AdoRiza – Viaggio in Italia. Cantando le nostre Radici (Squilibri, 2019)

Confesso di non prediligere la categoria un po’ astrusa dell’“album a progetto” delle Targhe Tenco, ma se quest’anno è servita a dare lustro all’esperienza collettiva laboratoriale AdoRiza, dando visibilità a un straordinario e imprescindibile repertorio musicale, allora non posso che pensarla in positivo. E poi, a dirla tutta, sono anche io tra i giurati delle Targhe che si sono espressi con favore, fin dal I turno di votazioni, proprio su questo progetto degno di nota. Dal greco antico “ado”, che significa cantare, risuonare o celebrare, e “riza”, ossia radice, si origina il nome del collettivo, formatosi a Roma all’interno del laboratorio di Alta Formazione della Regione Lazio “Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini”. Dal ciclo di workshop didattici e performativi con i giovani artisti della sezione “canzone”, nel biennio 2016-17, ha preso forma “Viaggio in Italia”, concepito come concerto-spettacolo itinerante, curato da Tiziana “Tosca” Donati, Felice Liperi e Paolo Coletta, per la regia di Massimo Venturiello e la direzione musicale di Piero Fabrizi. Quest’ultimo, così spiega intervenendo nelle note di presentazione del CD-book: «Produrre un disco dedicato alla canzone popolare è per me un privilegio raro e al contempo un atto d’amore. Entrare in contatto diretto con la bellezza disarmante della musica popolare equivale a bagnarsi in acque cristalline e purificatrici, dalle quali fuoriuscire rigenerati e consapevolmente arricchiti. Lavorare a queste splendide canzoni con un collettivo di giovani artisti talentuosi e appassionati, pronti a lasciarsi coinvolgere ed affascinare dalla semplicità istintiva di queste melodie eterne e nobili, è già di per se una sfida vinta e un traguardo raggiunto, in termini di qualità e riconoscenza verso le nostre tradizioni musicali così identificative e così cariche di meraviglia e di storia»
Non si tratta di un lavoro di ricalco né di estremismo filologico, piuttosto di un percorso estetico, che mette in gioco l’ascolto attento e la rilettura di materiali, guardando anche a come sono stati proposti in dischi che hanno lasciato il segno, da voci indimenticabili, da strumentisti e da musicisti mediatori che hanno fatto la storia del folk in Italia dai primi anni Sessanta passando per i Settanta per arrivare al presente. In un certo senso, le diverse stagioni del folk risaltano in questo prezioso florilegio canoro che, inevitabilmente, nella sua dimensione performativa, non può non riportare alla mente precedenti esperienze che hanno fatto conoscere i patrimoni popolari (“Bella Ciao”, “Ci ragione e Canto”). Circa venticinque, tra musicisti (batteria, basso, tastiera, chitarre, mandolino, mandoloncello, fisarmonica, violino, violoncello ukulele, kazoo, percussioni) e cantanti (se ne contano almeno diciassette), hanno metaforicamente attraversato la Penisola in musica, da nord a sud, portando sulla scena canti tradizionali, popolareschi e d’autore d’Italia, tra i quali Romolo Balzani, Matteo Salvatore, Roberto De Simone, Giovanna Marini e Lucilla Galeazzi, in un arco temporale compositivo che muove dal Medioevo per arrivare fino al Novecento, procedendo dalle Madonie della Sicilia fino alla Pontebba friulana, passando per il Gargano e il Salento, la Sardegna e Napoli, le Marche e La Maremma, la regione del nord-ovest alpino e il Veneto. 
I canti toccano temi che possono sembrare provenire da un passato messo definitivamente da parte; per contro, non si tratta soltanto un esercizio di memoria attiva e consapevole, perché i temi della guerra, dell’emigrazione, del diritto al lavoro, ma anche della festa, della devozione e dell’amore sono sempre attuali. Il CD, pubblicato da Squilibri, è stato prodotto da Piero Fabrizi; il saggio introduttivo di Felice Liperi ricostruisce le diverse fasi del folk revival italiano ed è sempre il giornalista e musicologo ad accompagnare l’ascolto dei ventiquattro con note esplicative. In questa mappatura sonora dell’Italia popolare, emblematica la partenza con un brano di Erasmo Treglia, “Ripabottoni Brun Brun”, che rappresenta la necessità di pensare la tradizione come in viaggio, come è per il tema baldanzoso ispirato alla cultura rom. Certo qualche sbavatura nella pronuncia trapela qua e là (penso a certe diciture napoletane), ma poco conta nello sguardo d’insieme che forniscono queste voci giovani ma vigorose appoggiate ad arrangiamenti mai fuori misura. Coinvolgente la resa di Fabia Salvucci de “Lu cacciatore Caetano” o la voce di Paola Bivona in “Ah, vita Bella!, potente motivo di umore popolare firmato da Lucilla Galeazzi, mentre l’attacco di “Re Bufé”, cantata da Francesco Anselmo, richiama gli Area. Il canto di Valerio Buchicchio e la voce di Ludovica Bove riprendono “Lamento dei mendicanti”, ci sono, poi, l’inno montano “Stelutis alpinis” e quello sardo “No potho reposare”. Si canta la “Leggera” dal repertorio della Bueno e ci sono le tante lingue minori d’Italia, dal canto griko a quello arbëreshë fino al patois della Valleè, i motivi giocosi e le serenate (Eleonora Tosto interpreta “Serenata sincera”), le tarantelle garganiche e reggitane e la potenza del desimoniano canto collettivo e ritmo di tammurriata de “Coro delle lavandaie”, altro episodio tra i più riusciti del disco. Nel classico romano “Sotto le stelle” è naturalmente la stessa madrina Tosca a prendere la scena. Tutto finale con “Cubba Cubba”, il doveroso omaggio al lavoro di Antonio Infantino sul ‘corpo della tradizione’. Sentite questo disco, bona gente! 


Ciro De Rosa

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