Goitse – Úr (Autoprodotto, 2019)

Un quintetto che gli adepti italiani dell’Irish traditional music conoscono perché più volte hanno calcato i palchi della Penisola: stiamo parlando dei Goitse (un saluto di benvenuto informale irlandese che significa “vieni qui”). Sono Áine Mc Geeney (violino e voce), Colm Phelan, (bodhrán e percussioni), Conal O’Kane (chitarre), Tadhg Ó Meachair (fisarmonica e piano) e Alan Reid (banjo e bouzouki). Quest’ultimo ha rilevato James Harvey nel 2018. La band è parte della nuova, abile e frizzante ondata di musicisti che hanno alle spalle studi accademici, provenendo tutti dal fermento musicale e creativo dell’Università di Limerick. “Úr” (“fresco” o “nuovo” in irlandese contemporaneo, ma è un termine che evoca sia l’antico che il moderno) è il quinto lavoro della band - hanno all’attivo quattro dischi di lunga durata e un mini CD - nata nel fermento musicale e creativo dell’Università di Limerick. Martin Brunsden degli Hothouse Flowers presta la sua opera al contrabbasso in nove degli undici brani del disco, mentre la voce di Barry Kerr entra e si unisce alla voce cristallina di Áine in “Henry Joy”, una song su Henry Joy McCracken, figura rilevante di rivoluzionario irlandese del XVIII secolo ma attivo anche nell’organizzazione del famoso Belfast Harp Festival del 1792. La sostanza strumentale del quintetto si palesa fin dal set d’apertura, “The Dog Reels”, in cui mettono di seguito due tradizionali e una composizione autografa. Che i Goitse siano a proprio agio nel comporre lo dimostra anche il numero successivo, in cui un’eccentrica sorta di slip polka (“Jim’s”), firmata da McGeeney, e un’altra da Ó Meachair (“Make me a Polka”) sono poste intorno a una di provenienza tradizionale dall’area di Sliabh Luachra (“Gleanntán”). Insomma, è il senso del rapporto tra passato e presente evocato dal titolo del disco e ribadito anche nel successivo trittico strumentale “The Eagle’s Rock”. Senza dubbio, il bouzouki di Reid conferisce maggiore spessore al tessuto sonoro, così come fornisce ulteriore vigore alla sezione ritmica, già solida grazie al fraseggio di O’Kane e, soprattutto, all’estro percussivo di Phelan. Aggiungete, poi, il colore melodico e armonico di violino, fisarmonica e pianoforte e una bella e sicura voce femminile, che si è conquistata un po’ di Award; e otterrete come risultato highlight come lo strumentale “Seobháinín Seó” o le canzoni “Emerald” e “Úrchnoc Chéin Mhic Cáinte”. Quest’ultima è un tema d’autore settecentesco che è ancora vivo nella tradizione orale di Oriel, dove il dolce canto di Áine trova piena corrispondenza nelle note del piano di Ó Meachair. Si passa pure per la Scozia, rileggendo “The Queen of Argyll”, cavallo di battaglia del compianto Andy M. Stewart, frontman dei Silly Wizard. Invece, “Invasion” mette insieme un motivo in 5/4, scritto dalla cantante-violinista per una suite commemorativa per il centenario dalla fine del primo conflitto mondiale, e due composizioni di Reid, un hop jig e un reel finale che porta la tensione al massimo. Con “Months Apart” i cinque mettono mano di nuovo a un set di tradizionali, dimostrando di sapere anche andare alla ricerca di materiali d’archivio oltre che ascoltare e suonare. Un baldanzoso banjo e un compatto battito percussioni aprono “Uncertain Lodgin”, poi il violino e gli altri strumenti si uniscono nella notevole progressione ritmica che porta a compimento questa delizia. È il degno finale di un “much acclaimed album”, come si dice dalle loro parti. www.goitse.ie.  



Ciro De Rosa

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