Sancto Ianne - Mò Siente (FolkClub Ethnosuoni)


Nati nella piccola San Giovanni di Ceppaloni (Bn) nel 1995, i Sancto Ianne, sono una delle realtà più interessanti della scena folk rock italiana, nelle loro vene scorre sangue Sannita, il sangue di quel popolo che fece passare sotto le Forche Caudine, i Romani, e che mai si sottomise a loro nonostante fossero stati conquistati dopo lunghe battaglie. Ascoltando i loro dischi si comprende con quanta caparbietà e decisione approccio la musica e soprattutto quale sia lo spirito che animi le loro canzoni, ovvero la riappropiazione di un patrimonio culturale che nonostante i blackout generazionali non ha mai abbandonato la loro terra. I loro testi hanno spessore e forza e raccontano di uomini e luoghi che conservano asprezza e dolcezza ma allo stesso tempo riscatto e desiderio di rivalsa, il tutto condito da una grande cura per gli arrangiamenti e per l’uso di strumenti tradizionali. Lo si era capito già con il loro album di debutto Tante Bannere, Tanti Padrone del 2000, quali erano le loro potenzialità ma è stato con l’ottimo Scapulà del 2002 che hanno raccolto maggiori consensi e affermazioni. Oggi ritornano con un nuovo album, Mò Siente, che mette a frutto tutta l’esperienza accumulata in questi cinque anni sui palchi sia italiani sia esteri (come la prestigiosa partecipazione al Festival Interceltique de Lorient in Bretagna, dove si sono aggiudicati il premio Trophee dagan celtic cider). Distribuito dalla Folkclub Ethnosuoni, Mò Siente, si colloca precisamente tra la nuova corrente folk meridionale ‘E Zezi e Bottari di Portico e il folk rock di Modena City Ramblers e Gang, nella loro musica infatti i temi popolari ricorrono l’attualità e la contaminazione con echi del maghreb e armonie celtiche. All’ascolto il disco risulta ben suonato e prodotto in modo elegante, e si svela in tutta la sua ricchezza canzone dopo canzone. A monopolizzare la scena è sempre e comunque la voce istrionica di Giani Principe, ma fondamentale è anche l’apporto delle chitarre di Ciro Schettino (autore in larga parte dei brani), della fisa di Sergio Napoletano e dell’irresistibile sezione ritmica composta da Alfonso Coviello e Massimo Amoriello. Si attraversano tematiche varie come quella del ricordo dell’infanzia (Pe’ La Via), gli immigrati che lavorano come stagionali (Un Futuro a Sud, scritta da Mario Salvi) e storie di anarchia prost-unitaria (A’ Banda D’O’ Matese), passando per danze spensierate (Juorno ’e Festa e Tarantella D’a Fatica/N’ata Botta) e filastrocche popolari (Uno ’nponta ’a Luna). E’ però con Uocchie, che il disco trova il suo vertice, una ballata commovente impregnata di sapori mediterranei che ancora una volta affronta il tema dell’immigrazione ma questa volta con la partecipazione di Faisal Taher alla seconda voce. Una citazione particolare la merita poi la già citata A’ Banda D’O’ Matese, che racconta il tentativo di “rivoluzione sociale” di un gruppo di anarchici di San Lupo (Bn) nella primavera del 1877 allorchè sollevarono la popolazione del Matese a ribellarsi al regno Sabaudo. Traditi però, vennero processati a Benevento ma successivamente furono assolti e accolti in festa dalla popolazione. Notevole è anche Port’Arsa, che richiama una delle porte di Benevento (città dalla storia secolare, a lungo sotto il dominio Longobardo e successivamente enclave dello Stato Della Chiesa nel Regno delle Due Sicilie), e che qui diviene simbolo di memoria storica. Più in ombra sono brani come Nuje Ca Nun Stammo Vicino O’ Mare e Peppe ‘O Mago, quest’ultima troppo vicina a stilemi vicini agli ‘E Zezi, ma si tratta solo di dettagli, i Sancto Ianne hanno tutte le carte in regola per ritagliarsi un posto ancor più importante nella scena folk italiana.
Salvatore Esposito