Ensemble Bîrûn, Sacred Songs from Istanbul, Basilica di San Giorgio Maggiore, Venezia, 6 aprile 2019


L'Istituto Interculturale di Studi Comparati (IISMC) della Fondazione Giorgio Cini di Venezia quest'anno festeggia il cinquantenario della sua nascita (1969-2019). Sono trascorsi infatti cinquant'anni da quando il musicologo e indologo Alain Daniélou, allora direttore del prestigioso International Institute for Comparative Music Studies and Documentation di Berlino, individuò in Venezia, per la sua posizione e il suo ruolo storico e culturale, il centro ideale da cui promuovere e diffondere, in Europa e nell’area mediterranea, la conoscenza delle più significative forme di musica delle civiltà non occidentali e delle musiche di tradizione orale del continente europeo fondando l'IISMC veneziano. L'Istituto ha deciso di inaugurare con una edizione speciale del progetto Bîrûn la ricca programmazione di un anno così pregno di significati per la sua storia, in cui, ripercorrendo il passato, vuole proporre un momento di riflessione intorno al suo presente e al suo futuro come istituzione, sul suo ruolo di promotore di cultura, o meglio di culture, a Venezia, in Italia, in Europa e nel mondo. Bîrûn è un progetto sviluppato dall'IISMC e curato da Kudsi Erguner e Giovanni De Zorzi (Università Ca'Foscari, Venezia) per la prima volta nel 2012 con l'obiettivo di esplorare e approfondire vari aspetti e le diverse 'anime' della musica classica (maqâm) del mondo ottomano. 
Il progetto, di cui Blogfoolk si è occupato da vicino a più riprese nel corso degli anni, è giunto quest'anno ormai alla sua ottava edizione. Come sostiene fermamente Erguner considerare la musica classica ottomana una tradizione "etnica", regionale o nazionale, sarebbe un errore poiché essa rappresenta e ha rappresentato un gusto ed una espressione condivisa al di là delle culture di provenienza, al pari di ciò che è ed è stata la musica classica europea per gli europei. La musica classica ottomana è stata infatti arricchita nel corso dei secoli dagli apporti di compositori turchi, arabi, persiani, greci, ebrei e armeni i quali, tutti, operavano sui territori dell'Impero. L'estetica della musica ottomana rappresenta quindi il risultato di influenze che vanno da Bisanzio, al Medio Oriente, all'Asia centrale, all'India. Nelle precedenti sette edizioni il progetto Bîrûn si è articolato attraverso una giornata di studi a cura di Giovanni De Zorzi e una masterclass della durata di circa una settimana durante la quale giovani musicisti, reclutati attraverso un bando internazionale per borse di studio, lavoravano alla preparazione di un repertorio specifico sotto la guida del Maestro Kudsi Erguner. L'evento si è sempre concluso con un concerto pubblico finale allestito all'interno degli spazi della Fondazione Giorgio Cini, sull'isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, durante il quale venivano presentati i risultati del lavoro svolto. 
Parte integrante del progetto degli anni passati è stata inoltre la successiva pubblicazione di un CD (con la casa editrice Nota, nella collana "Intersezioni Musicali", curata dall'IISMC) contenente i brani del repertorio eseguiti durante il concerto finale. L'ultimo disco del progetto intitolato I Nefes della confraternita Sufi Bektâshî ad Istanbul e nei Balcani, registrato nel 2017, è stato presentato il 5 aprile nell'ambito della rassegna Libri a San Giorgio, dedicata alle novità editoriali della Fondazione Giorgio Cini. L'edizione di quest'anno, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione dell'IISMC ha assunto una forma particolare, definita 'antologica' dal direttore dell'Istituto Giovanni Giuriati. L'evento intitolato Sacred Songs from Istanbul, ha voluto convogliare al suo interno quanto di meglio è stato prodotto in termini musicali durante le passate edizioni del progetto esprimendone nella forma più 'pura' il pensiero e le riflessioni che sono state alla base della sua nascita, vale a dire una concezione del maqâm come veicolo di espressione musicale delle molte genti che hanno condiviso una storia comune in seno all’Impero ottomano, come un sapere e un gusto musicale collettivo che ha saputo travalicare le differenze lingustiche, etniche e religiose pur senza appianarle. Il concerto di quest'anno è stato dedicato quindi ai repertori musicali sacri che risuonavano all'interno dei luoghi di culto 
e di preghiera di Istanbul, dalle chiese greco-ortodosse del Fener alle sinagoghe del millet ebraico, delle chiese armene ai tekkè dei dervisci mevlevî e bektashi. Diversamente dagli anni passati, i giovani musicisti che hanno formato l'ensemble non sono stati selezionati tramite bando ma sono stati scelti da Erguner all'interno del vasto bacino degli ex borsisti che hanno partecipato, dal 2012 al 2018, alle precedenti edizioni del progetto. Le scelte del direttore artistico sono ricadute su Safa Korkmaz (voce), Burak Savas (voce), Ibrahim Ethem Uçar (voce), Selman Erguner (viola), Zeynep Yildiz Abbasoglu (kanûn), Hasan Kiris (tanbûr),Giannis Koutis ('ud), Reza Mirjalali (târ), Jacobus Thiele (percussioni) a cui si sono aggiunti Ilhan Yazici e Bora Uymaz, cantanti professionisti che collaborano spesso con Erguner, e Giovanni De Zorzi (ney), co-curatore del progetto. Il concerto ha avuto luogo per la prima volta, anche in questo caso in discontinuità con le precedenti edizioni, all'interno della solenne e suggestiva cornice della basilica di Basilica di San Giorgio Maggiore nel tardo pomeriggio di sabato 6 aprile. Mentre le navate venivano pervase dalla luce soffusa dei primi raggi del tramonto veneziano, di fronte ad una platea gremita da quasi trecento persone, l'ensemble Bîrûn ha aperto il concerto con un brano introduttivo (Rast Ilâhi, “Çünki bildin müminin kalbinde beytullah var”) in lingua ottomana e appartenente alla tradizione sufi, 
dottrina islamica che attraverso il suo profondo esoterismo e misticismo ha spesso saputo fare da tramite fra gli uomini e le diverse culture religiose della capitale. La prima parte del concerto è stata dedicata alla tradizione del canto liturgico greco-ortodosso attraverso due brani composti da due pilastri della musica bizantina quali Ioannis Koukouzelis (1280-1360) e Petros Peloponnesios (1730-1777), entrambi considerati i migliori compositori della loro epoca. È poco noto il fatto che alcuni musicisti greci del Patriacato ecumenico, dopo la conquista ottomana, componessero anche nelle forme e nei generi del maqâm. È questo il caso, di Petros Peloponnesios, cantore e compositore della tradizione bizantina ma anche suonatore di flauto ney e amico dei dervisci mevlevî del centro (tekke) di Galata. La successiva tradizione musicale sacra esplorata dal programma di Erguner, attraverso l'esecuzione di due brani, è stata quella della comunità ebraica della città. Fin dagli albori dell'Impero romano d'Oriente, Bisanzio è stata abitata dalla comunità degli ebrei Romanioti, la più antica del Mediterraneo orientale, a cui nel corso dei secoli si è aggiunta quella Ashkenazita (proveniente dall'Europa centrale) e dal XV secolo, in seguito alla violenta cacciata degli ebrei dalla Spagna, anche la comunità Sefardita che divenne ben presto la più numerosa. 
Alcune funzioni religiose ebraiche di Istanbul venivano chiuse da brani chiamati maftirîm che venivano composti ed eseguiti secondo i canoni della musica classica ottomana e spesso accompagnati da ensemble strumentali. La terza tappa del viaggio musicale e linguistico di Bîrûn ha toccato la tradizione liturgica armena di cui sono stati proposti due brani inediti di compositori anonimi, che è stato possibile udire quella sera, per la prima volta, in epoca moderna al di fuori di una chiesa armena di Istanbul. Nell'ultima parte del concerto sono stati proposti diversi brani della tradizione sufi cantati in lingua ottomana e persiana insieme ai Segul, brani di un genere meno noto cantati in lingua araba. La Basilica di San Giorgio ha senza dubbio esaltato con il suo lungo riverbero il fascino dei numerosi taksim strumentali e 'a solo' vocali che si diffondevano dal palco disposto esattamente al di sotto della cupola, partecipando attivamente, attraverso la sua acustica, al suggestivo incontro sonoro fra le diverse tradizioni spirituali del melting pot stambuliota, in simbolica rappresentanza forse di quel mondo cattolico, anch'esso presente nella capitale bizantina e ottomana, e rappresentato soprattutto dalle chiese erette a Pera (base commerciale genovese e veneziana e in seguito sede delle principali ambasciate occidentali), che contribuirono per secoli ad arricchire il paesaggio sonoro della città dalla sponda settentrionale del Corno d'Oro. 
«La religione è sempre stata forse la più grande fonte di ispirazione per la musica.» Ha affermato Kudsi Erguner presentando il programma del concerto. «Se si osserva la musica classica europea ad esempio, si nota che grandissima parte del repertorio proviene dalla musica ecclesiastica [...]. Ma cosa accade ora nei confronti della musica sacra del cristianesimo occidentale? Tutto questo repertorio viene oggi considerato come parte integrante del patrimonio della musica d'arte. Si può ad esempio andare in una sala da concerto per ascoltare un requiem oppure una cantata di Bach. Per ascoltare invece musica classica sacra armena o greco-ortodossa si è obbligati a recarsi, con qualche rara eccezione, all'interno delle chiese delle rispettive confessioni. La musica rappresenta quindi in qualche modo un sapere e una dimensione riservata alla sola comunità dei credenti. Per ascoltare e interpretare queste musiche è neccessario appartenere a queste comunità religiose. Io intendo pormi al di fuori di questa visione, una visione secondo la quale la musica risulta spesso quasi inaccessibile per i non appartenenti ad un determinato credo, una determinata lingua o etnia. Nessuno si sognerebbe mai di dire ad un italiano che canta opera tedesca o a un tedesco che canta un'opera italiana che solo agli italiani cattolici è permesso cantare in italiano e solo ai tedeschi protestanti è permesso cantare in tedesco. 
Io intendo collocare queste musiche al di fuori del loro contesto e considerarle in quanto portatrici di valore artistico. Per questo abbiamo fatto un lavoro di trascrizione fonetica dei testi in modo da permettere agli stessi cantanti di cantare in turco, arabo, persiano, ebraico, greco e armeno. Tutto il repertorio che proponiamo stasera fa parte di un patrimonio musicale artistico condiviso. Il mio fine non è quello di fare ecumenismo, non rientra assolutamente nei miei interessi e nelle mie intenzioni. Le religioni e le fedi sono differenti, ma l'espressione di queste diverse fedi risulta avere dei forti elementi in comune in termini di 'linguaggio' musicale. Al di là del significato dei testi la musica appartiene a tutti noi, anche se i versi sono differenti e soprattutto è il loro significato ad esserlo. Questo concerto non vuole essere uno strumento per dire: "siamo fratelli, sì, voi siete ebrei, voi cristiani ma ci amiamo l'uno con l'altro". Non voglio entrare in questa questione. Questo concerto vuole essere un modo per dire: "forse dovremmo amarci tutti perché abbiamo la stessa musica"!» Conclude Erguner sorridendo. 

Costantino Vecchi
Foto: Fondazione Giorgio Cini Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati

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