Mimmo Epifani – Putiferio (Finisterre, 2018)

Se c’è un nume che “possiede” il mandolinista di San Vito dei Normanni, provincia di Brindisi, è senz’altro Antonio Infantino, presente nello spirito, nelle intenzioni musicali, nelle parole che lo ricordano:« A te maestro de li tarant, a te maestro di tutti quant, a te Maestro de li tarant, mo sta suene pi li santi»; e come potrebbe essere altrimenti? Mimmo Epifani, suonatore per tradizione di famiglia, anzi, come disse in un’intervista di tanti anni fa: «per imposizione di famiglia» (“World Music Magazine”, n. 70, 2005), avendo frequentato quel conservatorio di musica che è stata la scuola di barberia di Costantino Vita – barbiere e musicista, maître à penser della cultura popolare della Puglia fino alla seconda metà del Novecento – dove ha appreso anche da Peppu D’Augusta, direttore di orchestrine che suonavano la pizzica terapeutica, altro strumentista “a tempo di barba”. Di seguito, ci sono stati naturalmente gli studi accademici di strumento e le collaborazioni con “pezzi grossi” come Matteo Salvatore, Caterina Bueno, Roberto De Simone, Eugenio Bennato, Ambrogio Sparagna e l’indimenticato Fausto Mesolella, solo per citarne alcuni. Che Epifani sia un personaggio istintivo ed esuberante, a partire dai titoli dei suoi dischi precedenti (“Marannui”, “Zucchini Flowers”, “Pe’ I Ndò”), lo sappiamo, ma ancora più lo è sul palco, dove le sue entusiastiche performance hanno come ingredienti un mix di tecnica strumentale, improvvisazione e allegra corporalità. Epifani è maestro di strumenti dimenticati (la mandola e ancor di più il mandoloncello) o oleografici (il mandolino) che sono parte integrante della storia culturale e musicale del nostro Paese, che meritano di avere la giusta collocazione, e attenzione. 
Non sfugge al novero dei titoli traboccanti questo “Putiferio”, nuova proposta discografica dell’inimitabile Mimmo – molto personale ma un po’ troppo breve con i suoi appena trenta minuti –, costruito in complicità con Francesco Santalucia, produttore artistico, arrangiatore, strumentista (pianoforte, elettronica, sintetizzatore, balafon, percussioni e cori) e co-autore di molti brani. Mi racconta, al telefono, Mimmo: «È un disco che è stato fatto in pochissimo tempo: in dieci giorni; rappresenta un cambiamento personale e delle persone che incontro nel mio cammino musicale. “Zucchini Flowers” nasceva dalla collaborazione con Fausto Mesolella. Poi ho lavorato con Sasà Flauto, un chitarrista molto attivo. Sono arrivato a conoscere Francesco Santalucia. Nel disco suoniamo in duo, fondamentalmente. In alcuni brani c’è Michele Ascolese, un musicista che ti mette a tuo agio. Grazie a lui mi sono riavvicinato alle cose che facevo con Mesolella». In copertina di “Putiferio”, lo strumento e l’immancabile cappello di Mimmo sono appesi a un fico d’India: «L’ho trovato in tutte le parti dove ho suonato. Oltre al frutto, se ne possono mangiare le radici ed è usato come pianta officinale in paesi come Spagna, Portogallo e Messico. In Messico le pale si mangiano come insalata. Da noi in Puglia era un piatto che si mangiava in tempo di guerra»
“Putiferio” è parola che riempie la bocca nel pronunciarla, dà l’idea della festosità di un mercato mediterraneo o sudamericano, ma che dà conto anche delle tribolazioni per incidere un disco, che ha il sapore dell’estemporaneità e che avrebbe avuto bisogno di una maggiore sedimentazione, per riprendere le metafore culinarie che piacciono tanto a Epifani. La “bagaria” sonora è fatta di balli, di gioiosa convivialità festiva e di serenate; concorrono il pianoforte e la chitarra e dei già citati Santalucia e Ascolese, la mandola e la chitarra di Giuseppino Grasso, le voci di Marilena Gragnaniello e di Martina Catalfamo, i cori di Sasà Flauto, Francesco Maria Crudele “Papaceccio” e di Iseno Tamburlani. La volontà di percorrere sentieri innovativi già manifestatisi nel precedente “Pe I Ndoò” si intravede già nell’apertura di “Festa bona”, un mix inatteso di mandola ed elettronica. “Putiferio” è una pizzica che omaggia Infantino ed è corroborata dalla viola braguesa di Jose Barros (con cui Epifani ha inciso “Mar da Lua” qualche anno fa) . “Iucutemenè” (“Io con te me ne andrei”… «in capo al mondo», mi dice ancora Epifani) apre le porte a umori world, in particolare allo spirito afro («Ho fatto un tour a Capo Verde che mi ha ispirato e mi ha segnato molto», dice Epifani), mentre in “Mamma Terra” i plettri trovano sponda nella chitarra di Ascolese. 
Il tradizionale salentino “Bedda ci stai luntanu” si sviluppa nell’intesa tra plettri, cavaquinho e pianoforte, tra cantato e recitato con il ricordo nel testo dell’indimenticato musicista e amico Giandomenico Caramìa. In realtà, le liriche non sembrano vivere di vita propria ma si sviluppano a partire dell’andamento ritmico del motivo musicale: «Uso la mia voce in maniera particolare, mi sono inventato uno stile anche grazie alla presenza nella mia vita artistica di Infantino e dello steso Bennato che mi hanno insegnato a sviluppare l’aspetto vocale, ma quando scrivo penso sempre prima alla musica e poi ai testi». Dopo il “Preludio” arriva la “Danza”, firmata da Ascolese (qui al bouzouki), uno dei vertici del disco, dove tra passaggi mediorientali e una fisionomia che vira verso il rock, il tema è incalzante e ossessivo tra profilo melodico e note ostinate. Il pianoforte di “Blè” dischiude squarci lirici e sognanti, su cui si protendono le trame della mandola: un altro pezzo forte del disco. Con il conclusivo “Laghnatur” si ritorna nel mondo della tradizione ma sempre alla maniera tumultuosa di Epifani. Un titolo che è un simbolo della circolazione dei beni materiali e immateriali nel mondo popolare; racconta l’antico rito di fare in casa la pasta e il pane con un attrezzo chiamato per l’appunto laghnatur. «Si prestava di famiglia in famiglia con la promessa di avere farina o lievito madre in cambio. In realtà, non ci si scambiava solo il pane, ma anche i canti che si facevano mentre lo si preparava». «A panza vacante non si sona e non si canta. Quando la panza è chiena bona, tannu si canta e tannu si sona»: ben ritrovato, maestro, e Buon Putiferio! 


Ciro De Rosa

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