propria anima. Un inizio in 5/4 (Saletti riproduce il ritmo vocalmente, ndr), da lì inizia veramente il viaggio. A un certo punto l’atmosfera cambia con l’ingresso del tamburo in due e si crea un contrasto. Sembra come una cosa ritta che si muove sull’irregolarità di un’onda rappresentata dal tempo in 5. Le voci sotto proseguono con le varie storie nelle diverse lingue che si rincorrono. 

È il brano simbolo del disco?
Stefano Saletti: Non a caso è il brano d’apertura, insieme anche all’ultimo, “Es la luna o fortuna”, che riprende un po’ questa atmosfera ed è la chiusura del cerchio e di questo viaggio.

Alle corde e alle voci di base, si aggiungono collaboratori che sono vecchie conoscenze…
Stefano Saletti: C’è Giovanni Lo Cascio alle percussioni che suona con me da venticinque anni.
Nando Citarella: Giovanni è stato uno dei primi elementi formanti dei tamburi del Vesuvio. Anche Pietro Cernuto che suona friscaletto e zampogna è un amico con cui collaboro in altri progetti come il Tama Trio e il Mozart.

Centrali in alcuni brani dei “Carmina” le voci femminili… come è avvenuta la scelta di inserirle?
Stefano Saletti: Le voci sono Gabriella Aiello, che da anni collabora con Nando, e Barbara Eramo, che è parte di Piccola Banda Ikona, e lavora anche nel Sufi Ensemble di Pejman. Quindi è stata una scelta naturale coinvolgerle. Nella parte dei “Carmina” la voce valorizza alcuni brani, pensiamo alle due voci femminili meravigliose che valorizzano le sfumature strumentali di “Vacillantis trutine”. Nella parte centrarle del brano c’è l’insieme delle voci, anche maschili. Questo gioco tra parti vocali caratterizza molti degli arrangiamenti, con una parte più dolce e le corali con le voci maschili.
Nando Citarella: Usando il linguaggio medievale oppure filologico, potremmo identificare le due realtà come la alta e la bassa. Le alta è quando le voci femminili più affinate e più sottili fanno viaggiare questa melodia simbolica quasi sul soffio del petalo e la bassa è quando il coro, l’assemblea risponde ed entra con il sostegno. In questo modo, noi abbiamo voluto approfondire sempre di più il nostro suono Cafè Loti, che a volte è determinato proprio dagli unisoni, che spesso vengono completamente dimenticati. 
L’unisono è la cosa più difficile da intonare, è più facile fare polifonia in cui ciascuno segue la sua linea melodica. Invece, l’unisono è anche l’identità del coro dell’Assemblea che risponde all’interno della ritualità, come nella parte sufi, ma come anche nelle risposte processionali fatte al capo assemblea o al capo paranza. 
Stefano Saletti: L’unione delle nostre tre voci è molto bella, perché - come dice Nando - lavoriamo spesso sull’unisono ma poi sono i timbri che fanno la differenza, per cui c’è la voce di Pejman, che è pieno di questo meraviglioso gusto basso orientale che è pastoso, quella di Nando tenorile, così brillante e poi la mia che è molto dolce, sweet e… narrativa. Le tre voci insieme anche all’unisono sono molto caratterizzanti, le senti tutte e tre insieme: è un altro marchio del Cafè Loti.


Cafè Loti – In taberna (Materiali Sonori, 2019)
Prendersi la libertà di immaginare convivenze e modalità esecutive, annullare l’alto e il basso in termini di culture musicali, fare coesistere timbri e vocalità: questo l’equilibrio artistico perseguito da una triade di magistrali musicisti adusi alla costruzione di ponti sonori. Com’è noto, Cafè Loti sono le corde, le voci e le percussioni di Nando Citarella, Stefano Saletti e Pejman Tedeyon. Il valore aggiunto che impreziosisce la tavolozza sonora è portato dai fiati popolari siciliani di Pietro Cernuto (friscaletto e zampogna), dalle percussioni di Giovanni Lo Cascio (drum set, davoul, bodhràn e krakeb) e dalle gran belle e affiatate voci di Gabriella Aiello e Barbara Eramo. Partono con “Safar”, piatto forte dell’album, e l’intento dell’opera è subito magnificamente disposto: il canto dell’esperanto del mare, dei commerci e dei pescatori dei secoli passati trova corrispondenza nel minimalismo mistico, metaforico della poetica di Hafez e nella fisicità del canto sul tamburo. “Louce de la luna” è un altro incrocio magico di voci, timbri cristallini e cambi di ritmo: qui la poesia persiana incontra sul suo cammino il romancero gitano. Chitarra battente e tamburo a cornice guidano “Giacula Giacula”, necessario canto corale ritmico apotropaico contro ogni forma di “malalengua”, omaggio all’immenso cantore-sciamano Antonio Infantino. Struggentemente bella è “L’Amuri d’un Chevalier”, in cui si passa dalle note impressioniste di Satie al canto trobadorico che confluisce nella forma della serenata garganica “Vogghiu l’amuri”, mentre il ney punteggia la melodia appoggiandosi all’arpeggio delle corde. “Maldito” è il cammino comune percorso da una cantiga, dal lirismo di Hafez e dall’invocazione mariana di un pastore. A seguire, lo strumentale “Bailar Para un Maldito”, centrato sul marranzano e sulla corposità dell’oud. La seconda sezione dell’album adatta e ricrea i canti del “Codex Buranus”, enfatizzando le sottigliezze, recuperando una certa corporeità popolare, obliterata nell’orchestrazione orffiana. Così la dolcezza di “Vacillantis Trutine”, in cui entrano le voci femminili, ritrova una nuova versificazione in sabir. “Nomen A Solenibus” è fuoco strumentale del gruppo, mentre in “Festum Agitur” si immaginano i chierici erranti che dal Sud italico scendono verso la Terrasanta circondati da fascinosa pluralità di lingue e di ritmi e strumenti (qui entra potente la zampogna di Pietro Cernuto). “Bibit Homen” fa coesistere il napoletano con la celebre melodia di “In taberna quando sumus”. Diversamente, “Tempus Tranist Gelidum” rispetta la versificazione latina, laddove “Bache, Bene, Venies” è un inusitato inno al vino e alla convivialità espresso con la 
(con-)fusione di sabir, napoletano e dialetto reatino. Infine, “Es la Luna o Fortuna” assomma Rumi, i “Carmina” e il Sud Italia, in quella circolarità rituale perseguita dal Cafè Loti che con “In taberna” dà piena visione della capacità di veleggiare tra epoche e linguaggi sonori, emozionando per la festosa vitalità e per la maestria. 



Ciro De Rosa

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