Collettivo Decanter – Emilia D’Hercole (Visage Music/Materiali Sonori, 2018)

Torna il Collettivo Decanter con un album pieno di forza e di grazia. Il titolo “Emilia D’Hercole” è un piccolo programma, che ci informa sulla visione che sorregge le dieci canzoni: intrise di una mistica marinara, di una poesia legata all’osservazione del mare e degli scenari che definisce, di un insieme di storie che tornano a galla da una prospettiva isolana, contemplativa. L’ispirazione primaria - ci dicono i quattro del Collettivo, Marta Caldara, Alessia Galeotti, Marco Perona e Vincent Boniface - arriva dall’Elba: “sarà stato il profumo del mare o il fascino delle antiche miniere, saranno state le storie che abbiamo ascoltato, la gente, le tradizioni e le leggende dell’isola”. Sarà per la sensibilità e la permeabilità degli artisti (aggiungiamo noi): gradualmente il racconto si è composto e il risultato è una grande storia, che ne contiene tante e che rimescola con armonia passato e presente. Proprio come in un racconto sospeso tra la narrazione del reale e la riflessione sul fantastico, l’album elabora la densità delle relazioni che nascono nel mare (o al suo cospetto), fino a raccordare l’immagine multipla di un mondo, di un panorama, di una prospettiva asimmetrica ed equilibrata, che contiene tutto: diavoli, streghe, pirati, artisti, poeti e amanti, territorio e orizzonte. Tutti elementi che spesso confluiscono nelle storie popolari, ma che qui si animano attraverso un approccio delicato e deciso, nel quadro del quale gli strumenti sono scelti con cura, i singoli pezzi elaborati con ponderazione e il suono, nel suo complesso, tracciato con meticolosità, dentro un rapporto strettissimo con le parole e il canto. In un contesto timbrico acustico, i quattro componenti dell’ensemble intrecciano numerosi strumenti, che riescono a determinare quel racconto lineare e denso che avvolge chi ascolta dalla prima all’ultima traccia. In più, lo spettro sonoro è molto ampio. Da un lato perché il Collettivo è polistrumentale e adopera pianoforte, kalimba, marimba, vibrafono, rhodes, chitarra, organetto, clarinetto, sax, whistle, bansuri, cornamusa e percussioni. Dall’altro perché, si rafforza con ospiti eccezionali, come Folkestra&Folkoro nei brani “Emilia D’Hercole” e “Polenta e biórro”, ma anche Luisa Cattofigli, Gabriella Beccari, Silvia Donati, Riccardo Ruggeri e Giorgio Perona. Riguardo al canto, invece, è necessario sottolineare quanto questo sia distillato. Non nel senso che se ne faccia un uso limitato, ma nel senso che assume un ruolo di forte mediazione (tra le storie e la musica, tra i contenuti trattati e lo sviluppo armonico dei brani) e ogni sua parte appare evidentemente ponderata, soppesata fin nel dettaglio. VI sono alcuni passi in particolare che sembrano in perfetta armonia con il testo musicale, e ascoltandoli (dopo una veloce analisi dei flussi che compongono l’insieme dei brani) se ne ricava grande piacere. Non solo in termini estetici, ma più profondamente musicali. Si tratta di dettagli, ma l’ascoltatore può percepirne tutta la forza se pone attenzione a queste accortezze compositive ed esecutive. È il caso, ad esempio, di “Mago Chiò”, in cui la voce canta l’epilogo della storia in unisono perfetto con il piano e la chitarra, sostenendo e riempiendo l’acme del racconto con un impeto interpretativo che lancia il brano a un livello più alto: “quella notte solo i lecci lo sentirono gridare/ mentre beveva quell’intruglio mortale”. Insomma tra i tanti tratti positivi dell’album vi è l’armonia tra le parti, impreziosita (come abbiamo in parte detto) dall’attenzione ai dettagli e da una scrittura (questo va detto in chiusura per riconoscere il merito forse più grande dell’ensemble) molto fluida, che si potrebbe definire colloquiale, cioè discorsiva, di prosa. Lo si riscontra in tutti i brani, laddove leggendone i testi si entra subito nella storia, senza avere ostacoli di interpretazione, come se si leggesse la pagina di un libro: “Mago Chiò era il nome inventato/che Francesco si era affibbiato/conosciuto da tutti, da tanti evitato/dai bimbi di certo adorato”


Daniele Cestellini

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