Rachid Taha – Je Suis Africain (Naïve Records, 2019)

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«Mio padre ha dedicato gli ultimi due anni della sua vita a lavorare a questo disco, il suo ultimo album che lo rispecchia nella sua unicità, nella sua follia, nella sua libertà. Ci ha messo il cuore e tutto sé stesso, intensamente, sinceramente, senza compromessi». Con queste parole Lyes Taha ha presentato “Je suis africain” che esce a un anno dalla morte del padre, Rachid Taha, avvenuta a 59 anni il 12 settembre 2018. Sono passati vent’anni dal suo album più conosciuto, “Diwân”, e dalla sua interpretazione di “Ya Rayah”, la canzone che forse meglio di ogni altra esprime le traversie dei migranti algerini composta da Chaabi Dahmane El-Harrachi nel 1973. Il nuovo album raccoglie undici brani, composti insieme al multistrumentista e produttore Toma Feterman. Entrambi frequentatori dei locali del nord di Parigi, da Bellevilloise a Cabaret Sauvage, avevano cominciato a frequentarsi e a registrare insieme quando Feterman chiese a Taha di cantare “Baba”, una composizione destinata all’album del 2016 “Canis Carmina” di La Caravane Passe, gruppo che fonde rap, rock, jazz manouche, fiati balcanici, ed elettronica. Già a novembre 2017 Taha aveva parlato del nuovo disco in un’intervista pubblicata da “Afrique Magazine” (AM 375/376). In quell’occasione aveva raccontato che la canzone che aveva appena scritto, “Je suis africain”, sarebbe stata fra i brani del prossimo disco e che dava corpo alla sua filosofia: 
«Non cambierò cammino a causa del mio nome e non cambierò nome a causa del mio cammino. Amo le parole che mi hanno aiutato a trovare la mia strada. Sono lo sguardo degli altri. Ed amo fare collage cui aggiungo della pittura (…) una vera terapia. Avrei dovuto pubblicare un libro con queste tavole, peccato che l’abbia perduto!». In quell’occasione Taha era appena tornato da un viaggio in Mali dove aveva registrato per il nuovo disco e in un concerto con Aly Keita & The Magic Balafon. E quell’esperienza aveva contribuito ai testi e agli arrangiamenti di “Je suis africain” in cui canta: «Sono africano, da Parigi a Bamako, da New York al Congo» con il balafon, ma anche lo scacciapensieri e una grassa risata, a contribuire ad arrangiamenti che sollecitano la danza, come in “Andy Walhoo” dove, accanto a Warhol, alla domanda «conosci l’altro?» chiama in causa Picasso, Cocteau, e una galleria di rocker insieme a Oum Kalthoum, nell’ennesimo collage punk-rock-elettronica. Al gioco di specchi contribuisce Flèche Love (nome d’arte di Amina Cadelli, da Ginevra) che naviga i ritmi gnawa di “Wahdi”, dialogando in spagnolo con cori in arabo e trombe messicane. 
In chiave di plurilinguismo, accanto al personale “franc-arabo”, in “Like a Dervish” Taha si cimenta in inglese in una serie di giochi di parole che sembrano arrivare dritti da uno sketch di Totò, dichiarando subito che è la sua prima canzone in questa lingua «I know I'm cheating, my English is not so rich. English, backich, dervish, merlich...». Meticciamenti linguistici, richiami ad attivisti, scrittori, artisti, personali geografie, uno sguardo che cerca senso ed estetica in ciò che sembra avvenire per caso: Taha conferma e fa sintesi della sua natura di cantore della condizione dell’esilio, fin dai primi anni ’80: “Tutto è cominciato per caso, con uno sciopero degli autobus a Lione. Allora ho incontrato i fratelli Amini con cui lavoravo in fabbrica e che cercavano un batterista. Mi sono lanciato ed è nato il nostro gruppo, Carte de Séjour. Il dolore per l’esilio è divenuto fonte creativa. Oggi canto per non impazzire. O per andare fino in fondo”. Anche in quest’ultima avventura l’hanno accompagnato musicisti che ci mettono il cuore, a cominciare dal fedele Hakim Hamadouche, specialista del “mando-liuto”, controcanto della personale narrazione di Taha dell’essere “africano” e in buona compagnia: «Marley, Malcom X, Kateb Yacine, Franz Fanon, Patrice Lumumba...».  



 Alessio Surian

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