Maria Farantouri, Cihan Türkoğlu – Beyond The Borders (ECM, 2019)

L’incedere danzante delle percussioni di Izzet Kizil apre l’album, offrendo un tappeto sicuro alla cetra qanun di Meri Vardanyan e al flauto ney di Christos Barbas: una base ideale per la voce e il saz di Cihan Türkoğlu. Siamo già oltre la metà del brano quando la calda voce di contralto e la lingua greca di Maria Farantouri rispondono ai versi in turco proposti da Türkoğlu. Musica e parole tolgono ogni dubbio all’ascoltatore: qui si attraversano le frontiere, in particolare quelle fra Armenia, Grecia, Libano, Siria, Turchia, grazie a rivisitazioni di brani tradizionali e a nuove composizioni di Cihan Türkoğlu con versi di Agathi Dimitrouka. Il tutto è stato cucinato a giugno 2017 negli studi Sierra di Atene con la supervisione di Manfred Eicher. Il violoncello di Anja Lechner, di casa con l’etichetta ECM, completa il sestetto e si sposa perfettamente nell’intreccio sonoro con il qanun e con la voce di Maria Farantouri, in particolare in brani lirici e dal tempo medio lento come “Yo era ninya”, brano sefardita di Smirne, e in “Wa Habibi”, inno cristiano diffuso in Libano e Siria. Cihan Türkoğlu è anche violoncellista e con la composizione strumentale “Ta panda rei” offre a Anja Lechner una splendida opportunità di far cogliere all’ascoltatore il senso dell’eracliteo «tutto scorre», con gli strumenti che sembrano trasformarsi nell’acqua di un vivace ruscello. Ancora al violoncello è affidata l’apertura di “Lahtara gia zoi” (“Desiderio di vita”), brano chiave dell’album, frutto della collaborazione fra Türkoğlu e Dimitrouka: Christos Barbas col ney e Maria Farantouri danno voce a chi ha dovuto lasciare la terra in cui viveva, a chi vive la condizione del rifugiato. La stessa intensità viene espresso dal qanun di Meri Vardanyan e da Maria Farantouri nell’interpretare a oltre cento anni di distanza uno dei brani emblematici dell’opera musicale di Komitas Vardapet, “Kele Kele”, che chiude l’album. Con questo lavoro Maria Farantouri ci riconnette con il precedente doppio cd di Eleni Karaindrou in cui ha cantato il viaggio, le memorie e la condizione di chi è costretto ad emigrare, “Elegy of the Uprooting”, registrato nel 2005. Con un album magistrale e toccante è significativo che, oggi, a ricordare ai greci e agli europei il valore dell’ospitalità e della pace sia la stessa Maria Farantouri che dalla fine degli anni Sessanta cantò al mondo la sorte della Grecia oppressa e in esilio durante la dittatura dei Colonnelli e l’importanza del disarmo. Questi lavori recenti sulla condizione dei migranti vanno coerentemente letti con la sensibilità e la capacità del coniugare poesia e impegno civile. Insieme al compositore Mikis Theodorakis ha cantato i versi di poeti contemporanei che hanno segnato la nostra storia recente, da Pablo Neruda di “Canto General”, a Federico García Lorca del “Romancero Gitano”, a Iakovos Kambanellis per le “Ballate di Mauthausen”. Non è nuova alle collaborazioni con compositori turchi, come in “Maria Farandouri Livaneli Söylüyor” del 1982, in cui interpreta brani composti da Zülfü Livaneli. La condizione della migrazione è vissuta in prima persona anche da alcuni dei musicisti del sestetto: Meri Vardanyan, nata in Armenia, e collabora con il Gurdjieff Folk Instruments Ensemble; Cihan Türkoğlu, dopo essere cresciuto in Turchia ed aver studiato con Mehmet Erenler, risiede da anni ad Atene. Maria Farantouri e Cihan Türkoğlu, con il Beyond The Borders ensemble, sarannno all’Esslingen Jazz Festival a settembre e in tour in Grecia a ottobre. 


Alessio Surian

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