Fulya Özlem & Akustik Kabare – Mânidar Boşluk/The Conspicuous Abyss (Z Musik/Kalan 2018)

La stambuliota Fulya Özlem ha iniziato a suonare il violino ed è stata iniziata alla grammatica del makam in giovane età. Vanta studi accademici di filosofia e di musica e una vivace curiosità artistica, che l’ha vista approfondire (e suonare) folk britannico e irlandese, tango e bossa, ma anche musica rinascimentale e rebetiko. Già autrice di due dischi con proprie canzoni (“Fulya-Buz Kraliçesi” e “Alba”), nel 2014 ha dato vita a un trio che è coautore della terza incisione, “Mânidar Boşluk/The Conspicuous Abyss”. Özlem è la voce principale, Asineth Fotini Kokkala e Marina Liontou-Mohamet – ateniesi di residenza turca – imbracciano, rispettivamente, qanun e ud. Il lavoro rappresenta una sorta di ritorno a casa per Fulya, il cui interesse musicologico si è rivolto alle storiche incisioni grammofoniche in quello che è stato il crepuscolo dell’Impero ottomano: un fertile universo di generi, dalle voci femminili del cabaret turco (kanto) alla canzone urbana di Istanbul (chi ama le ricerche su quelle espressioni canore, potrà andare alla scoperta di nomi quali Safiye Ayla, Perihan Altındağ Sözeri, Deniz Kızı Eftalya, Seyyan Hanım, Sabite Tur Gülerman e molti altri ancora). Con Özlem, siamo di fronte a un’artista indipendente e originale nel suo approccio, che ha voluto combinare il gusto musicale retro con argute, briose e perfino filosofiche liriche di donna del XXI secolo dall’attitudine cosmopolita. Cosicché le tredici tracce si sviluppano attingendo ai modi del makam con innesti di elementi folklorici altri, che non sviliscono l’essenzialità del suono, dominato dal timbro melodioso e cristallino della cantante e dalle voci della cetra e al liuto, alle quali si aggiungono, di tanto in tanto, chitarra, violino, percussioni, contrabbasso (Apostolos Sideris è anche protagonista di un taksim nel modo Acem Kürdi) e coro maschile. Per intenderci, nel titolo guida, messo in apertura del disco, Fulya canta: «Quell’abisso cospicuo che si forma quando non sei al mio fianco, mi sta trascinando dentro / È quello che chiamano buco nero?». Dalla tenera “Umut” (“Speranza”), dove primeggia il bel dialogo tra ud e qanun, si passa al tango “Yetişir Artık” (“Ora è abbastanza”) e al registro lirico di “Hissî Vampir” (“Vampiro emozionale”). Uno dei pezzi forti del disco è il lirismo di umore sefardita di “Ateşle Bulut” (“Il fuoco e la Nuvola”), in cui poeticamente si paragona la ricerca delle «braci morenti della passione con la discesa in un vulcano estinto». In “Kelebek/Mariposa”, Özlem alterna versi in turco e in spagnolo, mentre la canzone “Yarın Olsa” (“Vorrei fosse ieri”) è ispirata alla teoria generale della relatività (nei credit ci sono i ringraziamenti a Einstein e Steven Hawking). C’è il racconto di un amore che finisce in “Ben Yine Kaçar Giderim” (“Scapperei ugualmente”) e di una attesa trepidante in “Gömezsem Bu Gece Seni (“Se non ti vedo stasera”). Del tutto inatteso, poi, il coro maschile su “Kulaklari Olan Bir Duvar” (“Un Muro Che Ha Orecchie”). Begli assolo di ud e di qanun che impreziosiscono “Geldi Geçti Ömrüm” Benim (“La mia vita se n’è andata come il vento”), le cui liriche derivano da una poesia di Yunus Emre, influente poeta trecentesco e mistico sufi. Il disco si chiude con “Yalnizliktan Kim Ölmuş” (“Chi è mai moto di solitudine?”), un altro notevole numero, che evidenzia la giusta soluzione nel conciliare la teatralità del canto con la musica, qui segnata da cambi di tempo (un 9/8 di derivazione Rom e un 7/8 proveniente dalla regione turca del Mar Nero). Bella anche la confezione del CD con note e testi in inglese. Consigliamo, senza indugio, di fare la conoscenza di Fulya Özlem. www.zmuzik.net 


Ciro De Rosa

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