Kudsi Erguner – La Mélancolie Royale. Méditation Soufie (Seyir Muzik, 2019)

Da oltre quarant’anni Kudsi Erguner (1952) è un maestro indiscusso del flauto di canna ney, artista di fama internazionale nonché eminente studioso della musica d’arte ottomana, cresciuto nella spiritualità musicale della tradizione Mevlevi di Istanbul nel periodo successivo all’abolizione delle confraternite sufi e alla chiusura dei centri in cui si praticava e trasmetteva il loro patrimonio musicale (la sua autobiografia pubblicata nel 2005 con il titolo “La fontaine de la séparation” in francese, tradotto in inglese come “Journeys of a Sufi Musician”, è un imperdibile resoconto di cruciali passaggi epocali che vale molto più di tanti trattati di etnomusicologia sul tema). Erguner ha ricevuto gli insegnamenti secondo i dettami della tradizione orale da suo padre. In altre parole, è uno dei pochi discendenti diretti della prassi musicale classica ottomana. Il suo strumento elettivo, il ney, afferisce a diversi contesti culturali e musicali, dalla musica classica del maqām a quella popolare orale, con varianti organologiche locali, fino all’ambiente “tasawwuf” (sufismo), nel quale è connesso alla pratica spirituale della musica, soprattutto a partire dai versi rivoluzionari del mistico del XIII secolo Mevlânâ Jalal ad-Din Rûmî. Nella sua straordinaria carriera Erguner, che vive a Parigi dagli anni ‘70, è stato protagonista di formidabili incontri, da Peter Brook a Renaud Garcia Fons, da Peter Gabriel a Jordi Saval, da Jean-Michel Jarre a Anouar Brahem, da Michel Portal a Didier Lockwood. Ha ricevuto diverse lauree Honoris Causa e l’Unesco lo ha insignito del titolo di “Artista per la Pace”; insegna musica modale al Conservatorio di Rotterdam e, come sa chi legge “BlogFoolk” in cui il suo nome è ricorrente, è il direttore musicale del progetto Bîrûn nato in seno all’Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati della Fondazione Cini di Venezia. Registrato a Bruxelles per l’etichetta Seyir di Tristan Driessens, egli stesso un musicista, “La Mélancolie Royale” è un solitario e profondo viaggio, senza mediazioni, lungo campiture temporali molto ampie, che dal ‘600 arrivano a composizione autografe di Kudsi, passando per temi ottocenteschi e primo novecenteschi e riprendendo motivi del nonno Süyleman e del padre Ulvi, ai quali è dedicato il lavoro, insieme agli altri grandi maestri del ney novecenteschi del cui magistero strumentale Kudsi si è nutrito (Halil Can, Hayri Tümer, Niyazî Sayin, Selami Bertuğ, Aka Gündüz Kutbay). La copertina ritrae il maestro Erguner mentre suona il suo strumento con addosso uno scialle che può evocare simbolicamente la semplicità delle grezze vesti dei primi mistici. Quanto al titolo dell’album, esso fa riferimento a un episodio di commozione nostalgica, per l’appunto una malinconia regale (“Teessür-i Şahane”), suscitata nel sultano Abdul Hamid II dall’ascolto dell’esecuzione di un taksim da parte del famoso Tanburi Cemil Bey (1871-1916), al punto di chiedere a un suo servo di interrompere la performance del maestro, la cui espressività era ormai lontana dal nuovo gusto che guardava alla musicalità occidentale. Dunque, il lavoro si configura come una sorta di lamento per una forma musicale elevata, una tradizione d’arte, che a partire dalla seconda metà dell’Ottocento venne abbandonata progressivamente in favore di un’esterofilia europeizzante e che, oggi, è riplasmata in formato etnico e folklorico per soddisfare i palati che bramano esotismi. Per di più, Erguner osserva con disincanto e una buona dose di scetticismo anche le forme di politica culturale neo-ottomana e i revival sufi praticati in patria che hanno ridato artatamente enfasi a espressioni musicali della religiosità. Il programma propone sei lunghe composizioni, la cui durata oscilla tra i sette e i quindici minuti (“Le rossignol solitaire”, “L’Aube de la dernière nuit”, “La Révélation”, “Louange”, “Le Vent de l’aube”, “Le miroir céleste”) per solo ney (un Kiz in LA). È una tracklist di impianto meditativo, che conduce a un’immersione intensa nell’intonazione e nelle eleganti inflessioni e modulazioni del flauto del maestro turco, padrone dell’arte dell’improvvisazione. Di primo acchito il repertorio potrà sembrare ostico ma, diversamente, trasmette anche all’ascoltatore poco aduso tutta la maturità compositiva, il talento esecutivo e le raffinate sottigliezze timbriche di cui è capace questo autorevolissimo neyzen. «Ascolta il flauto di canna, com’esso narra la sua storia, com’esso triste lamenta la separazione: Da quando mi strapparono dal canneto, ha fatto piangere uomini e donne il mio dolce suono» (Rûmî). 


Ciro De Rosa

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