Dariush Tala'i, Ancient Roots New Leaves, Londra, Southbank Centre, 8 Settembre 2019

La stagione autunnale del Southbank Centre profuma di Persia sin dalla sua inaugurazione. Mentre ci si prepara all’attesissimo concerto di Kayhan Kalhor e Rembrandt Trio il prossimo 11 Ottobre, la Purcell Room, più piccolo e intimo dei tre auditorium del centro, ospita uno dei più grandi maestri della classica iraniana: Ostâd Dariush Tala'i. Con cinque decadi di esperienza alle spalle, Tala'i è un fuoriclasse del Târ e del Sehtâr coinvolto in collaborazioni con grandi nomi del genere, tra i quali spicca il gran maestro della voce Mohammad Reza Shajarian. La musica di corte persiana è una tradizione orale secolare di cui Tala'i non è solamente uno dei massimi rappresentanti musicali, ma anche conoscitori teorici. Professore in diverse Università, tra cui quelle di Teheran e Washington e la Sorbona di Parigi, vanta decenni di pubblicazioni e ricerca accademica nella teoria e nell’analisi della musica Persiana vocale e strumentale. La sua ricerca ha da sempre affiancato tre aspetti fondamentali della musica: teoria, performance e pedagogia. Ad accompagnarlo per la serata troviamo Houshmand Ebadi al ney persiano, flauto di canna fratello del ney arabo, Kaveh Mahmoudiyan al tombak, particolare Darabouka iraniana, e Hadi Hosseini alla voce. I tre talentuosi e giovani musicisti sono stati scelti personalmente da Tala'i tra i più grandi virtuosi iraniani per supportarlo negli spettacoli di “Ancient Roots New Leaves”. 
Un concerto di questo tipo può risultare ostico ad un ascoltatore novizio: la tradizione persiana è molto diversa da quella occidentale ma rimane densa di informazioni. Si contraddistingue dal linguaggio nostrano per l’utilizzo di microtoni, note intermedie ai nostri semitoni, l’intensa improvvisazione e la sua natura monofonica, ogni strumento segue infatti lo stesso schema melodico. L’armonia è conseguentemente modale, ovvero basata su una scala di riferimento (come accade, per esempio, coi raga indiani o nell’album “Kind of Blue” di Miles Davis). Proprietà unica della musica persiana è il Dastgâh, un sistema eterogeneo basato su una scala principale ma costituito da diverse strutture melodiche chiamate gushehes, ognuna delle quali ha diverse caratteristiche modali o delle specifiche celle melodiche da cui part l’improvvisazione. La prima metà del concerto prevede due duetti. Il primo per târ e tombak è basato su uno schema di improvvisazione irregolare ideato da Ostâd Tala'i stesso. La composizione cresce di intensità col serrarsi del dialogo tra i due strumenti, parallelo all’intensificarsi delle modulazioni. I colpi veloci e delicati del tombak slanciano i rapidi ornamenti del târ in un tempo in sette. La composizione è in Dastgâh-Navâ, fra i meno esplorati in tempi moderni, e Shur, le cui sonorità principali ricordano rispettivamente i modi Eolio e Frigio. 
Il secondo duetto è invece in Dastgâh Bayât-e Esfahân, modo estremamente interessante, a metà tra le scale minore armonica e melodica (il sesto grado non è infatti né maggiore né minore, ma ad un quarto di tono tra i due). Ad echeggiare il sehtâr di Tala'i è il ney di Ebadi, il quale dimostra un’incredibile padronanza dello strumento. Il suono del ney è dolce e arioso, con un caratteristico vibrato creato col movimento della bocca dal musicista. La composizione è stavolta più lineare e chiara: un pish-darâmand (un’introduzione strumentale), seguito da due gusheh. I due musicisti dialogano per una buona mezz’ora, scambiandosi melodie, echeggiando le frasi altrui ma lasciandosi i dovuti spazi per l’esplorazione melodica. Il piatto forte è servito dopo l’intervallo, con l’intero ensemble schierato sul palco. La composizione è in Dastgâh Mâhoor, melodicamente vicino alla scala maggiore. Originariamente suonata da Tala'i e Ostâd Shajarian nel 1995, è stata successivamente registrata nell’album “Shab-e Vasl”. A Hadi Hosseini spetta l’arduo compito di rendere onore ad una delle voci più celebrate della tradizione persiana in un’intensa performance durata altri 75 minuti abbondanti. Le melodie sono semplici, ritmicamente chiare e concentrate in un registro limitato. Hanno invece grande rilevanza la simmetria, la ripetizione in ottave differenti, le cadenze e, soprattutto, gli ornamenti. La semplicità melodica consente, infatti, grande libertà nell’arricchimento dei brani con mordenti, dorrâb, acciaccature, tekieh, trilli, riz, e il tahrir, una tecnica vocale simile allo yodel in cui il cantante rompe la voce dando un colpo secco alle note. L’intesa del quartetto è intensa e crea un delizioso equilibrio nello spazio dell’improvvisazione. Gli strumenti accompagnano la voce in alternanza o in gruppo quando il poema recitato richiede maggiore emotività dinamica. Hosseini sbalordisce per la proprietà vocale con un passaggio perfetto, verso la fine, da una tasnif in Dastgâh Shur a Dastgah Mâhoor, poco prima della cadenza finale che chiude la performance. Un concerto denso e magnifico, ricco di contenuto e sciolto nella forma. Il linguaggio è specifico, affascinante per molti ma difficile da comprendere ad un primo ascolto. La bellezza melodica e la sensibilità ornamentale, tuttavia, non possono che stupire con una contrapposizione squisita tra sobrietà e ricchezza. 

Edoardo Marcarini

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