Sara Romano – Saudagorìa (FonoBisanzio, 2019)

Uscito da qualche mese per la FonoBisanzio di Michele Gazich, “Saudagorìa” è il secondo album – prodotto da Marco Corrao e dallo stesso Gazich - della palermitana Sara Romano. Il suo primo disco, “Ciricò”, è del 2016, ma l’esperienza artistica della cantautrice siciliana arriva da lontano; la sua è una carriera ricca e complessa: ha vinto premi, ha conosciuto palchi internazionali, ha goduto di collaborazioni e incontri eccellenti. Siamo di fronte ad un’artista curiosa e completa, lucida, intellettuale. Il suo è un disco intimo e raffinato, la sua è una voce sicura e diretta. Sara Romano è certamente una persona consapevole di se stessa e delle proprie capacità e non ha alcuna ritrosia a mostrarlo in ogni forma espressiva: quando parla e scherza, quando sale su un palco. E anche quando risponde alle domande sulla sua storia artistica e musicale. 

Come è nata la passione per la musica folk?
Ho una passione per la musica in generale: cerco di avere delle vedute più ampie possibili.

Esiste in Sicilia un grande fermento artistico e musicale: una generazione felice di idee e proposte si muove nell’ambito della canzone d’autore, molto ispirata al folk. È una casualità oppure dipende da un particolare legame con la tradizione?
Sicuramente la musica folk è molto radicata in tutto il Sud Italia (oltre che nel Nord-Emilia, nelle Marche, etc), per una questione culturale e anche – diciamolo - per una questione di “marketing”. Devo però dire che non sono d'accordo su un fermento relegato solo o maggiormente al folk. In Sicilia - ma in tutta Italia in realtà - c'è un grande fermento di artisti in tutti i generi musicali, dal rock alla sinfonica. Ho molti colleghi, autori di grande talento, nel settore dell'elettronica o del rock post apocalittico.

Che rapporto hai con la musica italiana di adesso? 
Trovo che ci siano dei talenti straordinari in tutto il mondo. Non sono conosciuti ai più ma qualcuno mi disse una volta che avere successo ed essere popolari non è la stessa cosa: mi trovo essenzialmente d'accordo. Lo stesso accade in Italia. 

In questo momento l’elettronica è il sound di riferimento. Il tuo disco essenzialmente acustico è quasi una sfida. 
Ho scelto delle sonorità acustiche perchè mi sono più congeniali. Mi piace il suono del legno ma non solo...

I tuoi sono testi intimi, ma ti sposti con disinvoltura usando vari linguaggi. È costruzione oppure spontaneità? Come nascono e si sviluppano le tue canzoni? 
Sull'atto creativo potremmo dilungarci giorni a discutere. Esistono dei metodi, è vero, ma personalmente le cose migliori che ho scritto sono venute fuori da un momento fugace di grazia: quando c’è, bisogna coglierlo al balzo. Altre volte ho approfondito studi su temi che trovavo d'interesse e ho costruito un brano. La scelta di usare tante lingue è un gioco. Dietro ogni idioma ci sono concetti culturali diversi che interpretano una stessa cosa secondo molteplici sfaccettature:
dondolarci in mezzo mi aiuta ad avere una mente aperta e responsabile, rispetto al mondo che mi circonda.

Si parla molto in questi giorni di musica al femminile. È un tema di attualità. Che senso dai, se glielo dai, a questo modo di classificare? Tu come ti senti?
I generi esistono per dare ricca diversità e non per sottolineare mancanze. Le persone, in base al loro vissuto, danno la propria chiave di lettura alla realtà: non è ininfluente che siano uomini o donne; mi sembra chiaro, ma non fondamentale. Detto questo, nel mondo attuale è stato necessario ricorrere a delle categorie dedicate per evitare la discriminazione (festival, raduni, concorsi): ce ne sono alcuni per il genere femminile perché non viene data abbastanza rilevanza alla figura della donna come professionista. E direi che accade in quasi tutti i campi. Dover ricorrere a questo: ecco cosa trovo scandaloso! Ma è necessario per adesso. Auspico che un giorno si giunga finalmente a un equilibrio.

Tu canti in modo spontaneo e diretto. Spesso dalle donne ci si aspetta un lavoro specifico e delle performances particolari. Sei una che studia?
Certamente. Il diaframma è un muscolo e in quanto tale va allenato costantemente. Non sono una virtuosa perchè ho deciso di concentrarmi sulla dimensione interpretativa, che è un aspetto più consono alla mia indole.

In generale studi prima di realizzare un disco?
I brani vanno "masticati" e "digeriti" prima di registrare un disco, altrimenti l'esecuzione ne risente molto. Procedendo nel lavoro discografico è una cosa che si struttura e che si capisce sempre meglio; la verità, però, è che non si è mai totalmente soddisfatti: è importante che ci sia una direzione artistica che guidi il lavoro.

Mi sembra che gli incontri imprescindibili di questo tuo album siano con Marco Corrao e con Michele Gazich. Parliamo di loro.
Sono due autori incredibili oltre che musicisti e persone di grande spessore umano, ognuno alla propria maniera. Marco Corrao non ha l'esperienza di Michele, ma lavoriamo insieme da anni ed è riuscito fino ad ora a tirare fuori da me il meglio. Mi ha insegnato a gestire il rapporto con i colleghi e l'ansia da concerto. Inoltre ha delle intuizioni in studio di grande effetto ed è sempre riuscito a vestire i miei brani in maniera davvero interessante. Michele in un certo senso si è ritrovato ad entrare in un gruppo già consolidato e lo ha fatto nel migliore dei modi: come un regalo. La sua grande esperienza e capacità empatica hanno dato emotività esteriore alle mie canzoni. E ne avevano bisogno: come quando ti tieni tutto dentro per molto tempo e poi alla fine piangi o ridi! Non riesco a fare un esempio migliore di questo. Inoltre è un superbo musicista e performer. Umanamente poi è una persona splendida che ho molto amato ed apprezzato in questo progetto. Spero di poter lavorare ancora con lui: ho solo da imparare.

"Saudogorìa" sembra il titolo di una fiaba. Le atmosfere del disco a volte anche. Ogni tanto pare di scorgere una Cappuccetto Rosso adulta che continua comunque a perdersi nel bosco. Ma potresti non essere tu. Chi è?
Siamo tutti. E non credo di essere presuntuosa ad affermarlo.

Sta per partire una lunga tournée internazionale. Dove andrai, come andrai, cosa porterai?
Spero che la musica mi porti in posti dove sono stata e, soprattutto, in altri che non ho ancora visto. L'Italia c'è; verso novembre tornerò negli USA e in Canada, proseguendo in Germania e in Belgio. Andrò ovunque potrò, perchè questo disco - indipendentemente dal fatto che siano le mie canzoni -  merita veramente. È bello e fa del bene a chi lo ascolta, me compresa. Le cose belle vanno condivise. 


Sara Romano – Saudagorìa (FonoBisanzio, 2019)
Sara Romano ha scelto un titolo per il suo album che suona profondamente evocativo e suggestivo, al di là del senso stesso della parola composta, che incrocia e fonde “Saudade” e “Allegoria”. È un titolo che rimanda a storie antiche - narrate sottovoce - e a nenie che sussurrano di streghe, oppure di pastori perduti di notte nel bosco, che incontrano fantasmi di antichi eroi a cavallo. Potrebbe essere benissimo il titolo di un romanzo di avventure fantastiche, o un vecchio codice di formule alchemiche. Fa pensare subito a Puck che sogna in mezzo all’estate, o magari in mezzo alla neve di una Danimarca shakesperiana. Il bello è che il titolo corrisponde perfettamente all’atmosfera, al suono, al canto, alle parole dell’intero disco. Intero, perché in questo canto quasi sembra non esserci soluzione di continuità e ognuno dei brani – pur mantenendo diversità di sound, arrangiamento e soluzioni tecniche (è un disco che suona essenzialmente acustico) – sembra proseguire un discorso interiore, del cuore. Per arrivare ad un risultato simile ci sembrano molti gli elementi complici: la voce sopra ogni cosa. Sara Romano canta in maniera calda e sicura e il suo timbro di sirena matura – o forse la sua interpretazione di cantante sicura – ipnotizza il marinaio. Il gioco dell’italiano e del dialetto alternati contribuisce poi a creare questo effetto, in cui si resta spiazzati tra la comprensione intellettuale e l’empatia sentimentale. Al gioco contribuiscono in maniera fondamentale anche gli archi di Michele Gazich, che con Marco Corrao (chitarra elettrica, basso elettrico fuzzy ed effetti) ha prodotto questo lavoro. E si sente. Va dato atto alla cantautrice siciliana di aver bene in testa l’importanza che riveste, nella realizzazione di un progetto discografico così forte e maturo, una produzione artistica adeguata e in sintonia col senso profondo del tutto. Non sono tanti a comprenderlo. Invece ancora una volta ci sentiamo di ribadirlo e di fermarci su un punto così essenziale, non solo per la realizzazione di un disco, ma anche per la crescita di un artista. E per tornare a “Saudagorìa” e a questa atmosfera elfica e tolkeniana che ci piace tanto, non si può non ricordare che davvero le suggestioni musicali dell’album sono moltissime. Spesso – nell’ascolto – sembra di riconoscere qualcosa che non si riesce ad afferrare. Ci si ritrova il folk americano e la tradizione più antica del Sud Italia, ma anche accordi (più mentali che altro) con il meglio della canzone d’autore italiana. C’è anche dell’altro che sfugge ma che fa di questo album un prodotto davvero originale. E di felice ascolto. Nell’intervista che ha rilasciato a Blogfoolk, la Romano non ha avuto timidezze nel riconoscere bellezza a questo suo lavoro e ad affermare che ascoltarlo fa bene. Molto semplicemente ha ragione. E ce l’ha anche perché in questo clima di suoni così impalpabili eppure coinvolgenti, riesce a toccare storie vere di amore, morte, ritorni, violenze, guerre, distanze, solitudini, inquietudini. E questo accade con la rara grazia di chi sa parlare e raccontare il mondo in cui vive – questa nostra Terra così difficile da abitare ultimamente – senza punte di retorica e quindi con totale sincerità. In alcuni momenti una sincerità disarmante ma mai impudìca. Naturalmente lo fa da donna e non solo quando affronta direttamente temi femminili, ancora irrisolti in questa nostra società che si ritiene superiore - e quindi non solo in brani come “La strega” o “Cause” - ma anche – e soprattutto – quando mette a nudo la sua anima, come nella Title Track, oppure in “Piccola” o ancora in quei veri gioielli che sono “Nella neve” e “Unni Unni”:  una canzone, quest’ultima,  che parla, sì, di un cavaliere errante… ma è un cavaliere che somiglia a molte di noi.


Elisabetta Malantrucco

Nessun commento