La Répétition - Orchestra senza confini – Mondo! (Finisterre, 2019)

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A Bobo Dioulasso, capitale della musica burkinabé, esiste un particolare luogo di aggregazione, la Maison De Jeunes, dove artisti professionisti e semplici appassionati si ritrovano spontaneamente, ogni sera, per dare vita alla “repetitiòn” ovvero suonare, cantare e ballare con l’obiettivo di perfezionarsi insieme fino a dare vita ad uno spettacolo in continuo divenire. Questa particolare modalità di condivisione della musica, tipica del Burkina Faso, è stata osservata e studiata dal percussionista salentino Giovanni Martella, durante un lungo viaggio di ricerca effettuato nel 2016 nello stato africano. Ritornato in Salento e alla sua attività con la Giovane Orchestra del Salento, Martella ha condiviso l’esperienza fatta in Africa con Claudio Prima, organettista e frontman di Bandadriatica, e ben presto è nata l’idea di riprodurre queste sessions a Lecce, coinvolgendo alcuni strumentisti locali, già impegnati nelle medesime ricerche musicali in ambito world. Dopo alcune prove aperte alle Manifatture Knos di Lecce, ha preso vita La Répétition - Orchestra senza confini con l’obiettivo di ritrovare la dimensione originaria della musica intesa come momento di condivisione e socialità ed in parallelo dare vita ad un percorso di ricerca che stendesse un ideale ponte tra la cultura e la musica del Mediterraneo e quella del West Africa. 
A seguire sono arrivati i laboratori con musicisti come Meissa Ndiaye (Senegal), Somieh Murigu (Kenya) e Mike E. Eghe (Nigeria), insieme ai quali è stata approfondita la tradizione musicale dei rispettivi paesi di origine e che successivamente sono entrati nell’organico dell’orchestra in pianta stabile. Ad arricchire ancora di più il bagaglio esperienziale dell’orchestra sono stati l’incontro a settembre 2018 con Ousmane Coulibaly e Petìt “Solo” Diabaté, due maestri della musica burkinabé, e quello a gennaio 2019 con il maliano Oumar Kone, virtuoso dello djembé. Pian piano è andato componendosi anche un repertorio di composizioni originali, caratterizzate da una cifra stilistica che supera le codificazioni e le mode delle cosiddette orchestre multietniche e si apre alla sperimentazione a tutto tondo tra incroci ed attraversamenti sonori. A cristallizzare questa fortunata avventura artistica è “Mondo!” opera prima in cui sono raccolti dieci brani che mescolano testi in italiano, inglese e dialetto salentino con versi di brani tradizionali in bambarà e wolof. Abbiamo intervistato Claudio Prima per farci raccontare la genesi di questo progetto, il suo sviluppo e l’evoluzione discografica, non senza dimenticare l’impatto live dell’orchestra.

Ci puoi raccontare la genesi del progetto La Répétition Orchestra Senza Confini? Com’è nata l’idea di un’orchestra multietnica?
Il progetto è nato dall’incontro fra me e Giovanni Martella. Giovanni faceva già parte come percussionista della Giovane Orchestra del Salento. Nel dicembre 2016 aveva intrapreso un viaggio in Burkina Faso, quaranta giorni che gli avevano illuminato il volto e l’avevano profondamente trasformato. Al suo ritorno abbiamo subito avuto l’idea di fare qualcosa insieme, mettendo a frutto le rispettive esperienze sulla musica africana: ciò che lui aveva appreso a Bobo Dioulasso e i frutti del mio progetto Tukrè, che da qualche tempo indagava sulle connessioni fra Salento e WestAfrica, accogliendo due musicisti africani: Meissa Ndiaje e Somie Murigu, che vivono da anni in Salento.

L’esperienza delle orchestre multietniche sembra aver fatto il suo tempo o meglio sembra essere passata di moda. Quali sono le particolarità di questa esperienza?
La Répétition più che un’orchestra multietnica è un progetto di ricerca sulle possibili caratteristiche comuni delle musiche tradizionali del Salento e delle regioni del WestAfrica, un laboratorio aperto che è diventato un collettivo di musicisti. Parte del repertorio è originale nei testi e nelle musiche. La focalizzazione su una geografia musicale precisa e la tensione verso la ricerca di una sintesi compositiva originale danno a questo progetto una peculiarità che lo diversifica di fatto dalle orchestre multietniche intese in senso classico, nelle quali solitamente i repertori spaziano toccando le tradizioni dei musicisti che ne fanno parte.

Fondamentale in questo progetto è la presenza di Giovanni Martella che ha osservato e sperimentato la modalità burkinabé di condivisione del momento musicale con gli artisti di Bobo Dioulasso, capitale musicale del Burkina Faso.
L’esperienza che ci ha riportato Giovanni, che in questo viaggio era accompagnato anche da Claudia Giannotta, una delle voci dell’orchestra, è veramente straordinaria, soprattutto per quello che riguarda la relazione con la cultura Mediterranea e in particolare salentina. La Rèpètition è un momento di incontro che avviene a Bobo Dioulasso e che scandisce il tempo della comunità, come parte integrante della vita della gente. E’ un momento rituale, collettivo, durante il quale musica e danza sono strumento d’incontro della comunità, un momento che vive di una necessità legata alle dinamiche sociali e culturali della città, non un semplice svago. E’ la stessa modalità, a nostro avviso, che utilizzano molte culture Mediterranee (anche quella Salentina), nella quale fino a qualche decina di anni fa la musica aveva un ruolo centrale e appunto, necessario per la comunità. 

L’orchestra ha riprodotto inizialmente queste sessioni a Lecce, invitando una serie di musicisti ospiti, da quelle sessioni sono nati i brani del disco “Mondo!”. Ci puoi raccontare com’è stato lavorare con questo metodo creativo di condivisione?
E’ stata una sfida all’inizio, perché non sapevamo dove ci avrebbe condotto, non sapevamo chi avrebbe accolto il nostro invito e quali strumenti si sarebbero aggiunti. Abbiamo subito avuto la sensazione, però, che arrivassero i musicisti giusti, che la linea intrapresa attraeva, per così dire, le energie umane e artistiche delle quali avevamo bisogno. In pochi mesi avevamo un nucleo completo e coeso, col quale ci si poteva spingere su un territorio di ricerca, che ha poi generato l’attuale repertorio.

Questo disco è una sorta di ponte musicale e culturale tra il Mediterraneo e l’Africa. Come siete riusciti a rendere tutto questo? 
Abbiamo dapprima lavorato accostando gli strumenti salentini (tamburello e organetto in particolare) al repertorio westafricano, quindi abbiamo esteso l’accostamento anche a chitarra elettrica, oud, violino, percussioni mediorientali e sezione fiati. Abbiamo iniziato a scrivere arrangiamenti originali, seguendo l’ispirazione nata in sala prove, cercando di lasciar trascorrere un tempo più organico di osmosi fra le diverse geografie musicali in gioco. La musica del West Africa ha tempi generalmente più lunghi di quella occidentale moderna, capendo questo, si può dare il tempo necessario alla musica di penetrare e lasciar fluire le nuove suggestioni, questo è stato un passaggio centrale. Su alcuni brani abbiamo cambiato idea diverse volte e un paio di volte abbiamo anche dovuto ‘capovolgere’ il brano, dopo averlo ascoltato nei workshop fatti con Ousmane Coulibaly, Omar Kounè, Petit Solo Diabatè,
Reggae Ouattara, diventati poi nostri mentori. Mediterraneo e Africa condividono un approccio molto spirituale con la musica tradizionale, seguendo questa traccia abbiamo volta per volta cercato punti di incontro, mettendo a frutto le altre esperienze musicali che già avevamo fatto in questa direzione, esperienze che indagano da sempre sul rapporto fra culture lontane.

I testi dei brani mescolano alcuni stralci di brani tradizionali in bambarà e wolof e parti in italiano, inglese e dialetto salentino. Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di scrittura?
Ci siamo fatti ispirare molto dalla musica, i testi sono nati sempre dopo. Non sempre accade così, ma questo processo creativo non poteva essere diverso: la musica ha generato le idee e le tematiche. I testi in bambarà e in wolof sono generalmente molto essenziali e raccontano degli stralci molto affascinanti della vita del West Africa, storie mitiche o usanze speciali. I testi inediti si ispirano a questa essenzialità e raccontano principalmente del nostro rapporto con l’idea di convivenza fra culture diverse insita in questo progetto e dell’opportunità che questa convivenza genera. I testi in dialetto salentino, poi, condividono il carattere essenziale di quelli africani, la lingua è più asciutta, diretta e quindi scrivere in dialetto è risultato un ottimo modo per trovare una connessione più intima.

Quali sono state le difficoltà che avete incontrato?
Comprendere e interpretare un brano tradizionale del Burkina, del Senegal o del Mali non è cosa semplice: le ritmiche sono complesse e hanno una logica che a volte ‘spiazza’ l’orecchio occidentale. Inoltre l’interpretazione musicale ha un carattere rituale e spirituale che non è facile per noi da rendere. Queste sono state le due direzioni lungo le quali abbiamo incontrato le maggiori difficoltà, e ancora ci stiamo lavorando. Mi rendo conto comunque che sono al contempo gli aspetti più complessi e quelli che nascondono le conquiste e le acquisizioni più preziose.

Ci puoi presentare la formazione dell’orchestra?
L’orchestra è formata da me all’organetto e alla voce, Giovanni Martella al balafone e alla batteria,  Claudia Giannotta, Rachele Andrioli e Mike Eghe alle voci, Meissa Ndyaye al djembè, Somieh Murigu ai dum dum, Luigi Colella al djembè, Antonio Alemanno Oud, Luca Ferro e Marco De Paola alle trombe, Lorenzo Lorenzoni e Elia Leardi al trombone, Giovanni Chirico al sax tenore, Caterina Calò al violino, Riccardo Basile al basso, Maurizio Pellizzari alla chitarra elettrica e al kamalè ngonì, Federico Laganà e Alessandro Chiga al tamburello e alle percussioni. Il disco è impreziosito dalla presenza di Omar Kounè al djembè.

C’è un brano che rappresenta più degli altri il percorso dell’orchestra?
“Siamo uguali” è un brano a cui siamo molto legati. Parte da un ‘classico’ senegalese chiamato kakilambè e poi incontra i nostri ritmi tradizionali e un arrangiamento originale. Abbiamo sviluppato tutto insieme in sala prove ed è stato un processo graduale e organico che ha portato il brano alla sua forma finale. E’ anche il primo singolo estratto e il brano del nostro primo videoclip. Il testo parla di uguaglianza di fatto fra europei e africani, di ciò che ci accomuna e ci rende inconfutabilmente uguali, nonostante in questo periodo storico ci siamo numerosi ed inspiegabili tentativi di farci credere diversi come esseri umani.

Qual è il tuo brano preferito? 
“Siamo uguali” mi piace molto, ma anche “Orodara Sidiki”, il brano tradizionale burkinabè con il quale tutto è cominciato, vi sono particolarmente affezionato e forse rappresenta il risultato migliore in termini di incontro fra la cultura africana e la nostra idea di arrangiamento e riproposizione.

Dal 2017 ad oggi come si è evoluto il suono dell’orchestra?
Nella prima fase è cambiato tante volte in seguito all’arrivo dei musicisti che si sono aggiunti volta per volta alle sessions. Migliorando gradualmente la conoscenza del repertorio e completandosi la formazione, abbiamo orientato gli arrangiamenti e il suono è diventato sempre più compatto ed efficace. 
Gestire la compresenza di una sezione percussiva così nutrita e diversa, della sezione fiati, entrambe molto potenti e di strumenti più ‘discreti’ come l’oud, il violino e l’organetto è stata un’altra direttiva di lavoro che ha lentamente creato il sound finale, frutto del bilanciamento e della coesione di tutte le sezioni, compresa quella delle voci, che hanno accolto oltre a Claudia, Rachele Andrioli che è una cantante salentina ormai affermata nel panorama della world music e Mike Eghe cantante nigeriano e rifugiato in un progetto Sprar di Brindisi, con una storia di vita e una voce entrambe straordinarie.

Concludendo quali sono le peculiarità dell’orchestra dal vivo? Chi viene ad un vostro concerto cosa deve aspettarsi?
Dal vivo l’orchestra è molto potente e festosa, i ritmi sono travolgenti e lo spettacolo è vario e molto vivo. C’è la possibilità di danzare dall’inizio alla fine o di ascoltare e lasciarsi incuriosire dalle diverse sonorità. La proposta musicale è intrigante, un modo originale di portare sul palco la musica africana accostata a quella europea. Il balafon, un parente della marimba, che usa le zucche come casse di risonanza, è il simbolo di questa orchestra, uno strumento semplice e al contempo ricco di storia e suggestioni, strumento magico e rituale, come la musica che cerchiamo volta per volta di rievocare e suonare insieme.


La Répétition - Orchestra senza confini – Mondo! (Finisterre, 2019)
Nel 2002 la nascita dell’Orchestra di Piazza Vittorio a Roma ha aperto la strada allo sbocciare di esperienze simili in tutta Italia, determinando un fenomeno tutto nostrano, già oggetto di studio anche a livello accademico. Laddove le motivazioni culturali, politiche e sociali appaiono ancora come baluardi di resistenza culturale, dal punto di vista prettamente musicale questa tendenza sembra aver esaurito la sua ventata di novità, complice certamente la scelta (comoda) di affidarsi a sentieri già battuti. Esistono ovviamente delle eccezioni e una di queste è certamente La Répétition - Orchestra senza confini che, già nel nome, sfugge all’etichetta (in verità molto provinciale) di ensemble multietnico. La scoperta da parte di Giovanni Martella del particolare approccio alla musica di insieme della tradizione burkinabé e la tensione costante verso la ricerca musicale di Claudio Prima hanno rappresentato la base di partenza per un percorso artistico nuovo. Così, mettendo al centro la concezione africana della musica come momento di socialità, condivisione e liberazione collettiva, in breve tempo quello che era un esperimento con le sessions aperte alle Manifattue Knos di Lecce, si è evoluto in un progetto molto più articolato. L’ampliamento dell’organico è andato di pari passo con l’approfondimento, lo studio e il confronto con musicisti africani, per giungere alla composizione di brani originali nelle cui trame si intrecciano i suoni del Mediterraneo e quelli del West Africa. Il risulto del lavoro svolto è racchiuso in "Mondo!", disco che, sin dal primo ascolto, colpisce per la particolare cura riposta negli arrangiamenti in cui le poliritmie della tradizione africana incontrano suoni plurali che si muovono attraverso coordinate musicali che spaziano dal reggae al afro-funk passando per la tradizione salentina e il folk. Le strutture dei brani vedono la sezione ritmica, composta da Giovanni Martella (batteria, balafon), Riccardo Basile (basso elettrico), Federico Laganà (tamburi a cornice, kalabasse), Alessandro Chiga (tamburi a cornice, darbouka), Somieh Mourigu (dundun), Meissa Ndiaye e Luigi Colella (djembé) fare da asse portante per le trame sonore costruite dal dialogo tra le corde di Morris Pellizzari (chitarra elettrica, kamelé ngonì), Antonio Alemanno (oud) e Caterina Calò (violino) e la potente sezione di fiati che vede protagonisti Lorenzo Lorenzoni ed Elia Leardi (trombone), Giovanni Chirico (sax tenore, sax baritono), Luca Ferro e Marco De Paola (tromba). Ad impreziosire il tutto la partecipazione Oumar Kone (djembé) e le quattro voci dell’orchestra Claudio Prima (organetto), il nigeriano Mike Eghe e due talenti della scena musicale salentina come Rachele Andrioli e Claudia Giannotta. Il disco è una vera e propria immersione in un caleidoscopio di colori musicali che prende le mosse dalla trascinante “Siamo uguali” che a buon diritto può essere definita come il manifesto programmatico dell’orchestra, e ci regala uno dei suoi vertici con il tradizionale burkinabé “Orodara sidiki” nella quale brilla lo splendido interludio strumentale con le percussioni africane e fiati in grande evidenza. La brillante “Joromi” dedicata al personaggio omonimo della mitologia africana funge da perfetto apripista per l’evocativo tradizionale maliano “Frokorobà” e la superba rilettura di Opposite People dal songbook di Fela Kuti & Africa 70’s. Se con “Lamoroya” ritorniamo in Burkina Faso per andare alla scoperta del suono delle répétition, la successiva “As a master”, firmata da Claudio Prima ed Emanuele Coluccia, è un inno alla consapevolezza di sé e un invito ad essere maestri del proprio cammino. Il crescendo di “Yariba”, ispirata ad un brano tradizionale burkinabé, ci accompagna verso il finale in cui si viene rapiti dal vorticoso incontro tra Africa, Balcani e Salneto di “A Tamburi” e dalle suggestioni di “Ca va Dieu?/Mongo” che completano un disco pregevole dal punto di vista concettuale e musicale. 


Salvatore Esposito

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