Claudio Lolli – Ho visto anche degli zingari felici. Live al Caprice di Codigoro, 14 aprile 1976

Avere come colonna sonora della propria adolescenza i cantautori italiani degli anni settanta non fu mica un privilegio da poco. Nei corridoi della scuola, nelle stanze degli amici e in tutte quelle periferie che sentivamo rifiutare i nostri sogni, le nostre (tante) fantasie, i nostri eskimi e le nostre (poche) certezze, era proprio quella di Claudio Lolli la voce che percepivo più vicina. Era anche il punto di contatto con il mio poeta preferito: Cesare Pavese. Tutto in quei tempi e a quella età era così urgente, allora si ascoltavano Venditti che cantava "Compagno di scuola", Guccini “L'isola non trovata”, Alan Sorrenti "Vorrei incontrarti", per me era Lolli a descrivere con "Io ti racconto" i sentimenti più profondi della gioventù che vivevamo. Non avrei pensato mai di scrivere queste cose nell'anno 2019, oggi che oltretutto, purtroppo lui se n'è andato così presto. Ma l'inaspettato ascolto di questa registrazione mi ha riportato di colpo all'inverno nebbioso del 1975, in uno sgangherato teatrino in quel che non c'è più e che un tempo era chiamato il “Villaggio dall'Oca”, qui a Verona: un groviglio di viuzze composte da casette tutte basse, molto “popolari”, costituite dal solo pianterreno, finanziate dal pittore Angelo Dall'Oca Bianca e costruite nel 1939 dal Comune per essere “destinate alle famiglie povere della città”. Qualche collettivo extraparlamentare era riuscito a organizzarvi misteriosamente e a prezzo ridotto un concerto di Claudio con il gruppo del “Collettivo autonomo musicisti” di Bologna. Dopo aver conosciuto casualmente uno degli organizzatori venni a sapere che non era stato difficile: per ogni musicista (Lolli compreso) il compenso richiesto era di soltanto 50.000 Lire. 
C'erano: Danilo Tomasetta al sassofono e al flauto, Roberto Soldati alla chitarra elettrica, Roberto Costa al basso e Adriano Pedini alla batteria e percussioni, più forse anche qualcun altro che oramai però non ricordo. E naturalmente Lolli alla voce e alla chitarra acustica. Lo spettacolo iniziava con una lunga suite di circa 45 minuti composta tutta da pezzi nuovi molto ben articolati anche musicalmente, il suono ricco e coinvolgente, una storia condivisa di piazza, spontanea e indignata. Alla fine, quattro chiacchiere con Lolli che alla domanda se avessero intenzione di registrarlo, mi rispose “Vedremo!” L'anno dopo il nuovo disco di Claudio era nei negozi con in copertina un carrozzone di ritagli di giornale, le bandiere rosse e soprattutto in alto a destra, una fascetta con la scritta “Prezzo imposto Lire 3.500” quando gli altri dischi all'epoca costavano circa 5.000 Lire (della serie: musica = cultura per il popolo). Leggo che era stato registrato a Milano, nel gennaio di quel 1976, come tutti quelli che l'avevano ascoltato dal vivo in quei mesi sicuramente speravano. Certo era un Lolli apertamente politico, le sue parole descrivano avvenimenti tragici e pesanti come macigni, il contrario di quello che avevo amato io nella mia stanzetta: quello di chi partendo dall'infinita attesa di Estragone e Vladimiro era arrivato “a far da guardia a un suo compare per quattro soldi, un po' di vino e pane” ma non si può mica sempre stare affacciati "alla finestra sbagliata" e parlare solo di intima solitudine,
monotonia della vita o di culto del passato, anche se, una canzone come “La giacca” andrebbe fatta ascoltare nei licei e pure nelle chiese. Mi torna in mente, improvvisamente, una mia poesia autobiografica, che concludeva così: “ di sicuro ci sarà ancora un cappellone/un Lolli introverso, un'occupazione/uno studente così così/ma laureato in quel suo secondo ellepì”. Dunque la storia di questo disco affiorato dalla notte dei tempi, è questa: il signor Gabriele Caveduri racconta che nel 1976 a Ferrara proprio in cima alla torre dell'orologio che dà sulla Piazza del Duomo si trovava la sede di "Radio Ferrara Centrale", una delle tante “radio libere” dell'epoca e che spesso registravano i concerti col loro JVC portatile. Così fecero anche con quello di Claudio Lolli al Caprice di Codigoro il 14 Aprile che presentava il suo nuovo disco “Ho visto anche degli zingari felici” da poco sul mercato e 37 anni dopo quella cassetta dimenticata è riemersa improvvisamente da una vecchia scatola da scarpe durante un trasloco. La cosa più sorprendente fu constatare l'assoluto valore della qualità della registrazione audio. Per questo il signore in questione si recò a fine ottobre del 2013 nella Sala Estense con l'intenzione di consegnare personalmente a Claudio la registrazione, in occasione di un concerto a Ferrara. Il caso volle però che quella sera Lolli avesse un malore sul palco dopo la prima canzone (“Viaggio”) e fosse costretto ad
interrompere l'esibizione cosicché Caveduri la consegnò agli organizzatori dell'evento con la preghiera di farla giungere a Lolli quando ciò sarebbe stato possibile. Dopo averla ascoltata, anch'egli stupito dalla resa audio, fu d'accordo nel realizzarne questo “bootleg autorizzato” che venne messo a disposizione dei simpatizzanti dell'Associazione “Aspettando Godot” abbinato alla sottoscrizione della tessera di sostegno per l'anno 2014. Nella copertina interna appare un accorato commento di Claudio che conclude (citando Orazio): "Mnis non moriar", non morirò del tutto. Vi prego, coniughiamolo al plurale, prima persona plurale." e uno del suo sassofonista Tomasetta che ha curato anche il progetto grafico del cd. I fatti narrati in cronaca poetica all'interno di questo concerto (come ovviamente nell'allora relativo disco) coprono il periodo della storia di Lolli e di quella italiana che va dall'agosto 1974 al giugno 1975. Fatti personali, come la scomparsa del padre ("La morte della mosca") si mescolano con gli avvenimenti sociali ("Agosto") fino addirittura a fondersi con essi (“Primo Maggio di festa”). Il 4 agosto 1974 a Bologna, in Piazza Maggiore si erano svolti i funerali di dieci persone assassinate sul treno Italicus esploso sull'Appennino due mesi dopo la strage di Piazza della Loggia a Brescia. Il 30 aprile del 1975 c'era stata la liberazione di Saigon, ovvero l'atto finale della guerra del Vietnam e l'inizio della riunificazione del nord e del sud, preceduta dall'evacuazione di quasi tutto il personale militare americano. Il 15 e il 16 di giugno del 1975 invece il Partito Comunista Italiano con un balzo era arrivato ad avere per la prima volta quasi gli stessi voti della Democrazia Cristiana alle elezioni regionali. L'entusiasmo collettivo dilagava, un fiume in piena. L'anno dopo Claudio Lolli registrerà un altro capolavoro, dal mio punto di vista ancora superiore sia come testi che come scelte musicali, dal titolo “Disoccupate le strade dai sogni”, il rovescio della medaglia, la cronaca fedele di quel che ne seguì un po' ovunque e anche nella sua Bologna: i carri armati per le strade e i violentissimi scontri, l'omicidio di Francesco Lorusso a marzo e il “Convegno contro la repressione” di settembre, la fine del Movimento e il riflusso di tutto quel fiume…... ma questa è un'altra storia. Nel giro di poco tempo i sogni e la fantasia spariti dalla vita collettiva nelle Piazze d'Italia finirono a bivaccare inutilmente nella coscienza dei singoli: “ma che nebbia, ma che confusione, che vento di tempesta”. 


Flavio Poltronieri 
flavio.poltronieri@libero.it

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