Giuseppe Di Bella – Fuddìa (Le Fate Editore, 2018)

Foto di Mimmo Mastrangelo
Abbiamo conosciuto il poeta, cantante e musicista Giuseppe Di Bella con “Il Tempo e la Voce”, scritto in coppia con Enrico Coppola, lavoro dalla cornice sonora costruita intorno a liriche della scuola poetica siciliana duecentesca. Di lui si è accorto più volte il Premio Andrea Parodi, portandolo tra i finalisti e, seppure non abbia raggiunto i vertici della rassegna world sarda, all’artista ennese è stata riconosciuta un’originalità poetica espressa da grande umanità. Ora è la volta di “Fuddìa”, pubblicato da Le Fate, per la collana Musica da leggere: un’opera musicale e letteraria che ha dovuto attendere parecchio prima di  vedere la luce. Esce in formato CD book, con poesie in musica inedite, in cui Di Bella è autore e catalizzatore di testi poetici altrui, cantati in italiano e in siciliano. Il lavoro si completa, poi, con un lungo racconto in lingua nazionale. Sono temi musicali che prediligono un profilo cameristico, canzoni dalle svariate sfumature, esibite con una strumentazione sempre in concordanza con il limpido timbro vocale del cantautore. Abbiamo raggiunto Giuseppe Di Bella, per entrare con lui nelle motivazioni di “Fuddìa” e parlare di importati progetti che ha in cantiere.

“Fuddìa” ha diversi significati: è la “follia” ma anche il “girovagare senza meta”… Cosa c’è dietro questo titolo polisemico?
C’è la volontà di esprimere un’urgenza, che è quella degli inizi, in cui si antologizza tutto il patrimonio di formazione e si raccolgono tutte le esperienze che ti attraversano via via e si condensano in un solo ritratto.
Foto di Gianfilippo Masserano
A livello semantico la Fuddìa è un salto continuo fra diverse necessità, dal bisogno di unire amori musicali e umani profondi e spesso laceranti nella loro separatezza, a quello di tentare di descrivere un sogno siciliano, metafora di una stasi che è sempre rivoluzionaria, dove la contemplazione è già partecipazione, nel paesaggio, nello spazio, nell’azione umana. Per questo lo scopo non c’è, il girovagare è tutto nell’attraversamento desertico e prolifico dello sguardo e delle sensazioni, come in una delle poesie che chiudono il racconto della parte letteraria: “li dove nessun acqua di radice può inquinare la visione grande...”. La follia è follia d’amore, è un elogio di questa irrazionalità costruita e poi subita nella scrittura e nel suo controcanto emotivo-musicale. Questo è il primo disco che ho composto e mi sembrava corretto, da siciliano e avventore lasciarmi bagnare da questa deriva.

Quali sono le geografie sonore di “Fuddìa”?
Il mondo sonoro a cui penso riascoltando oggi il disco è soprattutto mediterraneo, ma in un continuo tradimento, si accordano il bouzouki greco e il tempo binario della “carrittera” ad armonie più complesse, a spazi ampi per soli di strumenti classici, parti scritte a spartito da me stesso, che miravano a richiamare una concezione “cameristica” della canzone, intima ma composita. C’è il fado portoghese, c’è il respiro lungo di certi ritornelli che vengono dal Sud America, forse più da quello argentino e cileno che non da quello brasiliano. C’è la canzone di Modugno, e c’è spazio per un mondo sonoro più europeo, che vede nella world d’autore degli ultimi vent’anni affiorare tratti d’Oriente, o di Est all’interno della musica francese o tedesca.
Foto di Rossana Rizza
Poi il risultato è abbastanza – spero – organico, ma i semi di tutto questo ci sono, anche se a volte inesplosi... 

Quali sono le ispirazioni letterarie di questo “Fuddìa”?
In “Fuddìa” c’è un maggiore apporto di poesia contemporanea e trattata da me come autore e da me come catalizzatore di testi poetici di altri artisti e collaboratori. Mi è piaciuto fare da veicolo per un senso unico di una dimensione letteraria, condivisa in senso etico, oltre che formale. Ci sono contributi poetici rubati al grande respiro storico della letteratura non solo italiana e in alcuni casi anche antichissima. Versi di amici e colleghi come Valeria Cimò, autrice del testo di “Angeli dell’Etna” e “Ncucciarisi”, brano con cui abbiamo vinto la menzione per il migliore testo al Premio Parodi. A volte la musicalità dei brani è incrinata da un tessuto dei versi denso e fitto, sia in senso semantico che prosodico. Sentirci dentro Bufalino, la poesia di Mamhud Darwish, i versi della lirica greca, la contemporaneità di Sereni è una velleità o un sogno che coltivo con molto pudore.

La registrazione del disco risale al 2013, come mai viene alla luce solo oggi?
La vicissitudine è complicata. Intanto questo disco è stato intervallato dalla lavorazione e dalla pubblicazione e lancio de Il tempo e la voce, e poi dal punto di vista sonoro diverse cose non mi convincevano, il lavoro è stato missato due volte e ha avuto due differenti mastering. Nel tempo inoltre ho tagliato alcune tracce, almeno tre brani sono stati eliminati, perché l’arrangiamento non mi soddisfaceva e nemmeno alcune parti strumentali. Quindi molti ripensamenti, travaglio, e alla fine ho optato per una tracklist più sintetica che restituisse in modo essenziale la mia visione di un inizio. “Fuddìa” lo considero una base, una restituzione immediata dell’ambiente musicale che ho attorno, in cui sono nato, per questo è alla fine un disco di world music. 

In “Origine”, brano con una certa impronta prog, traduci in siciliano un testo del filosofo presocratico Talete…
Non so bene quale sia il valore prog che attribuisci al brano, ma capisco che spesso alcuni dei miei pezzi rimandino a quella “allure”, anche se il punto di partenza che ho in mente è più legato alla suite o alla costruzione armonica del jazz o di certa musica cantautorale.
Foto di Fabio Leone
Il riferimento a Talete è chiaro: Talete è il filosofo dell’acqua, per lui quel principio primo, generatore di tutte le cose raggiunge una verità anche futuribile. L’acqua è davvero, scientificamente, ciò che contiene e origina la vita, e piegare all’esigenza “volgare” del dialetto i suoi sei apoftegmi ha significato voler individuare nella cultura siciliana una sua origine colta e molto più ampia di quella che la relega agli studi di etno-antropologia musicale o della letteratura regionale. La Grecia, il suo raggio di influenza sono ancora l’humus da cui ripartire e considerare per comporre oggi, da siciliani, da mediterranei, superando le appartenenze spicciole e arbitrarie dei confini, geografici e culturali. Dal popolare al colto non c’è che un passo e dalla Grecia siciliana, bizantina e ortodossa, al resto del mondo non c’è che una convenzione fissata da un codice illusorio. 

Hai musicato “Merinha” di Pessoa…
Fernando Pessoa è stato sempre uno dei miei poeti di riferimento della modernità, la sua musicalità in lingua portoghese. Il fatto che abbia posto egli stesso questioni teoriche sulla differenza tra testo di canzone e poesia e che molti suoi versi siano stati musicati, come “O infante” di Dulce Pontes, lo ha reso un modello di interpretazione vivo e fertile per me. Utilizzare i suoi versi è come esaltare l’aspetto ecumenico della musica europea, in un senso appunto alto e popolare, riunire l’amore per il fado con quello per la poesia del primo Novecento. Il testo, in particolare, è un delicatissimo acquerello, un disegno in cui malinconia e pena sono alleggeriti da questa immagine della foglia che cammina a pelo dell’acqua. L’acqua, da Talete, a Pessoa al brano “L’acqua del mare”, è un leitmotiv in tutto il disco. 

“Mita” ha un inserto recitato in dialogo…
Quel dialogo è tratto da “Mari” (mare in dialetto siciliano) del grande drammaturgo e attore Tino Caspanello, è un dialogo tra Tino e Cinzia Muscolino, sua compagna di vita e splendida attrice e artista. È uno di quei frammenti che appartengono al mio amore più segreto, in quel frammento, come nel resto dell’opera, sono presenti gli elementi più forti dell’idea di relazionalità e assenza, di appartenenza e discordanza nel dialogo tra maschile e femminile. Mita è un brano ispirato alla protagonista femminile del Liolà di Pirandello, e il testo della canzone racconta proprio questa incapacità di resistersi e il vano tentativo di allontanarsi, così come nel testo di Tino i due amanti,
Foto di Fabio Leone
sulla riva del mare di notte, tessono un dialogo fatto di cose minime,  confessandosi debolezze e tenerezze laceranti, di una fragilità che commuove. La stessa incomunicabilità che c’è fra figure femminili e maschili  nel cinema di Antonioni. Per questo ho deciso di utilizzare come prologo all’intera canzone il brano di Tino. In questo modo il brano ha tre livelli. Quello teatrale, ma vivo e vivente, quello musicale e quello teatrale-letterario dell’opera di Pirandello. 

Con “L’acqua del mare”, altro testo in italiano, si cambia registro musicale: è una canzone danzante. Acqua del mare come metafora di lontananza e di promessa di ritorno.
Questo è in ordine cronologico il pezzo più vecchio del disco, credo di averlo scritto più di tredici anni fa, quando ero un bambino praticamente... La strofa in realtà, (la musica) è un’idea di mio padre, che ho sviluppato aggiungendo bridge e ritornello. Da mio padre ho appreso i rudimenti della chitarra classica e l’amore per la scrittura, essendo stato lui per anni un arrangiatore e un autore. Questo brano mi ricorda la possibilità di essere anche nella spensieratezza un autore limpido. Lo riascolto per non smarrire quella capacità di danzare nella scrittura e nel canto. Lì, il riferimento all’acqua è mitologico, è Ulisse, è il cavaliere di una crociata, è il mare di “Horcinus Orca”, è il mare della separatezza che diventa desiderio, voglia di congiungimento e di fuga. Ma ogni fuga non è altro che un giuramento antico, nel nome del ritorno, dell’approdo dell’essere. 

Foto di Fabio Leone
In “Pirdunanza” ritorni al siciliano con un testo molto poetico e molto bello….
“Pirdunanza” è il brano, forse, a cui sono più legato in assoluto. Un testo che è nato poco dopo la musica, come quasi mai mi accade, in quanto io scrivo sempre la parte musicale su un testo preesistente, poetico, mio o non... Qui il testo ha seguito la logica umorale del dettato melodico. Quel brano mi piace pensare sia stato un dono, intercettato con antenne sottili, da un livello più alto della mia coscienza. Un brano che è arrivato in un momento di grande dolore personale e che nel perdono mi ha rivelato la forma più alta dell’espressione amorosa. Ho rifatto e ripreso alcuni versi di Tagore nella strofa finale, per sottolineare l’altezza di quel sentimento, anche così poco “occidentale”; e poi c’è nel brano questa volontà eterea e ostinata di liberarsi abbandonando l’idea di possesso e soprattutto il rancore, come si libera un uccello al primo volo o come quando dopo anni di grigio e oppressione, si apre la porta di una galera, e la grazia è sia per chi la apre che per il condannato che ne viene fuori.

La singolarità del lavoro sul piano letterario sta nella compresenza di canzoni e di un racconto in prosa “Folìa”. In che rapporto sono queste due forme?
Questo testo è la mia prima esperienza da narratore, perché ho sempre utilizzato la poesia come mezzo di scavo e strumento letterario o non-letterario. Questa prosa rappresenta il “negativo” ma in senso fotografico e matematico, del disco, della parte musicale. Una sorta di referto, di cronaca psichica ed emotiva, di fatti e percezioni spesso patologiche, che poi trovano una catarsi nella musicalità e nei versi. Questo racconto è una specie di attraversamento cupo della solitudine, un mondo autoriferito, dove si animano spettri e idee sull’alterità, sui rapporti umani che rivelano il loro volto più crudele e nero. Il protagonista finisce per liberarsi, contrariamente anzi, “negativamente” rispetto a quanto accade in “Pirdunanza”, abdicando la vita, decidendo di “sparire” non si sa se morendo o cambiando mondo e continente. 

La tua scrittura non vuole essere intrappolata nel cliché della sicilianità:  il dialetto diventa espressione di  contemporaneità, di stati d’animo universali…
Foto di Rossana Rizza
Ti ringrazio, penso che questo sia il risultato più importante nel fare musica oggi, soprattutto partendo da lingue minoritarie e stilemi musicali minoritari; il dialetto per me è una cosa manipolabile e viva, che può essere utilizzata anche per restituire la complessità del pensiero astratto, fatto ritenuto sempre difficile e ostico per il dialetto. La Sicilia, diceva Sciascia, come metafora, e non come apparato di stigmi e nuclei ripetitivi e ossessivi, spesso al confine tra oleografia e nostalgia del tempo perduto. Per me la Sicilia è un laboratorio, anche di orrore e degrado, anche di elaborazione della resistenza alla deriva, politica, sociale, culturale, economica, ma comunque un cantiere dove alcune possibilità sono aperte e visionariamente rinnovabili. Dicevo prima che l’appartenenza culturale è un recinto, un ammaestramento, e l’arte, fra i suoi scopi, dovrebbe avere quello di ripartire e rifondare, dalla propria appartenenza culturale, una sorta di disobbedienza e di rifiuto delle patrie e di altre identità cristallizzate, sia in senso culturale che umano. 

“Folìa” è anche una danza…
Si, una danza iberica, e una forma compositiva utilizzata spesso, e che nel tempo ritorna, dal ‘500 al Barocco e poi anche oltre...Anche se nel disco non c’è alcun legame tra questa forma compositiva e le mie canzoni, ma la suggestione tematica, il suo richiamo di fascino è forte, in effetti questo lavoro segna un passaggio importante, dove la qualità del ritmo è abbinata a un canto ancora aperto e spiegato, nonostante i testi complessi e letterari.
Foto di Mimmo Mastrangelo
E il Barocco come categoria estetica universale rimane la mia veste preferita. Anche in musica. 

Il racconto inizia con “All’entrata di un tempo scuro”, una frase ricorrente: è un rovesciamento simbolico eliotiano del verso trobadorico del Limosino “A l’entrada del temps clar”?
Esattamente! Il rovesciamento può essere eliotiano, se vuoi o sartriano, i suoi 5 racconti de "Il muro", sono stati per me un punto di riferimento prosastico in questa scrittura, e anche in questo mantra oscuro, appunto ispirato al verso e alla ballata omonima, che è divenuto un brano rinascimentale tradizionale, spesso suonato da molti gruppi di musica popolare. Una primavera oscura, un ingresso nel tempo geneticamente modificato...

In che rapporto sei con la tradizione musicale dell’area iblea? 
Non ho un rapporto particolare con questa area musicale della Sicilia, per me è un patrimonio come altri, per me la lingua e il genere musicale derivato dalla mia terra sono un humus indelimitabile, un continuum senza soluzione.  Non saprei indicare nessuna area di riferimento particolare in Sicilia, nemmeno quella del mio entroterra. Ci sono frammenti e cose che affiorano naturalmente o che ho amato in modo del tutto istintivo. 

Gli ascolti di oggi di Giuseppe Di Bella?
Ascolto tutto ciò che esce ed è considerato nuovo, questo come ascoltatore di professione, e lo faccio scrupolosamente per avere un’idea non troppo lontana del reale, poi ascolto la musica che mi fa crescere e che mi stimola, per questo seguo la ECM, artisti come la cantautrice albanese Elina Duni, il tedesco Stephan Micus, e sempre Keith Jarrett, Ralph Towner, il vocalist newyorkese Theo Bleckmann.
Poi c’è un altro livello di ascolto che è puramente di godimento e che unisce l’edonismo alla necessità dello sviluppo di idee, ed è rappresentato dall’area del grande Sud America. In Italia, a parte gli ascolti di sempre, di tutto il grande cantautorato, ascolto le cose belle che sono germogliate in questi ultimi 20 anni in modo quasi segreto, e sono spesso opere di amici e persone di cui ho stima umana e artistica vicina alla devozione: Marco Beasley, i Fratelli Mancuso, Fabrizio Piepoli, Pilar, Aronne dell’Oro, Federico Ferrandina e altri...Poi sono molto curioso e stupito spesso, rispetto la scena world contemporanea che c’è in Africa, in Etiopia per esempio, ho scoperto e seguito alcuni artisti tramite il WOMEX. Per il versante elettronico, nel suo utilizzo pop-soul, mi piace molto James Blake, continuo a idolatrare David Sylvian e in ambito strumentale Jon Hopkins...Quando mi devo resettare, però, torno a Bach.

Nel disco prediligi atmosfere sonore raffinate e mai ridondanti, fondamentalmente acustiche, ci può essere spazio per l’elettronica in futuro?
In realtà già nel disco che non è ancora uscito doveva esserci tutta una programmazione di elettronica, che si innestasse con le chitarre acustiche, il contrabbasso, le tracce vocali, il basso elettrico, e avere funzione di scenografia musicale e sfondo, poi per ragioni pratiche e anche artistiche abbiamo virato verso l’utilizzo dell’elettrico manipolato, in modo da restituire a volte un suono sintetico con strumenti convenzionali, mettendo vari effetti sia sulle chitarre elettriche che sulle classiche e perfino utilizzando il contrabbasso “de-timbrato”, per farlo sembrare strumento indefinito e sfumato...
Ma per un lavoro futuro penserei decisamente a trovare una giusta e autentica fusione tra il mio modo di fare musica, che vuole al centro la composizione e la scrittura e l’idea siderale di un mondo elettronico costruito ad hoc per fare da campitura totale, telo e cielo su cui proiettare varie dimensioni. Ma è una cosa che va pensata in modo serio e non modaiolo, bisogna fare una ricerca, scrivere pezzi già in quell’ottica e sposare i due linguaggi: chi curerà l’elettronica dovrà dialogare con le mie composizioni e viceversa, mirando a una doppia teatralità, a un doppio canale. 

Cosa ha in cantiere Giuseppe Di Bella?
Entro il 2019 dovrebbe uscire “Orfeo”, scritto a quattro mani col bassista Enrico Coppola, già mio co-autore de Il tempo e la voce. È un vero concept album sul mito di Orfeo, un mito che abbiamo rielaborato sulla base  dei testi storici e delle vulgate e di cui abbiamo composto tutti i testi seguendo una precisa drammaturgia, e curato le musiche cercando questo confine tra canto e recitativo, tra musica contemporanea e lo scavo nel popolare colto, tra melos e “quasi melos”, secondo le linee più specifiche del mondo suggestivo e atmosferico del “contemporaneismo” elettro-acustico. Un disco di canzoni su Orfeo, con il tentativo di avvicinarci, partendo dal mediterraneo culturale e sonoro per approdare a quella "new music" più nordica e fredda.  Nel disco  ci saranno come ospiti i Fratelli Mancuso che interpreteranno con le loro voci i 2 fiumi infernali, Acheronte e Stige, Mimmo Cuticchio che aprirà il disco con un Cunto sulla nascita di Orfeo, e poi Pilar (Ilaria Patassini), interprete di tutte le parti nel ruolo di Euridice, la cura degli arrangiamenti è di Giovanni Arena, autore di classica contemporanea, producer e contrabbassista siciliano, la grandissima attrice Cinzia Maccagnano, Attilio Ierna, Michael Occhipinti, il chitarrista jazz canadese Carmelo Colajanni, Gaetano Fontanazza, Paolo Vicari. Da questo concept vorremmo sviluppare una drammaturgia per restituire questa idea musicale alla sua destinazione più naturale, che è quella del Teatro. Poi sto già pensando a progetti nuovi, come un lavoro sulla narrazione e il canto, a breve curerò le musiche di uno spettacolo teatrale sulla strage di Portella della Ginestra e vorrei incidere un disco solo chitarra e voce con grandi interpreti vocali a fare da viatico e accompagnatori fondamentali del mio viaggio verso il futuro. 


Giuseppe Di Bella – Fuddìa (Le Fate Editore, 2018)
Composizioni di poesia in musica, in siciliano e italiano, e cruda scrittura in prosa che si muove in direzione opposta ai motivi delle canzoni: è il canto aperto del CD-book “Fuddìa”, lavoro che guarda tanto alla canzone d’autore, non soltanto italiana, che al mondo musicale popolare. Sono architetture tenute insieme dalla bella voce lirica di Giuseppe Di Bella, il quale si affida a una strumentazione mai pervasiva (chitarre, bouzouki, fisarmonica, flauto, oboe, basso elettrico, contrabbasso, percussioni), che accompagna, sostiene, si produce in soli o interseca il canto.  Aperta da tocchi di bouzouki, “Origine”, che riprende un testo del filosofo Talete, è una dichiarazione di quanto il lascito greco nell’isola possa rappresentare ancora oggi una fonte di ispirazione poetica. Il flauto di Corrado Cristalli, sospeso tra classicismo e fraseggi prog, è il tratto dominante di questo vincente tema d’apertura. Ne “L’arbulu sulu” (testo di Fabio Leone), un tessuto strumentale senza eccessi (chitarra, fisarmonica e oboe) si pone con efficacia al servizio della voce. Per “Ncucciarsi” e “Angeli dell’Etna”, la prima in siciliano la seconda in italiano, Di Bella interpreta testi scritti da un’altra potente autrice lirica, la cantautrice palermitana Valeria Cimò. Oltre, tra recitato e cantato, “Mita” si sviluppa su tre livelli di narrazione letteraria, la voce di Di Bella si appoggia agli arpeggi di chitarra classica e trova sponda nel controcanto del contrabbasso di Giuseppe Cucchiara. La canzone “L’acqua del mare”, con la sua ambientazione latino-americana (c’è ancora la fisarmonica di Salverico Cutulli), traduce la leggerezza del danzare nella scrittura e nel canto. Cantata in portoghese, “Marinha”  mette insieme il richiamo del fado e l’amore per la poesia primo novecentesca: il disegno malinconico di Pessoa chiude il trittico acquatico presente nel lavoro. Il girovagare di Di Bella giunge, infine, a “Pirdunanza”, dove il canto siciliano, disteso sulle corde limpide, si riempie nuovamente di lirismo dolente e la poetica tocca alte vette. 


Ciro De Rosa

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