Lessinia: folk cimbro degli anni 2000

Ho sognato che quest'anno, appena iniziata la primavera, un vile aveva avvelenato a morte tre ulivi alle pendici dei Monti Lessini, al margine di dove vivo io e che un cenacolo di bambini e bambine muniti di pennelli e poesia, si era riunito in una chiesa offerta da un parroco in nome di Dio. Lì aveva dato appuntamento ad adulti, scultori del legno, disegnatori e suonatori di musica classica e popolare, indiana, free-jazz, per incontrarsi “a filò” come i loro nonni nel tempo che fu. La chiesa era detta “della Disciplina” e aveva una facciata a capanna in stile romanico e più di mille anni d'età e appena entrati un giovane ulivo cantò per noi la sua canzone che diceva che non è vero che la natura è separata dallo spirito, che non è anima solamente del regno vegetale e animale, ma è la stessa forza che da vita ad un filo di erba come ad ognuno di noi. E poi suonarono i loro strumenti: Lorella Baldin, Elena Bertuzzi, Diego e Camilla Carli, Cristina Mazza, Luisella Mutto, Giuseppe Zambon, Emanuele Zanfretta e molti altri di cui ora non ricordo i nomi… insomma uno di quei sogni che si fanno nelle isole di montagna, isole lontane dal mare dove la geografia è solo un'opinione e nel sogno tutti sorridono e sono innocenti. 
Perché sono gli alberi, all'incrocio dei quattro elementi, così tesi tra aria e terra, che fanno palpitare l'esperienza delle culture dimenticate, sono loro il riferimento dei popoli dispersi. Punti d'incontro del suolo e del cielo, del nascosto e del visibile, della talpa e dell'uccello, del corporeo e dello spirituale, del sotterraneo e dell'aereo. Siano essi forti come i cedri o dolci come le betulle, neri come l'ebano o bianchi come i pioppi, curvi come i meli o dritti come i cipressi, rudi come l'agrifoglio o tenaci come i platani, sono necessità dell'uomo, segnali verticali, sorgenti dell'essere indipendente e nobile. Intere generazioni di uomini nascono e poi spariscono durante la loro vita, sono loro che durano di fronte a tutto l'effimero che ci circonda e ogni inverno fa di loro la speranza delle vite che aspettano ognuno di noi. E' il Maestro Emanuele Zanfretta che da qualche anno con le sue melodie, ha cambiato la geografia: la Lessinia è al confine con le Highlands scozzesi. Qui le canzoni non hanno più un'età, sono solo coperte di grandine. In questa periferia del mondo dove si raccolgono latte e miele dai sassi, una cornamusa conduce le nuvole a prendere un viottolo e scendere fino a metà del monte per consolarci come i fazzoletti bianchi di una lontana canzone. 
E' un incanto la voce di Elena Bertuzzi che intona “I gi-der an stre, binte, ma kud mai benje ist iz hort”* e si arrampica come un vicolo tra i tetri muri gotici di Auld Reekie, per farci sentire tutti tra le pagine di un libro antico. Per resistere bisogna essere sordi o, come diceva Jacques Brel, “amputati del cuore”. Ma da quali sentieri si diffonderà la luce di questo vento d'Oriente che invade le colline di abeti bianchi? Parte da lontano, come una tempesta in un levarsi e soffiare, chissà forse da Sprea, la vedo fare il giro del pendio e trasformarsi in note nell'avvicinarsi. Da quali canali gli acquazzoni e i lampi tonanti che piovono su una terra spopolata per far sbocciare al mattino germogli verdeggianti? Per nutrire di gocce di rugiada l'intelligente micelio, rete invisibile di vita impigliata nelle radici degli alberi? E tocca al vecchio faggio solitario nell'immenso pascolo, rispondere che da queste parti, l'oro invecchia nelle viscere della terra e quando è maturo per essere cercato, lo annunciano lingue di fuoco scaturite dalle rocce. Succede ogni cento anni. E c'è chi crede che i lividi trovati sulla pelle al risveglio siano i baci dei defunti in segno di protezione. Perché anche qui è arrivata la guerra, nel cuore di questo sperduto tempio aperto al cielo che è l'altopiano, ci sono i sepolcri di dolore della terra che fu sconvolta da un uragano di fuoco. Chi è tornato da quel fuoco ora è ghiaia bianca cotta dal sole. 
Qui si dice che Sprea sia stato l'ultimo paese creato da Dio. Forse è vero! Ma oggi lo Spirito è sceso giù per togliere al mondo ogni ferocia e malvagità e stanotte l'oscurità avvolge qualsiasi piccola, gelida luce, nessuno cammina più nella foschia dei campi, chi è tornato dalle nevi ora è pietra della montagna, anche il cielo si è addormentato nel vento, tutto dorme, solo un ululato da molto distante si è impossessato di questo mondo silenzioso. I canti raccontano che sebbene la lingua sia senza osso può ferire il cuore come e più di un tuono, che la notte ha zampe di gatto nero, mangia la luce del giorno e sputa le stelle che altro non sono che piccole briciole del suo mistero. E raccontano che la traccia della lumaca è un filo d'argento che porta dritto fino alla luna silenziosa, che tutto questo grande silenzio un lontano giorno d'estate d'inizio secolo, venne improvvisamente squarciato da un fischio mai udito prima, uno spaventoso nitrito, un interminabile raglio. Non era un orso o un lupo ma una bestia demoniaca sconosciuta, grossa, brutta e nera che mandava scintille e sputava fumo e fuoco. Alcuni pensarono fosse il “Basilisco”, il terrificante serpente velenoso che dagli occhi emette un flusso che immobilizza uomini e animali, capace di ipnotizzare perfino gli uccelli e di farli precipitare dagli alberi, di trasformarsi, di cambiare colore, 
di farsi crescere ali di drago e che molti hanno cacciato senza che mai nessuno riuscisse a catturarlo. Una creatura mostruosa sempre descritta diversamente da chi l'ha incontrato e che reca in fronte un prezioso rubino. Ma niente di tutto ciò, si trattava di un... treno, il primo e l'ultimo che sia mai salito fin quassù. Questa locomotiva pur nella sua breve permanenza fece in tempo a sfuggire ad un agguato dei soldati tedeschi, alla fine di una salita mollando i freni e fuggendo all'indietro, nessuno ricorda più il nome di quel valoroso macchinista che salvò tutti i passeggeri da morte certa ma non è stato dimenticato e forse adesso starà bevendo in compagnia di quell'altro raccontato da Francesco Guccini nella sua famosa canzone. Nei pressi di queste contrade accanto alle case di pietra calcarea e basaltica, dai tetti spioventi che ricordano le architetture nordiche cuspidate, trovi la dimora di tante creature immaginarie. Come la “Grotta delle Genti beate” (“Sèalagan Laute”) che sorge nei pressi del “Macigno dei Capretti” dove un aspro roccione si affaccia a picco sulla “Valle delle Campanelle” e che è circondata da faggi e introdotta da una terrazza d'erica. E poi c'è “La Tana delle Fade”: si dice escano solo di notte e offrano in cambio di un po' di cibo, un gomitolo di lana che non finisce mai a patto di non essere avidi, nel qual caso l'incantesimo svanisce all'istante. E serve del coraggio per entrare nel “Buso de la Viera”, 
una grotta lunga trenta metri che comunica attraverso delle gallerie buie con la “Grotta dei Cracchi”. È in questi luoghi che vivono le “Anguane”, mitiche creature selvatiche che badano alle sorgenti d'acqua, sempre vestite di nero, dal piede caprino e dalla voce melodiosa, che il Concilio di Trento condannò a vivere nelle caverne. Le “Sèalagan Laute” invece vestono sempre di bianco e hanno un corpo splendente ma internamente vuoto. E se cammini nel greto della Val Scura, oltrepassato il Vajo dell'Orco, scopri una fessura tra la roccia da cui esce una selvaggia vena d'acqua in cui sguazzano gamberi, tritoni, salamandre, rane. Puoi anche gettare un sasso, ma quella fessura è talmente profonda che non udrai alcun rimbombo tornarti indietro. E anche da queste parti, come nel mondo popolare anglosassone, le ragazze chiedono al cuculo quanto dovranno aspettare prima di sposarsi e ad ogni cucu di risposta corrisponderà un anno di attesa. E poi su questo altopiano al solstizio d'estate, grandi falò propiziatori illuminano la notte per impedire il declino del sole, proprio come nelle Langhe di Cesare Pavese. E puoi imbatterti improvvisamente in splendide pitture murali: proprio in fondo ad un impervio sentiero imboschito troverai, a protezione di un vajo sottostante, incassato tra strapiombi rocciosi, la benedizione ausiliatrice di una Madonna dagli occhi chiusi, 
opera di un misterioso pittore vagabondo di fine Ottocento, dipinta in cambio di una fetta di polenta o di un pagliericcio nella stalla per passare la notte. Di tutto questo parlano le canzoni d'autore in lingua cimbra della Lessinia. Ma non si incontrano facilmente perché è davvero sorprendente e vergognoso come invece degli apparati istituzionali, tocchi sempre alle minoranze combattere per salvaguardare i propri linguaggi. Quella cimbra dei sette Comuni, (che gli autoctoni chiamano “Taucias Gareida”o più semplicemente “Tauc”) è una ancestrale lingua pangermanica, variante medievale del Bavarese meridionale con influenze Alemanne e non è ancora chiaro se ci sia stato un legame fra il Cimbro, l'Ostrogoto e il Longobardo. Oggi è parlato solamente in tre luoghi montani isolati, nel versante Sud delle Alpi: nel paesino di Luserna (Trento), da uno sparuto gruppo di Mezzaselva, frazione di Roana (Vicenza) e nel villaggio di Giazza (Verona). I primi a portarlo qui furono dei pastori tedeschi nel tredicesimo secolo, partiti dall'antico punto confinante di Tirolo, Svevia e Baviera, per fermarsi in questi luoghi dove c'erano solo boschi e due torrenti che scorrono ancora oggi. Il Pach in verità è un torrente un po' enigmatico: scende impetuoso in tempi di pioggia intensa, poi senza una spiegazione nel giro di tre giorni scompare oltre l’abitato di Selva di Progno, inghiottito dal carsismo sotterraneo che lo rende secco e ghiaioso per gran parte del resto dell’anno, fino a raggiungere la pianura, dove in silenzio sparisce piano piano . 

* “Ti do una matassa di filo, lega, ma non dire mai dov'è il capo del filo” 


Flavio Poltronieri 
flavio.poltronieri@libero.it

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