Alessio Arena – Atacama! (Apogeo Records/Upside, 2019)

Affermatosi come uno dei migliori talenti della nuova generazione di musicisti napoletani, Alessio Arena vanta ormai un lungo percorso artistico, intrapreso sin da giovanissimo accanto al padre Gianni Lamagna, voce della Nuova Compagnia di Canto Popolare, e proseguito prima in ambito letterario con diversi romanzi e parallelamente apertosi anche alla musica. A distanza di cinque anni dal pregevole "Bestiari(o) Familiar(e)", lo ritroviamo con "Atacama!" disco, nato tra la sua città di adozione Barcellona, il Cile e la natia Napoli, nel quale ha messo in fila undici brani nei quali si intrecciano lingue, suggestioni e ispirazioni differenti a cui affida il racconto del suo personale viaggio di ritorno verso casa. Abbiamo intervistato il cantascrittore napoletano per approfondire insieme a lui l'evoluzione della sua ricerca musicale, la genesi di questo nuovo disco e soffermarci sulla sua attività dal vivo.

Sono passati cinque anni dal tuo album di debutto "Bestiari(o) familiar(e)". Come si è evoluto in questi anni il tuo approccio al songwriting?
Cinque anni dal debutto, ma tre anni da un altro disco, "La secreta danza", con cui ho girato la Spagna e nel quale ho avuto la grande opportunità di scrivere canzoni da cantare insieme a Amancio Prada, il mio unico maestro. Da allora ho suonato molto e sono usciti anche due romanzi. Il mio viaggio verso la canzone parte sempre da lì: da quello che posso estrarre e rissumere della letteratura che mi appassiona. 

Dal punto di vista musicale come si è indirizzata la tua ricerca sonora?
Ho viaggiato molto, in questi anni, e quanto più mi sono allontanato dal posto dove sono nato e cresciuto, tanto più ho sentito il bisogno di ritornare ai suoi suoni, ma con un bagaglio pieno di tradizioni musicali rintracciate altrove. La mia musica non è mai partita da Napoli. Ma viaggia costantemente verso essa. 

Come nasce il tuo nuovo album "Atacama!"?
Dopo averlo desiderato per molti anni, e dopo aver tanto studiato, per la mia formazione di filologo e latinoamericanista, sono approdato in Sudamerica, con un viaggio-tour durato due mesi. Dall'isola di Chiloé sono arrivato fino a Santo Domingo, cantando in Argentina, Uruguay, Repubblica Domenicana e Cile. 
Nel nord di questo paese ho scoperto il grande deserto dell'Atacama ed è stata una vera folgorazione. Lì ho sentito il silenzio più perfetto del mondo. Uno lì può immaginare le canzoni che non potrebbe mai scrivere altrove. E nel deserto ho scoperto anche dimenticate storie di emigrazione italiana. Di quel tempo in cui dalle sue viscere si estraeva il fertilizzante più potente al mondo. Quindi non mi sono sentito troppo lontano da casa. E per scrivere il disco ci sono andato a vivere: quattro mesi in una città che al deserto dà le spalle e si apre sul Pacifico, Iquique. Da lì ho poi intrapreso il viaggio del ritorno. E le ultime canzoni di Atacama! le ho incise in una basilica del secolo XVI del mio quartiere di origine, il Rione Sanità di Napoli. 

Quali sono le differenze sostanziali con i due dischi precedenti?
Ce ne sono tante e io credo sia molto onesto da parte di un artista mostrare un'evoluzione (non necessariamente qualitativa). In questo disco mischio ai suoni della tradizione musicale italiana quelli di altre culture musicali, prettamente latinoamericane.
Foto di Jonatan Martinez
Cumbia, Diablada, Vals peruano. Ma sotto al mio deserto inventato c'è sempre la lava del Vesuvio. 

Ci puoi raccontare quali sono state le ispirazioni alla base del disco?
È un disco con un sincero (almeno spero sia compreso così) spirito di denuncia. Racconto storie di quelli nati sulla riva sbagliata del mondo, come canta mia nonna 'Ntonietta nella prima traccia. Musicalmente volevo tentare di interpretare in chiave mediterranea il folklore di altre latitudini culturali. 

Il disco è stato registrato tra Cile, Spagna e Italia. Quanto ha influito questa gestazione in movimento nel risultato finale?
Tantissimo. È il disco di un viaggio. Tanto che, a corredo di queste canzoni, ho pubblicato anche una docu-serie sulla sua gestazione. Si trova sul mio canale youtube. 

Per gli arrangiamenti dei brani hai lavorato con diversi musicisti tra cui Giovanni Block, Toni Pagès, Rocco Papìa, Bruno Tomasello e Luigi Esposito. Da dove nasce questa scelta?
Con Arcangelo Michele Caso, produttore di diversi brani del disco, arrivo a quota sei. Sei produttori per un solo disco. E mi sono trattenuto. Perché ne volevo uno per ogni canzone. Questo disco doveva essere impuro in ogni sua caratteristica, e del tutto multiforme. Come lo è la mia identità di artista, che ancora non ha trovato una "casa" definitiva. Diciamo così. 

Alle registrazioni hanno partecipato Manuel Garcìa e Marta Gòmez, ma anche numerosi musicisti della scena napoletana. Quanto è stato importante il loro contributo?
Sono state grandi soddisfazioni. Anche se in Italia i loro nomi non sono conosciuti, ci tengo a dire che Manuel García è considerato il nuovo Victor Jara in Cile. E dopo il nostro incontro, a Santiago mi ha dato la possibilità di cantare davanti a più di settemila persone. Marta Gómez ha vinto vari Latin Grammy ed è una delle voci protagoniste della World Music di tutta Latinoamerica.  Le sorprese da capogiro, in questo disco, per me non sono nemmeno finite quando ho smesso di registrarlo. Perché poi ho ricevuto la chiamata di un artista considerato la vera stella del flamenco attuale. Mi ha chiesto di poter cantare una delle canzoni del disco insieme a lui. E io mi sono precipitato a Malaga per incontrarlo. Il singolo uscirà il 21 giugno. 

"Atacama!" è un viaggio interiore che racconta il ritorno verso casa. Quali sono state le difficoltà che hai incontrato in questo cammino?
Non c'è niente di facile nella vita di un artista indipendente. Soprattutto quando non ci si dedica alla musica per puro diletto, ma la si vive come uno strumento di trasformazione personale. E di sopravvivenza. 

Foto di Marta Pich
Ami definirti cantascrittore, quanto è importante raccontare una storia attraverso la forma canzone?
No. Devo sempre ripeterla, questa cosa. E ormai mi ruba sempre qualche risata. Non amo definirmi affatto. Tengo troppi ccose 'a fa'. Sono gli altri, quelli che mi definiscono. E se mi definiscono cantascrittore è perché il mio lavoro sono i romanzi e le canzoni. Voilà. Detto questo, ti rispondo che certamente è essenziale. 

Quali sono le storie che racconti in "Atacama!"?
Parlo di bambini privati della propria infanzia, di deserti che diventano case, di canzoni del "pueblo", di viaggi disperati per cercare di prosperare lontanti dal posto in cui si è nati, di guerre e amori che si guardano allo specchio. 

Hai già avuto modo di presentare il disco dal vivo. Come si evolvono i brani sul palco?
“Atacama!” è stato presentato in anteprima al Mercat de Música Viva di Vic (in Catalogna) e da lì è partito un tour che ha già toccato le città di Girona, Madrid, Cádiz, Bilbao, Huesca, Barcellona. 
A giugno lo porto a Napoli, Salerno e Sorrento. I musicisti sul palco in Italia non sono gli stessi che mi accompagnano in Spagna. Per questo immaginerai quanto possa cambiare una canzone. 

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Continuo a girare, oltre che col disco, con un recital tratto dal romanzo che ho da poco pubblicato con Fandango, "La notte non vuole venire". In esso rileggo i brani della più grande cantante napoletana migrante, Gilda Mignonette. Ma non in maniera filologica. Sul palco con me, due violoncelli, un'attrice e degli audiovisivi.  Intanto lavoro a un paio di cose in contemporanea: un romanzo che racconta la turbolenta relazione dei fratelli Mendelssohn e un disco interamente in italiano.



Alessio Arena – Atacama! (Apogeo Records/Upside, 2019) 
Pubblicato dall'etichetta napoletana Apogeo Records, "Atacama!" è il quarto album in carriera di Alessio Arena e segue a due anni di distanza "La secreta danza" nel quale spiccavano le partecipazioni di alcune tra le figure di spicco della scena musicale spagnola come El Kanka, Pau Figueres, Marta Robles de Las Migas e Amancio Prada. Registrato tra Napoli, la Spagna e il Cile, il disco raccoglie undici brani che rappresentano altrettante tappe di un ideale viaggio di ritorno verso casa, un viaggio innanzitutto interiore nel quale il cantascrittore napoletano segue i sentieri che collegano i Sud del mondo, riscoprendone i tanti punti di contatto, le contraddizioni e le suggestioni. Tra incroci linguistici ed attraversamenti sonori si scoprono luoghi e paesaggi immaginifici che riflettono sensazioni, emozioni e stati d'animo che Arena tratteggia con taglio poetico, senza la paura di mettersi a nudo, disvelando in parallelo il lato oscuro di ciò che ci circonda. La sua Napoli diventa il paradigma di tutto questo in una sovrapposizione di scenari che la legano all'America Latina. Passione e amore, dolore e sofferenza ma anche sole e polvere, viaggi e ripartenze sono questi i temi che pervadono i brani nei quali, dal punto di vista musicale, si coglie la costante tensione nella ricerca di nuove connessioni tra canzone d'autore e tradizione in movimento. Ad accompagnarlo in questa nuova avventura è un gruppo di arrangiatori e produttori che si avvicendano nei vari brani e tra cui spiccano Giovanni Block, Toni Pagès, Rocco Papìa, Bruno Tomasello e Luigi Esposito i quali hanno contribuito in maniera determinate nel caratterizzare le atmosfere dei vari brani. Aperto dai suoni lontani di una radio che si sciolgono nel bell'intreccio melodico di corde della nostalgica "La Orilla, il disco entra subito nel vivo con il crescendo ritmico della struggente "Los niños que vuelan” nella quale spicca il contributo di Quartieri Jazz. Se "Diablada" è una canzone d'amore che intreccia Napoli e Sud America, la successiva "El hombre que quiso ser canciòn" è una ballata riflessiva densa di lirismo e tutta giocata sulla trama melodica latin tracciata dal clarinetto. La trascinante title-track che vede la partecipazione del cileno Manuel García ci introduce alla splendida "Parlo di noi", impreziosita da un testo di rara intesità e, poi, alla soffusa "Camanchaca". Quel gioiello che è "La canzone di pietra" ci conduce verso il finale con “Amor circular” nella quale fa capolino la combiana Marta Gómez e le gustose "Una Luz" e "Maravilla" che chiudono un disco prezioso da ascoltare fino in fondo per coglierne ogni minima sfumatura.



Salvatore Esposito

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