Sergio Pennavaria – Ho più di un amo nello stomaco (Autoprodotto, 2019)

“Ho più di un amo nello stomaco”, concept album di Sergio Pennavaria, cantautore diviso – oppure unito? – tra il mare della Sicilia e quello ligure, è innanzitutto la storia di un dialogo interiore. Un dialogo che pur cantato riusciamo a “vedere”. I dodici brani del disco sono altrettante immagini in movimento, scene di un unico film che si svolge in fondo all’oceano dell’anima di un uomo. E non meraviglia certo da un laureato all’Accademia delle Belle Arti col massimo dei voti e che dell’Arte in tutte le sue espressioni ha fatto ragione di vita. E sì, Pennavaria non è un uomo “qualsiasi”: la sua è una storia d’arte, abbiamo detto, ma anche di mare, di viaggio e di strada: come ogni abitante degli oceani… un vero apolide che tiene però alle origini, alle tradizioni, alle storie raccontate, alla musica: “Da bambino ero innamoratissimo della musica anni ‘50 e mi feci regalare per il compleanno un disco con le hit del 1959: c’erano Modugno, "I Sing Ammore" di Arigliano, "Guarda che luna"… mi sono detto: Caspita! da bambino avevo gusto! poi avevo Elvis, Paul Anka, i Beatles. Mio padre era un grande amante di musica anni ’50; è stato lui a farmi ascoltare una cosa psichedelica di Santana, pazzesca!”. A Sergio Pennavaria piace raccontare della sua vita, delle prime canzoni scritte già da adolescente, della sua partenza col borsone e chitarra verso Roma, verso la linea B della Metro - Laurentina-Rebibbia - a fare l’artista di strada: “Lavoravo ore e ore e mi tiravo su ottantamila al giorno. In Italia i buskers vengono considerati quasi mendicanti e in altri Paesi no, perché altrove c’è una formazione all’arte diversa”. È sempre l’arte a ritornare nei discorsi del cantautore siciliano, come una passione, come un’ossessione che deve essere inseguita costi quel che costi e per la quale tutto il resto sembra quasi secondario. 
Quel dialogo interiore che parla d’amore, di dubbi, di “ami” inghiottiti e fatti propri come il dolore, prosegue sempre, nelle canzoni, nelle parole, dal vivo e davanti a un caffè. È l’ansia che deve avere ogni artista, quella di “comunicare”: “Arrivato in Liguria, per due anni ho insegnato educazione artistica: è stata un’esperienza incredibile, perché mi ha dato la possibilità di riversare il mio pensiero, il mio modo di vivere l’arte e tutto quello che avevo appreso in cinque anni di Accademia, a dei ragazzini che a quell’età sono spugne meravigliose; ora lavoro in un Ente di formazione per ragazzi con disabilità; è un mestiere che mi dà tanto ma mi toglie anche tanto: mi ha complicato le cose, perché per fare musica hai bisogno di tempo.” E di silenzio. Quello che si sente vivo in quasi ogni passaggio del disco. Davvero la bellezza dell’album di Pennavaria è tutta in questo gioco tra il silenzio dell’acqua profonda e il rumore della mente che pensa, elabora, sogna, ama, cerca risposte. Un flusso simile a quello delle correnti. Ad ascoltare il disco, col libretto dei testi in mano, scritti così, di seguito, come se si potessero riversare i pensieri in prosa, è difficile non pensare ad Hemingway, al suo “vecchio” e alla sua Corrente del Golfo. “Il silenzio mi piace da morire. Sono un ex sub e conosco bene la dimensione sott’acqua; quel tipo di silenzio che poi non è silenzio: è la rappresentazione sonora di un mondo parallelo, legato alla tua vita interiore; questa cosa è bellissima perché quando tu sei tubo e maschera sott’acqua senti l’ambiente circostante, l’acqua, i battiti del tuo cuore e il respiro. 
Quella è per me la dimensione più felice della vita e quindi ho voluto fare questo parallelismo tra la profondità dell’essere e la profondità del mare; ho estrapolato questi particolari, questi ami della mia profondità in quel mondo lì, subacqueo, e sono nate quelle storie”. Ogni canzone una storia diversa, una storia intima – lo abbiamo già detto, che suona libera, nel sound e nella voce. Pennavaria – va detto – ha davvero un bel canto, che arriva classico, pieno, diretto, con le sfumature del cuore. Fa pensare alla storia vocale della Canzone d’autore al maschile e se da una parte si sente tutta la sicilianità dell’inflessione, dall’altra ritroviamo l’impostazione dei cantautori liguri: c’è un gioco di tradizioni, di scambi di correnti tra i mari – lo abbiamo già accennato – ma anche un gioco di ascolti, di riferimenti, di evocazioni. Cantare in questo modo è stata una scelta: nel primo album, uscito otto anni fa (“Senza lume a casaccio nell’oscurità”), Pennavaria racconta con impegno, con rabbia: politicamente. La voce è impostata, forzata, teatrale. Così non poteva certo essere raccontando il linguaggio dell’anima e ogni “amo” non detto e inghiottito. E in effetti per il cantautore siciliano questo è un disco che canta d’amore. E di non amore, vorremmo aggiungere, di paura, di esistenza, di incertezza, di vocazione a sentirsi dentro. Ad ogni buon conto “tra il primo e il secondo disco ho capito: perché devo forzare la rappresentazione? perché mi devo affidare al teatro? Nel primo disco avevo creato un personaggio: era un personaggio a cantare e non Sergio. Sono passati otto anni, ci ho pensato molto e mi sono detto: andiamo a prendere il primo Sergio cantautore quando in cameretta si scriveva le canzoni; ho vissuto con lo stesso atteggiamento la sala di incisione.” Così sembrano quasi due cantanti diversi quelli de “La verità” – brano del primo album in cui gli operai di Termini Imerese, che protestano arrampicati, sembrano gatti sul tetto - e il protagonista di “Nel mondo senza tempo”, morto affogato e che ora vive una nuova dimensione, aspettando l’arrivo della compagna: da gatto a pesce, anche la voce e il gioco dei suoni si trasforma completamente. Due momenti drammatici umanamente e socialmente: due modi diversi di raccontare. Ogni angolo dell’album, infine, è ricco di suoni evocativi, coinvolgenti. Molti gli strumenti che però non affogano le melodie. Vero gioiello è la title track; struggente stordimento d’amore che ha paura è “Rebus” (che vede ospite Finaz alla chitarra acustica); ed ancora in “Due parti precise di me” Pennavaria prende aria fuori dall’acqua, per rituffarsi ne “L’amore invisibile” e diventare gruccia in “L’amore nell’armadio” … e così facendo il disco continua, tra onde del mare e tentativi di volo, alla ricerca dell’amore, della libertà… delle risposte che arrivano soltanto, forse, nel silenzio. Sergio Pennavaria ha realizzato un album di notevole valore artistico e impatto, un disco fin troppo denso di informazioni e di impulsi e fin troppo trasparente nelle intenzioni… tutte cose che spingono a tuffarsi nelle proprie acque profonde. 


Elisabetta Malantrucco

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