Jacopo Tomatis, Storia culturale della canzone italiana, Il Saggiatore, 2019, pp. 814, Euro 38,00

Bastano poche pagine introduttive di questo corposo volume dal titolo ambizioso e impegnativo: “Storia culturale della canzone italiana”, per rendersi conto che non ci si trova di fronte ad agiografiche narrazioni celebrative oppure a indulgenti racconti di costume intorno alla canzone del Belpaese che sono egemoni nei media italici, né poteva essere altrimenti, conoscendo il percorso dello studioso di popular music piemontese (allievo di Franco Fabbri, quindi di un pioniere degli studi italiani sulle musiche popular ed egli stesso musicista con gli Stormy Six), docente al DAMS di Torino, redattore de “Il Giornale della Musica”, direttore artistico di festival e pure musicista (premiato nel 2017 con una Targa Tenco con il gruppo La Stanza di Greta per il disco opera prima). Sono riferimenti formativi e professionali non secondari in questo caso, perché permettono a Tomatis di tenere insieme metodologia sociologica e lucidità nell’ analizzare le fonti, di padroneggiare l’impatto economico dell’industria culturale e delle innovazioni tecnologiche e, soprattutto, di conoscere l’oggetto di cui si parla, da musicista. Oltretutto, egli ha la capacità di saper narrare tutto con stile sobrio e puntuale (senza farsi mancare una dose d’ironia, figlia di un certo disincanto da studioso), una virtù senza la quale il lettore non arriverebbe in fondo alle oltre 600 pagine (a parte la cronologia, le note, la bibliografia e discografia), che siamo sicuri avrebbero potuto essere pure di più, di un’opera quasi titanica dotata di un considerevole apparato critico ricostruito con cura e solidità. Senza preamboli e con temeraria determinazione Tomatis dichiara subito la propria volontà di proporre un “ripensamento dell’idea di canzone italiana e di cosa voglia dire fare storia della canzone l’autore, o storia della musica tout court» (p. 16). Di conseguenza, l’autore deve operare una necessaria e distaccata decostruzione delle categorie e die termini radicati che si danno per scontati, per scardinare idee preconcette e pratiche discorsive che sono servite a validare e sostanziare i generi musicali. Insomma, occorre disvelare le “ideologie della canzone” al fine di comprenderne la costruzione e l’azione performativa delle parole con cui negli anni è stata letta la produzione musicale in Italia, costruendo una sorta di comune senso della canzone, che giunge fino al giorno d’oggi. Per operare questo ribaltamento di prospettiva l’autore si serve di una poderosa documentazione che ripercorre all’incirca un secolo di storia, soprattutto a partire dagli anni Venti del secolo scorso ad oggi, attingendo a diverse fonti e ricostruendo i passaggi cruciali (riportati anche in un appendice cronologica) ma soprattutto il dibattito culturale in stretta relazione con i cambiamenti della società italiana. In realtà, il percorso si principia giustamente prima, con l’analisi delle origini “popular” dell’identità musicale italiana, dando conto di quelle musiche di intrattenimento che circolavano già nel secolo precedente, a partire dalla canzone napoletana e da altri repertori locali (romani, veneziani, fiorentini) e dalle arie d’opera. In altre parole, “i caratteri musicali e paramusicali italiani” (p. 32) sono fissati nello stesso contesto in cui si afferma uno stile popular. Difatti, è nel primo trentennio del Novecento che nasce un vero e proprio repertorio nazionale: da qui la necessità di entrare più a fondo in quel periodo in cui dischi, radio e cinema formano quello che Tomatis definisce “un pubblico nazionale”: è questo il vero punto di partenza nel primo capitolo, suggellato dall’irrinunciabile suggestione hobsbawmiana nella discussione dell’invenzione della tradizione della canzone italiana. Si passa ad esaminare l’era del ballo, ricostruendo la diffusione dei nuovi balli d’oltreoceano nella società italiana negli anni successivi al secondo conflitto mondiale. Naturalmente, una delle chiavi di lettura che in maniera costante è utilizzata per interpretare i discorsi sulle nuove forme di intrattenimento musicale e le reazioni mediatiche è il concetto di “panico morale”, caro agli studi culturali e di popular music. Lo stesso rock’n’roll, presentato sul mercato italiano intorno alla metà degli anni ’50, viene associato con immagini di gioventù, ribellione e violenza prima ancora che si diffonda nel mercato musicale e cinematografico. Tomatis passa in contropelo (per dirla con Walter Benjamin) la diffusione di nuovi generi e di nuove estetiche esaminando le argomentazioni con cui l’idea di canzone si è andata sostanziando. Segue l’esordio di quelli che saranno chiamati cantautori per documentare l’invenzione stessa della “canzone d’autore”. Ovvio che tutto passi anche per Sanremo, che si tratti della morte di Luigi Tenco al famigerato Festival, uno dei manifesti musicali del Paese attraverso cui leggere i campi di forze culturali in gioco e che non può che essere uno dei punti di osservazione per tutto la durata del libro. Ma si passa ancora per Sanremo, da quando lì si è radicato il Club Tenco, anche indagare le argomentazioni che portano a una continua ridefinizione della canzone d’autore (e d’arte) in dialogo e in conflitto con la musica di massa che gira intorno in Italia. Ed è questo un altro dei passaggi cruciali del volume: la ricostruzione attraverso carteggi, comunicati stampa, interviste, atti pubblici e articoli a mezzo stampa della discussione intorno alla canzone in opposizione alle leggi e alla “truffa” dello show-biz. In realtà è proprio contro la canzone commerciale che si muovono, in continuità, le prospettive apocalittiche tanto quelle marxiste quanto quelle liberali-cattolico-sociali. Questa è una delle tematiche che soggiace a tutto il volume e che porta l’autore a mettere a nudo le contraddizioni interne ad altri fenomeni che attraversano per l’appunto la storia culturale della musica in Italia: parliamo, anzitutto, del folk revival e delle diverse articolazioni e degli aspri dibattiti che ci accompagnano dai Cantacronache all’avvento della world music. Anche in questo caso, l’autore registra le posizioni e scandaglia le aporie e il moralismo di certe tesi che sono da ricondurre al rapporto (anche contraddittorio ne caso dei padri dell’etnomusicologia italiana) degli intellettuali con la canzone, con le arti e lo spettacolo, e alla categoria di folk, sulla quale si effettua un altro necessario intervento invasivo per mettere a nudo la costruzione ideologica. Va detto che disvelare tutte le articolazioni del dibattito che investe l’idea di ricerca sul campo come quello di riproposta, dell’impegno, di cosa sia autentico e di cosa, invece, non lo sia non è un confronto tutto interno al mondo del folk, ma – ci fa capire Tomatis - porta con sé ampie ricadute sulla musica d’autore, sulla canzone e perfino sull’ideologia di un pop/rock targato Italia. In questa tensione sul ruolo sociale e politico della canzone, che degenererà anche in conflitto fisico nella seconda metà degli anni ’70, entrerà in gioco anche la critica ai cantautori (i processi a De Gregori su tutti). Tomatis utilizza la stampa musicale (da “Ciao 2001” a “Muzak” e “Gong”), i media generalisti cartacei e radio-televisivi (si pensi al vituperato girone folk di “Canzonissima”), la nascita delle radio libere e anche il dibattito tra intellettuali per mettere a fuoco i formidabili anni Settanta. Si sofferma ancora sul pop italiano, quello che solo oggi è chiamato progressive, nel suo sviluppo tra underground e italianità. Legge ancora la crisi, l’avvento del punk (altro panico morale) e l’incapacità di leggere il fenomeno oltre l’uso provocatorio di simbologie maledette dalla storia (ora tornate in alcuni movimenti politici, invece, proprio con quei significati aberranti), riflusso degli anni ’80 con la crisi del folk (ma qui andrebbe aperta una pagina a parte per dar conto della complessità di un fenomeno che sparisce come fenomeno mainstream, ma che di fatto prosegue in maniera carsica) e l’avvento del rock demenziale. La messa a soqquadro delle convenzioni intorno alle declinazioni italiane di categoria di generi continua e così oltre a cantautore, pop, rock, punk, finiscono sotto la lente d’osservazione fenomeni più recenti come rap e trap. Diciamo che l’analisi dei “confini mobili” degli ultimi anni del cosiddetto secolo breve si fa più schematica, arrestandosi alla soglia del nuovo Millennio, quando l’avvento del Web e più recentemente dei social media, delle piattaforme e della liquidità del’offerta musicale (non della musica tout court) spariglia definitivamente le carte, imponendoci nuove riflessioni su cui Tomatis, giocoforza, non si impegna, lasciandoci con una esortazione relativistica conoscitiva anti-censoria, che consiglia di smetterla di «criticare quello che non si capisce, e fermarsi ad ascoltare quello che non ci è familiare, l’altro» (p. 606). Insomma, si finisce aprendo il campo ad un’ulteriore riflessione che investe il maneggiare il senso dell’italianità, che è messa giustamente in discussione come identità fissa e reificata, modo in cui ancora, ingannevolmente, piace pensarla a molti che non sanno (o non vogliono) fare i conti con la fluidità del mutamento. Bene, se siete arrivati fino a questo punto, capirete che il lavoro è una lettura doverosa e piacevole seppure impegnativa (occorrerebbe magari accompagnarla con un ascolto mirato dei materiali citati per chi non ha vissuto direttamente i decenni precedenti o non è direttamente dentro il mondo della musica), perché porta avanti gli studi sulla popular music in Italia, ribaltando il punto di vista, mettendoci di fronte a come la cultura abbia pensato e modellato la canzone e quale ruolo la canzone abbia avuto nel mondo culturale italiano. Un percorso storico brillante e puntuale, che riesce a tenere insieme in continua interazione approccio musicologico, analisi dei meccanismi di trasmissione mediatica e storia sociale e politica del nostro Paese, che ha molto da dire anche a una critica musicale che sovente maneggia schemi e riprende formule, stereotipie e cliché, poco interrogandosi sulle dinamiche sociali e culturali che possono aprirci gli occhi su quello che siamo stati e su quello che accade oggi. Ché parlando di musica, parliamo di molto altro. 

Ciro De Rosa

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