Vildá – Vildaluodda (Bafe’s Factory, 2019)

Viivi Maria Saarenkylä viene da Savonlinna, nella Finlandia orientale ed è fra le suonatrici di organetto che stanno rinnovando la tradizione di questo strumento. In Vildá sposa la sua arte con quella della cantante Hildá Länsman, di Utsjoki, nel nord del paese, legata alla tradizione dello yoik, antica forma di canto sámi. È la tradizione che dalla Norvegia Mari Boine ha saputo rilanciare anche in ambito discografico, aprendo la strada ad una nuova generazione di artiste che in Norvegia conta, tra le altre, Sara Marielle Gaup, Adjagas e Frode Fjellheim, Sofia Jannok in Svezia e Wimme Saari in Finlandia. Per quattro anni Hildá Länsman ha studiato a Kautokeino, nella Norvegia settentrionale, a 250 km da Utsjoki, un centro importante per la cultura sámi; da lì vengono le cantanti che in genere vincono il Sámi Grand Prix nella categoria yoik. Sua madre, Ulla Pirttijärvi, con Tuuni e Ursula Länsman, nel trio Angelin Tytöt, ha fatto la sua parte fin dal 1992, con la pubblicazione dell’album “Dolla” (Fuoco). Con il gruppo Solju, Ulla e Hildá hanno già pubblicato un lavoro, “Ođđa Áigodat” (Tempi Nuovi), che mostra la complementarietà dei loro timbri vocali e si è guadagnato il premio Folk Music Creator al Finnish Ethnogala. Hildá e Viivi Maria Saarenkylä si sono incontrate ed hanno cominciato a suonare insieme frequentando la Sibelius Academy di Helsinki, dove il disco è stato registrato. Con il duo Vilda si sono fatte ispirare dalla natura finlandese e hanno fatto incontrare canto yoik, nuove soluzioni ritmiche e spazi per l’improvvisazione, senza troppo badare se il risultato sta in area pop piuttosto che folk. Il loro primo album, “Vildaluodda” (Impronta Selvaggia) è anche un’occasione per ascoltare alcuni ottimi musicisti, ospiti in diversi brani. “Skállovárri” apre le danze con il suono dell’ancia che viene raggiunto dalla voce. La trama si fa sempre più intensa mentre la canzone narra della vita a fianco dei branchi di alci, occasione per mettere in fila diversi stili yoik, sia meridionali, sia settentrionali, senza dimenticare una visita a Kautokeino. La canzone, anche nel testo, cerca di trasmettere la potenza e il fragore provocata da centinaia di alci che si riuniscono in un unico branco. Qui, nella parte finale del brano, alla voce di Hildá Länsman si uniscono quelle di Mikko Heikinpoika Neuvonen, specializzato in canto armonico, e di Niillas Holmberg: ne risulta uno dei brani più coinvolgenti e maturi dell’intero album. Alla seconda traccia, “Mäkrävaaran äijö” (Il vecchio sulla collina Mäkrä) collabora un’altra cantante d’eccezione, Venla Ilona Blom, protagonista del quartetto vocale Tuuletar. Qui offre il suo lato beatboxing e rumoristico ad uno svolgimento vocale carico di tensione prima che le ance sappiano riportare il finale alla quiete. Venla Ilona Blom torna anche in altri due brani, dando ali a “Beaivvi Mánát” (Figli/e del Sole): “godetevi l’istante, siate liberi”. Puntuale e toccante è anche l’intervento di Stiliana Ravelska Tyrkkö che mette in luce il suo violino e viola e la sua voce in “Muittut” (Memorie), “percorrerò la terra finché noi due ci incontreremo”. Hildá Länsman si incarica anche della parte ritmica, soprattutto ricorrendo al tamburo a cornice sámi, ma all’occorrenza viene raggiunta da Nathan Riki Thomson e Christopher Rodulfo, in evidenza nel conclusivo ed energetico “Vildaluodda”, che da il titolo all’album” e parte proprio con il ritmo percussivo scandito dal battito delle mani. Impeccabili e misurati gli interventi di Mikko Renfors all’elettronica. Colonna portante dell’album rimane il riuscito matrimonio fra la vocalità sámi di Hildá e le ance e mantici di Viivi: suonano così bene insieme che viene da domandarsi come mai questa strada non sia stata percorsa prima. 



Alessio Surian

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